Lo scienziato britannico Adrian Bowyer ha presentato in questi giorni una stampante 3D che è in grado di stampare... se stessa. Aggiungendo l'elettronica e montando i pezzi, si ottiene una stampante identica all'originale. È un nuovo passo su un percorso che il ricercatore iniziò nel 2005: leggete qui per saperne di più
Sin da quando ero ragazzo e studiavo gli albori dell'informatica ho maturato rispetto e subìto il fascino di due straordinarie figure, due inglesi che nella prima metà dell'Ottocento concepirono l'idea di calcolatore programmabile e tentarono di realizzarne uno. Oggi questi precursori, che ai giorni loro vennero irrisi, sono stati pienamente vendicati. Pubblico qui la loro storia.
Esattamente trent'anni fa sbarcava in Italia Goldrake. Appropriatamente, io ripubblico qui un mio articolo vecchiotto ma ancora interessante sui robot scritto quattro anni fa per un quotidiano svizzero. (Gli articoli nuovi sono protetti da password, scoprite qui come ottenerne una.
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La nanotecnologia, per ora, è più fantascienza che scienza. Con questo nome infatti vengono chiamate quelle tecnologie che promettono di costruire apparecchi la cui dimensione si conta in pochi atomi. Le ricerche nel campo fervono, ma siamo ancora lontani molti anni da applicazioni pratiche: questo traguardo però si è improvvisamente avvicinato alla fine del mese di aprile 2001, quando un gruppo di ricercatori della IBM ha annunciato (con un articolo sulla prestigiosa rivista Science) di aver trovato un metodo per realizzare quantità industriali di nanotubi al carbonio.
I nanotubi vennero inizialmente scoperti da uno scienziato giapponese, Sumio Iijima, nel 1991. Il ricercatore dimostrò che combinando atomi di carbonio in costruzioni tubolari del diametro di soli cinque-dieci atomi si possono ottenere strutture che si comportano elettricamente proprio come un transistor. Limportanza dellidea fu immediatamente chiara a tutti gli addetti ai lavori: si pensi infatti che i transistor più piccoli che luomo riesce oggi a produrre misurano 130 nanometri di diametro. Un nanotubo, invece, misura solo 1,2 nanometri.
Nello scorso decennio si è dunque fatta molta ricerca sul campo. Nelluniversità del MIT venne presto scoperta una tecnica per produrre i nanotubi, e ricercatori della IBM riuscirono di lì a poco a escogitare un metodo produttivo per realizzarne ingenti quantità. I nanotubi così fabbricati, però, sono di due tipi differenti e appaiono mischiati tra loro. Il nanotubo di tipo semiconduttore è quello utile nella costruzione di circuiti, mentre il nanotubo di tipo metallico conduce energia elettrica proprio come un cavo e quindi provocherebbe corti circuiti se venisse lasciato in posizione. Lodierna scoperta di IBM permette proprio la distruzione selettiva dei nanotubi inutili. Grazie ad essa, i ricercatori del Dipartimento Ricerche Scientifica in Nanoscala di IBM stanno già producendo semplici circuiti (le porte logiche) usando i nanotubi: debbono, per ora, posizionarli uno per uno a mano, un processo complicatissimo e certosino.
Secondo Charles Lieber, docente delluniversità di Harvard, è un passo da gigante, ma ne serviranno altri e passeranno parecchi anni prima che i nanochip diventino fattibili e ubiqui quanto i moderni circuiti integrati. Gli scienziati sembrano intenzionati a procedere per piccoli passi: lobiettivo per ora non è arrivare alla costruzione di nanochip puri, scartando dunque le tradizionali tecnologie basate sul silicio. Si vuole invece creare una soluzione ibrida in cui ampi appezzamenti di un chip vengano realizzati ad altissima densità utilizzando i nanotubi, mentre le sezioni più complesse continuerebbero a venire realizzate su base al silicio. Lieber pensa che i chip ibridi potrebbero sbarcare sul mercato in soli cinque anni. Una prima applicazione pratica dei nanotubi potrebbe essere quella zona di un microprocessore chiamata memoria cache, dove lunità di elaborazione normalmente memorizza una copia delle informazioni su cui sta lavorando più intensamente.

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