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La psicologia di Bill

Il segreto del governo: combinare la convinzione della propria infallibilità con la capacità di imparare dai propri errori.
George Orwell, 1984

Accennavo nello scorso numero di Macworld al fatto che un essere umano ha sempre una forte autostima di se stesso e si inventa sempre motivi per giustificare questa stima. Per esempio, non troverete nessuno che sia disposto ad ammettere di essere un cattivo guidatore. Chi va piano sottolinea i vantaggi della prudenza, chi va forte evidenzia i suoi ottimi riflessi.
Questo istinto è particolarmente forte in quelle persone che, grazie a un pizzico di abilità e una tonnellata di fortuna, si trovano in alto nella società. O pensano di trovarvisi...
Pensate ai nostri politici -- per bontà d’animo mi limiterò a citare Bettino Craxi. Oppure pensate a un noto uomo d’affari, conosciuto nel mondo dell’informatica per antonomasia con il solo nome di battesimo, Bill.


Er mejo

Nonostante le leggende che lo circondano, Bill -- me lo conferma un collega che ha avuto occasione di intervistarlo due volte -- non è granché ferrato in informatica. In gioventù abbandonò l’università per scrivere programmi, ma oggi passa il suo tempo a fare l’ambasciatore di se stesso e la sua preparazione può venire definita, compassionevolmente, “un’infarinatura”. Il modo migliore di farlo innervosire nel colloquio è quello di coglierlo in flagrante errore e farglielo notare, mi dice l’amico.
Viceversa, Bill è sinceramente convinto di essere un benefattore del mondo. Non soltanto perché ogni anno dà in beneficenza circa l’un per mille di quel che guadagna. Ne è convinto soprattutto perché crede davvero che i suoi prodotti siano di buona qualità, che i suoi programmi non abbiano difetti significativi, che il mondo abbia bisogno di appiattirsi su un solo sistema operativo e sui prodotti di una singola azienda per funzionare meglio.
Voi adesso potreste obiettare: “come può crederlo? Ma non li usa, i suoi prodotti?”
La risposta è “no, ma non è questo il punto”.


Dissonanza cognitiva II

Gli psicologi la chiamano “benaffettazione”, ma è più conosciuta come “riduzione della dissonanza cognitiva”. Succede a ciascuno di noi. Un essere umano ha normalmente stima di se stesso, pensa di fare del bene (sì, anche Hitler) e nutre la convinzione di essere padrone del proprio destino. Quando interviene un fatto che contraddice questa nostra autostima, noi cambiamo la nostra memoria e generiamo falsi ricordi che ci confortano nel nostro errore.
In esperimenti di laboratorio, si faceva credere ad alcuni soggetti che le loro azioni avessero ferito altre persone. Immancabilmente dopo qualche tempo i soggetti giudicavano male le loro vittime e si dicevano convinti di aver osservato comportamenti asociali, antipatici o prevenuti che invece non avevano mai avuto luogo. In questo modo giustificavano implicitamente la punizione inflitta.
In altri esperimenti, si pagavano alcuni studenti perché svolgessero un lavoro molto noioso. Alla metà di questi studenti si chiedeva di mandare parenti e amici per lo stesso lavoro e li si remunerava con una piccola somma per ogni conoscente inviato. Dopo un mese si interrogavano tutti gli studenti del gruppo iniziale per scoprire cosa ricordassero del lavoro. Quelli che avevano ricevuto soldi per consigliarlo agli amici -- e soltanto loro -- se lo ricordavano interessante.
Ancora più straordinari sono i risultati di esperimenti sulle vittime di danni al cervello. Alcuni di questi poveretti hanno gli emisferi sconnessi, e per questo motivo parte delle informazioni che gli arrivano non vengono processate dalla coscienza attiva. Messi di fronte a un ordine scritto, che vedevano con l’occhio sinistro, questi signori lo eseguivano. L’altro emisfero, quello cosciente, immediatamente si immaginava un motivo che giustificasse l’azione appena compiuta.


L’ultima parola

Sarebbe un molto più semplice se chi odia Mac (o chi stermina i kossovari, o chi bombarda chi stermina i kossovari) fosse un malvagio da film western, col cappello nero e la risata maligna. La realtà, purtroppo, è più complessa.

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Luca Accomazzi (http://www.accomazzi.net) pensa spesso che se non avesse potuto dedicarsi a Mac e Internet avrebbe scelto di studiare la psicologia.