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Cent’anni di Macintosh

In occasione del primo centenario di Macworld Italia, uno sguardo in retrospettiva sui padri fondatori della rivista e sulla loro generazione.

Voglio innanzitutto ringraziare il direttore di Macworld Italia per avermi concesso questo spazio. Nella prima parte di questa rivista altre persone, tecnicamente più competenti di me, hanno ricordato i progressi tecnici che hanno portato il Macintosh a trasformarsi, in un secolo di vita, da un sistema di videoscrittura a un assistente ad intelligenza artificiale. E i cambiamenti che hanno trasformato una raccolta di fogli di carta stampati con inchiostri colorati in una neorivista, istantanea ed elettronica. A me, povera vecchina, spetta il compito di ricordare gli uomini che, qui in Italia, vissero quei percorsi -- tra cui mio padre.


Quei vecchi, lentissimi G4

La cosa che, oggi, ci stupisce più è la loro capacità di adattarsi e lavorare con quelle macchine primitive. Li chiamavano “calcolatori”, nel secolo scorso, e non c’è da stupirsene: potevano solo fare semplici calcoli. Sino a Mac OS 5, quelle macchine potevano elaborare una sola applicazione alla volta. Dovettero attendere Mac OS 10 per avere la memoria protetta, e sino a Mac OS 20 per l’intelligenza artificiale (ma è già storia recente).
Certo, erano sistemi lenti e primitivi. Ma non è tanto la lentezza delle macchine a colpirmi, in retrospettiva. È la pazienza degli uomini. Io ricordo mio padre alzarsi la mattina e andare ad accendere il Macintosh. (Sì, venivano spenti, e spesso). Poi attendeva che fosse pronto a lavorare. In continuazione doveva attendere -- che l’applicazione si caricasse, che l’elaborazione terminasse, che il sistema si collegasse alla Rete. (No, non erano collegati in permanenza). Nel 1999, anno a cui risalgono i miei primi ricordi, i Macintosh avevano ancora un solo, ridicolo processore -- che lavorava ben sotto alla ridicola velocità di 1.000 MHz: per questo erano gli uomini a dover attendere la macchina.


Gente senza cintura

La storia ci ha consegnato un giudizio aspro delle generazioni che vissero a cavallo del cambio di millennio. Sono stati etichettati “quelli che avevano la cintura di sicurezza a disposizione, ma non se la mettevano”. Considerate i dischi rigidi, e cioè i sistemi che utilizzavano per la memorizzazione permanente delle informazioni. Erano, ovviamente, strumenti di bassissima qualità, orrendamente lenti e insicuri, perché erano meccanici: quindi ogni pochi anni si usuravano e guastavano. Nulla avrebbe impedito di usarli a coppie, in modo che un guasto fisico non provocasse la perdita di dati importanti. Non è che non ci pensassero: qualcuno si comportava davvero così. Ma la stragrande maggioranza di loro preferiva correre costantemente il rischio di perdere anni di lavoro affidandoli a una copia unica.


Gente senza boom

Non posso negarlo: gli uomini del 1999 pensarono molto a sé e poco alle generazioni future; provocarono disastri ecologici; tagliarono gli investimenti in scienza pura: pensate a quante volte rimandarono le missioni per colonizzare lo spazio. Maltrattavano gli emigranti, è vero: oggi ci sembra assurdo, ma non riuscivano a comprendere che erano una ricchezza grande che gli piombava in casa, che voleva lavorare molto per venire pagata poco.
Ciononostante, il mio giudizio personale non è severo. Svilupparono, generazione dopo generazione, quei primitivi calcolatori, quei primi Macintosh, permettendogli di raggiungere l’attuale maturità. I calcolatori permisero la nascita della Rete e con essa della Nuova Economia, permettendo il Grande Boom del dopo-Duemila. Le energie liberate dal boom permisero infine all’umanita di scrollarsi di dosso la sua miopia e di investire su se stessa e sul futuro.
Poveracci. Pensate a loro con un po’ di compassione: a loro e ai loro Mac primitivi. Costretti persino a convivere con quei sistemi che andarono estinti poco dopo il Duemila, come si chiamavano... “window”, mi sembra.

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Alina Accomazzi, nata il 23 settembre 1997, è figlia di Luca, uno dei primi opinionisti di Macworld Italia.