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MisterAkko ha letto:
Harry Harrison
Marvin Minsky
The Turing Option
Warner Books, paperback, $5.99
ISBN 0-446-36496-7
Reputo questo libro uno dei migliori che io abbia letto negli ultimi anni. E non va certo a suo discredito il fatto che uno dei suoi due coautori sia probabilmente il più famoso scienziato al mondo nel campo della intelligenza artificiale: Marvin Minsky, professore al prestigioso Massachussets Institute of Technology, e autore di una serie di teorie assolutamente innovative sia nel campo della psicologia che in quello dell'informatica applicata all'IA.
Harrison, dal canto suo, è "semplicemente" un buono scrittore di fantascienza, che molti lettori del Tarlo Mentale probabilmente conoscono. Ricorderò un suo titolo piuttosto famoso a beneficio dei più distratti: Make room, make room! (in Italia, Largo, largo!, per i tipi della Nord).
Prima di recensire il libro, però, vorrei mettere le mani avanti e fare un paio di premesse di carattere informatico. Chi ha già una conoscenza dell'Informatica come scienza può tranquillamente saltare la mia premessa - anzi, è invitato a farlo - e passare al prossimo paragrafo.
Alan Turing, che questo libro richiama fin dal titolo, era un matematico inglese cui l'Informatica deve tantissimo. Chi fosse interessato al suo contributo trova nell'ormai famosissimo e citatissimo Gödel, Escher, Bach, un'eterna ghirlanda brillante più che un cenno alla sua opera.
Due sono i contributi più famosi di Turing alla computer science: sono solitamente chiamati, senza troppa fantasia, la macchina di Turing e il test di Turing.
La macchina di Turing è un automa puramente concettuale. In altre parole, un calcolatore, semplicissimo da comprendere, e puramente teorico. Viene spesso introdotto agli studenti di informatica per far loro comprendere alcuni concetti base della scienza. Un importante teorema, anzi direi un corollario, del lavoro di Turing è la tesi di Church (trovate anche questa nel succitato libro di Hoefstatter). La tesi - semplificando un po' le cose - dice che un calcolatore molto semplice (come la MdT) può eseguire qualunque procedimento anche estremamente complesso. In ultima istanza, anche veri e propri ragionamenti come quelli che potrebbero dar vita all'intelligenza artificiale: un calcolatore che pensa, ragiona, parla come un uomo.
Il test di Turing è un simpatico paradosso escogitato dallo scienziato per risolvere uno spinoso problema concettuale: come definire l'intelligenza, e in particolare l'intelligenza artificiale? Quando un ricercatore potrà dire di aver creato un calcolatore che pensa e ragiona come un uomo? Questione non banale, poiché abbiamo ormai da anni ed anni macchine che giocano a scacchi piuttosto bene, o che manipolano blocchi colorati con un braccio meccanico, o che - purtroppo - guidano missili su obiettivi riconosciuti attraverso una telecamera. Disse Turing: un calcolatore potrà definirsi intelligente quando, messo in una stanza chiusa, esso converserà con un essere umano attraverso una telescrivente, e l'umano non saprà distinguerlo da un suo simile umano che dalla stanza di fianco risponde alle stesse domande tramite una telescrivente simile. Idea geniale che - dichiaratamente - non definisce un bel nulla, ma offre uno strumento scientifico per giudicare cosa sia intelligente e cosa non lo sia.
Torniamo al libro. Eccovi la trama in breve. Anno 2023: un giovane scienziato americano, Brian Delany, che lavora per una colossale corporazione americana riesce a creare una vera intelligenza artificiale. Ancora limitata, ma funzionante e in grado di passare il Test di Turing.
Una organizzazione criminosa comprende le infinite potenzialità, commerciali e militari, della IA (intelligenza artificiale), e con una azione di commando perfettamente studiata riesce nell'obiettivo di rubare il frutto del lavoro. Il nostro eroe, Brian, sopravvive a stento all'attacco. La sua memoria è quasi completamente cancellata, la sua vita in pericolo poiché i malvagi ben comprendono che l'unico metodo rimastogli per assicurarsi il monopolio è quello di eliminare il giovane.
Brian, con l'aiuto del governo e delle forze armate statunitensi che si sono rese conto (meglio tardi che mai) dell'importanza della scoperta lotta e lavora per riottenere quanto è suo di diritto.
Il libro attrae, e molto, innanzitutto perché appartiene al più vecchio e glorioso filone della fantascienza: la cosiddetta hard science fiction, cioè la FS scientificamente verosimile sino all'ultimo dettaglio. Nè potrebbe essere altrimenti con una persona del calibro di Minsky alla penna. Ma non è la classica fantascienza fatta di astronavi e imperi stellari, dato che si svolge in un futuro prossimo neppure troppo immaginifico: per esempio, tutti hanno un cellulare, ma questo trasmette solo la voce e non il video, e bisogna comunque digitare il numero. Altro esempio, che mi ha strappato più di un sorriso: all'inizio del libro sorprendiamo Brian lavorare su "un obsoleto Macintosh SE/60, basato su processore Motorola 68060".
Un'altra attrattiva del volume è il suo sapiente miscelare aspetti del thriller (l'agguato e gli attentati a Brian), del romanzo mainstream (i numerosi flashback all'infanzia del nostro eroe, ivi compresa la sua infelice storia d'amore adolescenziale che lo ha reso misogino), e della fantascienza.
Terzo, notevolissimo punto a suo favore: il libro, sostanzialmente, si limita a estrapolare le idee di Minsky sulla struttura della mente umana e sui suoi meccanismi, a trarne logiche conseguenze. Deduce le limitazioni e le potenzialità della IA a partire da queste considerazioni, con un rigore assolutamente scientifico, e per questo mirabile. Aggiunge solo qualche postulato, per poter procedere, ma è chiaro - almeno al sottoscritto - il punto in cui la scienza cede il passo alla fantascienza; per esempio, a un certo punto chiama in ballo le svalutatissime teorie del vecchio Freud per risolvere un impasse narrativo,
Difetti? Non molti. Ho trovato troppo lento un certo punto della narrazione, dal terzo al sesto capitolo circa, quando i personaggi sono già stati presentati e le premesse fondate, ma l'azione latita e la trama non vuole partire. Dopo poco (dal momento in cui Brian si riprende dall'attacco) il libro decolla. Porta sino alla fine col fiato sospeso: io mi sono trovato a venti pagine dalla fine a chiedermi come avrebbero potuto gli autori risolvere un intreccio tanto complesso nelle poche pagine restanti. Il finale è, oserei dire, asimoviano: perché fa sentire fortissimo in bocca il sapore della hard science fiction e perché è fortemente improntato a una sostanziale fiducia nella bontà del progresso e della tecnologia. La figura degli imbecilli, alla fine (e non rivelo nulla della apocalittica conclusione nel dirlo) la fanno i militari, i nazionalisti, i politici imbecilli e tutti quelli che pensano al loro giardino piuttosto che al futuro del pianeta intiero.
C'è poi un brevissimo epilogo amaro, nelle ultime due pagine, che salverà la giornata a quanti non sopportano il lieto fine obbligatorio.
Globalmente, un gran bel libro, che raccomando indistintamente a tutti e in particolare a chi ha qualche interesse, passione o attinenza lavorativa con i calcolatori. Chi lo trovasse molto interessante, può poi passare a un libro ben più serio: The society of the mind, dello stesso Minsky, testo ormai classico dell'informatica in cui il professore espone le sue teorie e le sue ricerche, le sue scoperte e le sue deduzioni nei campi ormai gemelli della psicologia e della intelligenza artificiale. Comprensibile anche per un profano, dato che parte virtualmente da zero ed è strutturato in micro-capitoli digeribilissimi di una pagina ciascuno. Raccomandato da Asimov, che lo lesse e lo apprezzò moltissimo per la sua contemporanea acutezza e capacità divulgativa, Society of the mind insegna molto.
Cominciate pure, comunque, dal romanzo. Accattatevillo, come dice la pubblicità.
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