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Pirimpettenusa pirimpettepan
Ancora una volta, le teste matte che creano questa fanzine si
sono divertite a preparare un racconto secondo regole che andiamo ora
a spiegare. Un matto più matto degli altri prepara un titolo,
una trama e scrive il primo capitolo del racconto. Al malcapitato che
lo segue vengono passati titolo, sinopsi e le ultime quattro righe
del capitolo precedente. Si prosegue sinché qualcuno non
decide di concludere la vicenda.
Questo tipo di approccio vi da un vantaggio: se non vi piace un
capitolo, saltatelo e procedete al successivo, certi di non aver
perso nulla di significativo.
Per quanto riguarda questo racconto... il titolo l'avete già
letto. La sinopsi era: una gita dei due amici, Gianni e Paolo, a
Venezia. Le ultime parole famose tramandate da ogni scrittore al suo
successore sono riportate in corsivo al termine di ciascun brano. A
questo punto inspirate profondamente e immergetevi nella lettura. -
Akko
Capitolo primo, di Paolo Di Maio
Gianni e Paolo si erano dati appuntamento alla tal ora (da non
confondersi con talora, suo cugino), del tal giorno (non ha cugini)
alla stazione della loro città,
Chissàdovesitrovaiononlosoetu per partire per le tanto
sospirate (infatti andavano a Venezia) vacanze.
-Portiamo solo il minimo indispensabile! Tanto stiamo via solo pochi
giorni!- Aveva detto Paolo all'amico, certo di essere ascoltato
(l'amico infatti non era sordo).
-Va bene,- aveva risposto lui, e se ne era andato con un sorrisetto
ironico.
Quella stessa sera un Tir si fermava davanti alla stazione e ne
discendeva Gianni con aria soddisfatta. Paolo lasciò andare la
sua ventiquattrore (siccome ne aveva pagata la metà si
chiamava dodiciore) che cadendo si aprì rivelando,
nell'ordine:
Asciugamani, uno
Spazzolino und dentifricio, uno
Occhiali da sole, due (uno per il giorno e uno per la notte,
perché era miope)
Costume da bagno ascellare a righe oblique giallo tempesta
Pantofole del nonno
Salvagente familiare con suoneria a forma di papera
La gente in stazione svenne simultaneamente, compresa la bigliettaia
che stava ancora cercando di capire come facevano i biglietti ad
uscire dalla macchina anche se lei non ne aveva mai infilati
alcuno.
Seguirono avvenimenti per cui Gianni si ritrovò con una
borsetta di plastica, sandali e pantaloncini, con gli occhiali da
sole, a mezzanotte, a fare l'autostop sul secondo binario. Ma tutto
andette bene fino a quando una voce accorata pronunciò le
seguenti parole dall'altoparlante: -Si avvisano i signori viaggiatori
che il treno per Venezia, a causa dell'acqua alta, verrà
sostituito dal sommergibile Nautilus...-
Seguì un putiferio Generale, nel quale non mancarono anche
semplici sottotenenti, nel quale la massa di villeggianti andò
a protestare alla reception della stazione:
-É un sopruso! Almeno ci avessero dato uno U-Boot più
recente!-
-Cossa ti vol? Accatemose na gondola e ndemo, ciò!-
-Mo non sia mai detto che la Wanna viaggi su un somerzibile di
seconda categoria! Cosa vuole, duezentomila?-
Ma tutto andò bene e il treno partì. Quella sera gli
indiani non vollero attaccarlo, perché le altre volte avevano
speso un capitale in chewing-gum e c'era voluta una mandria di bufali
per masticarlo.
Il bigliettaio passò a vedere i biglietti, ma incontrò
una certa resistenza in un certo scompartimento:
-Il buco è mio e lo gestisco io!- si inviperì un gay.
Il controllore si portò il simpatico giovine nel suo
scompartimento, ma questa è un'altra storia.
In quella entrarono due ragazze molto interessanti che presero
posto accanto a Gianni e Paolo nello scompartimento (parola di
origine bulgara che significa carrozza, da non confondere con
Finlandesi nello scompartimento, che significa mozzarelle
in carrozza).
-Salve, auariù, comestas, parlè vu fransè,
sprekensi doicc?- iniziò il Gianni, famoso cultore
linguista.
-Ma non ce rompe li maroni!- rispose con squisita gentilezza la
turista straniera, tanto che Gianni desistette dai suoi propositi e
dai suoi avverbi.
Stazione di Venezia Santa Lucia: una brusca frenata annuncia
l'arrivo di una massa di turisti non indifferente. Visto che sono
arrivati i turisti, la città tira fuori i suoi ponti, le
bancarelle, l'acqua nei canali e l'immondizia galleggiante che fa
più vissuto, e si presenta nel suo splendore bigodiniero.
Dopo varie vicissitudini, i nostri eroi riescono ad ottenere una
camera al sesto piano di una bicocca diroccata a strapiombo sulle
guglie della Basilica, senza ascensore, per la bellezza di 300.000
lire al minuto, ora di Greenwich, essi decidono di andare al mare al
Lido, tanto per liberarsi della stanchezza notturna nelle fresche
acque (-45 °K).
Gianni e Paolo, bardati di tutto punto, stavano per salire sul
traghetto che da Venezia li avrebbe portati al Lido per il bagno
mattutino, quando...
Capitolo secondo, di Colo
...quando una delle borchie metalliche del costume da bagno punk di
Gianni si impigliò in una funicella che penetrava nella
Laguna.
Gianni diede uno strattone alla corda, imprecando: cominciava ad
averne le scatole piene della mania di Paolo di comprare i capi di
abbigliamento anche per lui. In particolare il tanga-punk di cuoio
nero gli stava particolarmente antipatico: si impigliava dappertutto
e dopo un paio di bagni le borchie avevano cominciato ad arrugginire.
Doveva fare un'antitetanica al giorno.
Non è dunque da biasimare se lo strattone fu magari un pelo
troppo energico.
Con un sonoro schiocco un buon mezzo metro di fune si
sollevò...
La Laguna di Venezia fece GURGLE
GURGLE ed il livello dell'acqua
cominciò a calare a vista d'occhio.
Colto da un improvviso sospetto Gianni estrasse dall'acqua (acqua?!?)
tutta la cima: all'estremità spiccava inconfondibile un tappo
di gomma.
Il livello della laguna continuava a scendere.
Soffocando un bestemmione carpiato con avvitamento Paolo, che aveva
visto tutto, sussurlò -Ributtalo dentro, cretino!-
Troppo tardi!
Gli occhi di tutta la città ex-lagunare erano puntati sui due
disgraziatoni, che fingevano penosamente indifferenza.
-E' una calamità gigantesca!- esclamò Paolo.
-Con l'accento o no?- si preoccupò Gianni, terrorizzato
dall'eventualità che un magnete gli estirpasse le borchie dal
costume.
Di comune accordo i due decisero di contribuire a salvare Venezia
dall'Acqua Bassa: abbassarono i rispettivi mutandoni e fecero
pipì dal pontile. Purtroppo per loro in quel mentre transitava
sotto al sunnominato pontile il Santo Padre, in visita pastorale al
Casinò, che procedeva a fatica nella palta a causa
dell'arenarsi del motoscafo, salmodiando in polacco.
Nonostante il loro disperato tentativo di risollevare la situazione
intonando l'Ave Maria di Schubert con l'accompagnamento dei Van
Halen, che erano lì in ferie, la sventurata coppia di
vacanzieri venne immediatamente arrestata con i seguenti capi
d'accusa: tentata strage, disastro ecologico, vilipendio, porto
abusivo di arma impropria, atti osceni in luogo pubblico,
maltrattamenti ad animale, resistenza a pubblico ufficiale, renitenza
alla leva, divieto di sosta, schiamazzi notturni.
Nessun avvocato accettò di patrocinarli: l'unico difensore che
riuscirono a trovare fu il terzino sinistro del Mestre, di nome
Claudio, che non parlava una parola d'italiano e credeva che
l'arringa si mangiasse sotto sale.
C'è però da dire che in Tribunale fu encomiabilmente
telegrafico:
-Me apelo a la clemensa de la corte!- disse, con voce ben carburata
da uno spinellone clamoroso (li comprava da un tabaccaio di Erba) che
cercava inutilmente di nascondere nel risvolto della toga.
I due fecero appena in tempo ad ascoltare la condanna (obbligo di
guardarsi giornalmente due puntate di Sentieri per sei mesi) e a
scoppiare in un pianto irrefrenabile quando la toga dell'avvocato
prese fuoco.
Approfittando dei fumi tossici Gianni e Paolo si diedero alla fuga,
travestiti da ricercati, dopo aver tagliato in due il loro difensore
con un tagliaunghie: per usare le parole che ci vengono dalla
saggezza popolare "la porchetta è un piatto che si gusta
freddo".
-Mal comune, mezzo Claudio- commentò Gianni, esaminando
l'avvocato diviso in due.
-Come mostrargli tutto il nostro affetto, se non affettandolo?-
filosofò Paolo.
I due criminali si involarono su una 600 multipla residuato bellico
della prima guerra punica, per arrestarsi (nel senso di fermarsi, non
di mettersi in galera) al casello dell'autostrada dove spiccava un
vistoso cartello: Ai sensi del decreto Ferri n° 12 la
velocità massima consentita agli autoveicoli in autostrada
è data dal prodotto della cilindrata del motore espressa in
pollici cubici moltiplicata per il giorno del mese ed elevata
all'inverso del numero di scarpe del passeggero. Fanno eccezione i
giorni di luna piena, durante i quali la velocità è
libera, purché si rispetti un limite massimo di 107 km/h e
minimo di 230 km/h e il giorno del compleanno del ministro, che
invece si fa festa tutti insieme alla faccia sua.
Gianni e Paolo abbandonarono la macchina e proseguirono a piedi,
guadagnando ben presto un vantaggio incolmabile sui carabinieri che
si erano fermati al casello, a fare calcoli astronomici: che giorno
è nato il ministro Ferri?
-Li abbiamo inseminati!- ansimò Gianni, da sempre seguace
della fecondazione artificiale - Però adesso dove
andiamo?-
-Andiamo a Dover- suggerì Paolo -Lì i giudici sono
più di Manica larga!-
Dopo aver udito questa atroce battuta Gianni soffrì per sempre
di lancinanti dolori alla cistifellea.
Capitolo terzo, di Sir Gawaine
La loro amicizia, nonostante la comune passione per il Puntinismo
e per Ella Fitzgerald, da quel momento cominciò ad incrinarsi.
Ed infatti un giorno decisero che le loro strade si sarebbero divise:
subito dopo la partita dell'Aston Villa Paolo balzò sulla sua
Rayleigh, a cui aveva appena cambiato i balmer, alla volta di Dover;
Gianni rientrò al Ritz Hotel e attraversando in fretta e
fourier la hall se ne andò alla fermat dell'autobus. Da allora
le uniche notizie che si ebbero di Gianni furono che si era stabilito
a Roma, presso il fratello, cardinale kamerlingh di Sua
Santità Papa Giovanni Pauli V, dove aveva aperto una petit
maison.
Paolo, giunto frattanto a Dover, decise di darsi alla pazza gioia.
Infilatisi un paio di jeans ed una maglietta con il faccione di
Mickey Gauss sul petto si intrufolò tra i numerosi invitati di
un party in memoria di Elvis Priestly.
La musica era a tutto volume. Il DJ riavvolse la Maxwell e mise un
disco sul piatto. Finiti i Van Allen era ora la volta del paso
doppler. Paolo, che era una vecchia lenz, aveva già
addocchiato una biondina che lanciava occhiate "inebrianti";
sputò la hubble-gum e partì alla carica.
-Permette questo ballo, signorina ?-
Lei finse ostentatamente di controllare sul suo carnot di ballo e
poi...via, nel vortice delle danze. Dopo un paio di giri
riuscì a portarla in giardino. Si sedettero su una planck. Fu
quando quell'angioletto biondo cominciò a pigliarsi ad avidi
morse le labbra di Paolo che questi intese distintamente il selvaggio
richiamo della natura da dentro le sue bragg. Quel candido giglio era
più bollente di un geiger. E sapeva come tenerlo sulle
spine:
-Ho fame. Rientriamo ?-
Rientrarono.
-Io becquerel volentieri dell'avogadro. Tu cosa vuoi, cara ?-
-Galilei un pasticcino, grazie.-
Paolo fece per afferrare un cannoncino dal vassoio.
-Fermi! Joule mani o vi do una pedata nel coulomb! - sbraitò
un attempato cameriere -Ci sono qui io apposta. Cosa dirac il padrone
di casa se non vi servo...-
Paolo si pulì la mano sulle brahe.
Presi piattini e bicchieri si appartorono sul divano più
comodo del salone. A fianco a loro si sedettero due ubriachi persi,
ma distintissimi.
-No,...hic..., conte, non la imbroglie...non è
tanto...hic...il rough...hic...hic...quanto il green...hic... che mi
frega-
L'altro, abbozzando un assenso con la testa, sparò un
rutheford, ma talmente ford che la musica si interruppe. Ah no, si
era interrotta per l'ingresso della torta gigante: il padrone di casa
festeggiava in concomitanza il suo compleanno.
-Ein, stein, DREI! Hertzlichen Glückwunsch zum Geburtstag,
Henry- urlarono festosamente tutti gli invitati. Una mora tutta biot
spuntò dalla torta tra gli applausi degli ohm in sala. E
subito la musica riprese più allegra di prima sotto un diluvio
di stelle filanti e coriolis. Il festeggiato tradiva le sue origini
tedesche: era di Heisenberg.
E tra una bottiglia di porto, una succhiatina a un capezzolo e un
babà al rum, la notte viaggiava tranquilla e beata. Una stella
cadente attraversò l'albionico cielo.

Capitolo quarto, di Arnaldo Borsa
Al diciottesimo babà, la notte, stanca di viaggiare, si
fermò lasciando posto al giorno sotto l'alcibernetico cielo.
É a questo punto che ritroviamo i nostri Gianni e Paolo
diretti verso la basilica di San Marco per la rituale visita.
-Ma sì, Gianni, te l'assicuro, la guida tedesca ha detto
proprio così, che lì dentro fanno vedere un Ciborio che
ha una palla d'oro1!-
-Ma cos'è un Ciborio?-
-Sarà una specie di mostro da baraccone, sai, come la donna
cannone e quelle robe lì; la guida ha detto che lo mostrano
nel ricchione sinistro dell'abside2.-
Erano ormai arrivati al portone; entrando Gianni ricordò,
reminiscenze liceali, che cos'era un abside, perciò si
diressero verso il fondo.
-Scusi, dove tengono i ricchioni, qui?- Chiese Paolo ad un distinto
signore, che subito se ne andò borbottando preghiere e
segnandosi ripetutamente.
Di fronte all'altare lessero un cartello che li avvertiva che il
ciborio sopra l'altare era del XIII secolo. Osservarono per un po' le
sei statue che ornavano il ciborio: Paolo estrasse il capezzolo
consumato che portava sempre con sé, nella tasca dei calzoni,
e lo succhiò avidamente, mentre Gianni, rivolgendosi ad una
vecchietta le spiegò che le statue, secondo lui, non
sembravano proprio ricchioni, non avevano neanche una palla d'oro in
sei e che le guide raccontavano solo storie. La vecchietta
svenne.
-Come la capisco, viene qui per vedere chissà cosa e la
fregano così, maledetta pubblicità-, disse Gianni,
mentre, chinatosi, sollevava la testa della vecchietta facendole
ingollare due litrate abbondanti di Porto.
Ormai era mezzogiorno, e i nostri eroi tornarono all'aperto:
appena furono in piazza si lanciarono, ululando all'unisono: -Il
pranzo!-
Catturarono ben ventitre piccioni, che arrostirono allo spiedo sul
bastone dell'ombrello della vecchietta. Succhiando ossicini di
piccione, semisdraiati sugli scalini della libreria Marciana, si
godettero l'alcervellopositronico cielo; Gianni cramottò (per
l'esatto significato vedi Dizionario Pasquale, ed. Colombo) e Paolo
si sparò sei alì alla tequila.
Metà del pomeriggio la dedicarono a cercare di captare i
sospiri di un ponte, ma alla fine decisero che il ponte non era
triste ed andarono a sentir cantare i gondolieri: -O Sole
miooo...-
-Credevo che cantassero "La biondina in gondoèta"-, disse
perplesso Paolo: salì su una gondola e disse al gondoliere:
-Non xè meio cantar una canson venessiana?-
-Ahò, ma n'dò credi d'annà?-, replicò il
gondoliere.
Tutto ciò accadeva mentre l'alandroidico cielo stava a
guardare.
-Non c'è più religione-, disse Paolo, tornando a
riva; il signore distinto, che stava passando di lì, si
allontano guardandosi ripetutamente alle spalle, borbottando e...
(vedi sopra)
Mentre su Venezia calavano le prime ombre della sera, Gianni e
Paolo sistemarono un babà al rum da una parte e una bottiglia
di Porto dall'altra affinché la notte potesse viaggiarci in
mezzo tranquilla e beata. Paolo estrasse il capezzolo e diede il via
alla succhiatina rituale, sotto l'alrobotico cielo.
Capitolo quinto, di MisterAkko
-Una volta sono stato al capezzòlo di un amico, ma non ha
mica3
passato la notte...- sospirò sconsolato Paolo.
Gianni lo colpì ripetutamente al basso ventre con la bottiglia
di Porto, cantando a squarciagola "Venezia, la luna e tu".
In quel mentre fece capolino Ciarls Aznavour (in quel durante fece
anche capolino Jimmy Durante, e in quell'istante fece capo Lino anche
Patruno, ma questo non c'entra) che prese a fare il controcanto
intonando, nell'ordine: Luna caprese, Moonwalk, Guarda che luna, La
mezzaluna, e la sigla del TG L'una.
I due amici fuggirono tenendosi due dita nelle orecchie e una mano
sul fondoschiena (circolano tanti malintenzionati, oggigiorno), e
correndo a dirotto (infatti mentre correvano dicevano a tutti i
passanti: "otto, otto") nel silenzio notturno delle calli veneziane,
purtuttavia non ne approfittarono per fare qualche commento sullo
stato dei piedi dei nativi locali, dato che ci avrà certamente
pensato qualche mio collega prima di me.
Si rimpiattarono sotto il ponte dei Sospiri, sperando di potersi
concedere almeno qualche ora di sonno, ma vennero disturbati da un
malintenzionato intento a moquettarlo interamente, che per di
più di fronte alle loro proteste si limitò ad
omaggiarli di un biglietto da visita nero, con l'indirizzo del
magazzeno di Via Prampolini.
-Ma insomma, che vacanza infernale!- commentò Gianni un po'
amareggiato dalla piega che avevano preso i suoi pantaloni.
Nel frattempo l'assessore Nicolini (credo che si chiamasse
così) sbucò tutto paonazzo dalla laguna, strappandosi
tutti i capelli e ululando in falsetto: -Polizia! Polizia! Due
saccopelisti!-
L'assessore era evidentemente in debito d'ossigeno, dato che si era
dovuto immergere nella laguna con le pinne ma senza la muta, che era
rimasta a Portici. Paolo lo afferrò per le orecchie, lo
ripiegò velocemente su se stesso, e con abile mossa lo
lanciò verso il campanile di Giotto, dove i piccioni lo
coprirono vergognosamente di guano e dove venne rinvenuto la mattina
successiva da un gruppo di turisti giapponesi che lo fotografarono
ripetutamente4.
Gianni e Paolo se ne andarono sbadigliando ampiamente (un'ape regina
lì di passaggio opzionò una carie di Gianni per il suo
prossimo alveare), e cacciando madonne per la notte passata in
bianco, mentre da dietro il capolino di San Marco il sole faceva
cupolone.
Si avviarono verso la stazione delle FF.SS., e si imbarcarono sul
carrozzone. Paolo lanciò il valigione Samsonite attraverso il
finestrino, ma per troppa foga colpì di striscio al viso
l'amico, che perse tutti gli incisivi e un premolare. La valigia
proseguì la sua traiettoria parabolica, colpì e
sfondò la fiancata di un treno fermo nei pressi,
attraversandolo da parte e parte, e schiacciò al suolo come
una mosca una turista tedesca, spandendo grasso nel raggio di
ventitre metri.
Finalmente il treno partì, ma mentre Paolo e Gianni si
sporgevano dal finestrino per un ultimo sguardo alla città
entrambedue subirono un attacco di cuore che li stroncò in
giovine età.
Un turista americano, sbirciando nello scompartimento,
commentò: -Wonderful! Vedi Napoli e poi muori!-
La moglie lo redarguì: -You stupid, these are I Muori di
Venezia!-
Appendice A, di Mork
Aragorn correva veloce giù per la collina, sostando di
tanto in tanto per tirarsi su le mutande (le adoperava sempre per
pulire la lama della spada, ed aveva finito col tagliare l'elastico)
e per riaggiustarsi lo zaino sulle spalle.
Nella vallata sottostante faceva bella mostra di sé la sua
tenuta, comprata con parte della grossa somma che aveva guadagnato
vendendo l'Anello di Sauron (quello vero, non il falso che era stato
gettato nel Monte Fato da due hobbit deficienti che credevano di
essere stati più furbi di lui). Quindici anni erano passati
dalla fine della guerra e nessuno aveva mai saputo dello scambio
operato nelle miniere di Moria: mentre Frodo giaceva svenuto per un
colpo di lancia, lui aveva sostituito il gioiello con una copia.
Aveva poi rivenduto l'originale ad un ricco eccentrico che intendeva
sfruttarne i poteri di invisibilità per palpare le gambe alle
ragazze in metropolitana e per disturbare con gridolini osceni le
funzioni religiose della sua parrocchia.
Raggiunse di corsa l'ingresso di casa, si tolse lo zaino e
cominciò a menare pugni e calci contro il portone, gridando e
bestemmiando come un indemoniato.
-Non voglio niente!- rispose dall'interno una voce femminile.
-Chiunque voi siate, andatevene se non volete che chiami mio marito e
vi faccia pigliare a calci in culo!-
-Arwen, brutta scema rimbecillita che non sei altro,- sbraitò
il ramingo paonazzo in volto, -sono io tuo marito, e se non apri
subito la porta finisce che il culo rotto a suon di calci te lo
ritrovi tu!-
Udì scorrere il catenaccio. La porta si aprì
improvvisamente e una donna piccola e rotondetta gli piombò
addosso, gettandogli le braccia al collo.
-ARAGORN- gridò la sfera -SEI TORNATO A CASA!!!!-
-Bello schifo-, rispose Aragorn fissando con malcelato disgusto la
piovra immonda che quattro anni prima aveva sbadatamente messo
incinta in un momento di ubriachezza e che aveva quindi dovuto
sposare sotto minaccia di evirazione da parte dei fratelli di lei.
-Questa roba è per te,- le disse porgendole lo zaino; poi la
spinse violentemente da parte e balzò gioioso oltre la soglia
di casa, finendo quasi col travolgere tre bambine piccole e
rotondette che subito gli si aggrapparono al collo schiamazzando come
oche.
-PAPÀ- gridarono all'unisono i tre ovoidi -SEI TORNATO A
CASA!!!!-
-Huey, Dewey, Louie- rispose con un grugnito -Lo vedo da me che sono
tornato. Adesso migrate, che papà è stanco e affamato.
E fate silenzio: stasera in TV c'è Italia-Numenor e non voglio
sentir volare una mosca.-
-Aragorn, cos'è questa roba?- gridò Arwen rossa in
volto, rovesciando sul pavimento il contenuto dello zaino.
-Lungo la strada ho trovato un marocchino che mi ha svenduto in
blocco tutta la sua mercanzia. Questa che vedi...- e si chinò
a raccogliere una gigantesca bambola gonfiabile -...è una
perfetta riproduzione in plastica di Gianni Paolo, direttore
nonché curatore, saggista, traduttore, redattore, correttore
di bozze e copertinista (in alcuni brani suona anche le tastiere) di
una infame casa editrice italiana di fantascienza, nota soprattutto
per l'esorbitante costo dei suoi libri e per l'infima qualità
degli stessi.-
-Non mi frega niente di chi rappresenta quella cosa, e non cercare di
cambiare discorso.- Arwen lo fissò con gli occhi ridotti a due
fessure. Poi, con voce fattasi improvvisamente gelida, aggiunse
-Dimmi un po', com'è che è così usurata sul
retro? L'hai presa di seconda mano, non è vero?-
-Niente affatto, era nuova di zecca!- Sogghignò -Sai cara, il
viaggio era così lungo, e io mi sentivo così
solo...-
Arwen gli allungò un manrovescio che lo colse in pieno sulle
gengive.
(A questo punto faccio una digressione per citare Il pendolo di
Foucault. Lo cito perché è di moda. Tutti lo
comprano, pochi lo leggono e tutti ne parlano, anche a sproposito. E
allora lo faccio anch'io. Chiusa parentesi.)
Mezz'ora più tardi, mentre erano a tavola per la cena
(mezzuomo in salmì, frattaglie di olifante, gallina in brodo
guarnita con pasta d'acciughe e maionese), Aragorn raccontò
alla moglie ciò che gli era accaduto durante il travagliato
viaggio di cui si è già narrato in altra sede.
-...uno mi è scappato- concluse -Ma sono riuscito a beccare
tre di quei sudici hobbit che avevano violentato te, le bambine e le
galline: Crodo, Mary e Pompino, si chiamavano. Prima li ho castrati
con una daga incandescente, poi li ho venduti a Cino Tortorella che
li farà cantare da soprano nella prossima edizione dello
Zecchino d'Oro.-
In quell'istante il telefono squillò: mentre Arwen correva
a rispondere, Gandalf il verdognolo si materializzò sul tavolo
in una nube di fumo sulfureo.
Sotto lo sguardo esterrefatto del ramingo, il mago
barcollò, cadde sulle ginocchia e gli vomitò nel
piatto. -I viaggi col teletrasporto mi hanno sempre fatto star male,
fin da quando ero piccolo. Scusa se ti ho interrotto la cena, ma
avevo urgente bisogno di parlarti.- Poi balzò giù da
tavolo e cominciò a correre per la stanza, girando su se
stesso e orinando dappertutto.
-Aragorn, è per te-, gridò Arwen dalla cucina,
-C'è Accomazzi al telefono, vuole sapere se gli hai scritto il
capitolo per il racconto del Tarlo Mentale. Cosa devo
rispondere?-
-Digli che può anche andare a cagare! Finché non mi
paga per gli articoli arretrati non gli scrivo più niente.
Quelli della Apple gli danno una barca di soldi per fare
pubblicità subliminale ai loro computer nelle pagine
dell'AlmanAkko, e io non vedo una lira da anni. Se lo scriva lui, il
racconto. Io passo a scrivere fantascienza per l'Osservatore Romano!-
1: Palla d'oro: leggi Pala
d'oro, lavoro di alta oreficeria bizantina e veneziana (X-XIV sec.),
tempestata di smalti e gemme, che si trova dietro l'altare che
racchiude il corpo di S.Marco, sormontato da un ciborio ricchissimo,
ornato da sei statue, sostenuto da quattro colonne istoriate.
2: Ricchione sinistro: leggi
nicchione sinistro dell'abside, vicino alla Pala, che racchiude una
pregevole porta in bronzo.
3Ribadisco
che si trattava di un amico, non un'amica.
4E
se questo vi sembra ridicolo, dovevate esserci quella mattina in cui
sono arrivato alla Stazione Centrale di Milano e ho visto un
giapponese che ci faceva un paio di rullini di foto. Giurin giuretta.
(NdAkko)
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