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Dischi rigidi

Il primo calcolatore Apple posseduto da chi scrive non aveva né disco rigido né lettore di floppy: solo in seguito venne dotato di una capiente unità da ben 140 KB. I primi dischi rigidi targati Apple sono invece datati 1983: i ProFile, oscuri oggetti del desiderio, costosissimi e capaci di 5 MB.
Oggi i più piccoli dischi rigidi in produzione contengono circa 8000 MB. (Se non conoscete la differenza tra kB, MB e GB saltate all'ultimo paragrafo di questo articolo, e tornate indietro dopo averlo letto).
La stragrande maggioranza della produzione è costituita da unità comprese tra 20 e 40 GB. Le unità più capienti sul mercato arrivano a 80 GB, ma in questo articolo vogliamo concentrarci su marche e modelli più diffusi, e quindi dal costo più contenuto.
Tre caratteristiche denotano completamente le capacità di un disco rigido: la capienza, la velocità e il tempo d’accesso. Esaminiamole.


La capienza

La capienza misura la quantità di informazioni che il disco può contenere. Come abbiamo già accennato, i dischi rigidi di oggi possono contenere qualche GB (gigabyte) di informazioni. Per farsi un’idea, basti dire che ogni GB equivale a un miliardo di caratteri di testo, e dunque se il disco rigido venisse usato per memorizzare solo testi non formattati un disco da un GB potrebbe contenere 1.470 volte tutto il testo della Divina Commedia (che è composta di circa 680.000 caratteri).
Un utente che non abbia particolari esigenze farà bene a calcolare il “costo per MB” dei dischi rigidi che gli interessano — basta dividere il prezzo di listino per il numero di MB che il disco ospita. Tipìicamente, i meccanismi più capienti hanno un costo per MB più basso, e sono dunque più convenienti, ma il prezzo sale nuovamente quando ci si sposta verso le unità più capienti e più veloci di tutte, perché la tecnologia più spinta costa sempre qualcosa in più.


La velocità di lettura

Ovviamente, la velocità con la quale il disco rigido è in grado di fornire le informazioni al calcolatore è spesso tanto importante quanto la capienza. Se sitiamo usando PhotoShop, e apriamo un documento che si trova sul disco rigido, il calcolatore deve leggere in memoria una immagine, che andrà poi mostrata a video. In questo caso, un disco rigido più lento impiegherà più tempo per effettuare il caricamente, ma il tempo perduto sarà tipicamente poco percettibile.
Il problema è più grave quando desideriamo aprire un filmato multimediale QuickTime. In questo caso, il calcolatore deve leggere in continuazione un flusso di immagini da disco, e proiettarle una dopo l’altra a video, in modo da fornire una animazione. Un disco più lento potrebbe rivelarsi incapace di leggere in tempo tutti i fotogrammi, e di conseguenza la proiezione potrebbe incepparsi e saltare addirittura brevi sequenze.
La velocità di lettura di un disco rigido è normalmente espressa in MB al secondo. I dischi rigidi moderni sono tipicamente capaci di trasferire circa 10 MB/sec, e sono pienamente adeguati anche all’uso con il video digitale. Non solo: quasi tutti computer sono a malapena in grado di ricevere con una tale velocità.


Il tempo d’accesso

Dal momento in cui il calcolatore richiede alcuni dati al momento in cui i dati cominciano a fluire dal disco rigido verso il Macintosh passa qualche istante — tipicamente qualche millesimo di secondo, tempo che il disco rigido impiega per spostare la sua testina di lettura sopra la zona del disco che memorizza le informazioni richieste.
Anche in questo caso bisogna notare che un utente medio non noterà molto la differenza. Su un calcolatore usato come server di rete, invece, è importante usare dischi dotati di tempo d’accesso bassi, in modo che la macchina possa servire molti clienti in fretta.


Le partizioni

Il MacOS è stato creato per gestire dischi rigidi di dimensioni comprese entro i 2 GB. Questo tetto, man mano che le capacità dei dischi lo raggiungevano e superavano, è sembrato sempre più limitante, e così Apple l’ha gradualmente innalzato.
Poiché sino al 1996, però, questa possibilità non esisteva, è nata l’abitudine (oggi una moda) di “partizionare” i dischi rigidi, ovvero inizializzarli in modo che il MacOS lo veda come se si trattasse di tanti dischi rigidi più piccoli.
Per partizionare i dischi rigidi SCSI si può usare il programma “Drive Setup” fornito con ogni Macintosh. Ma oggi non se ne ha quasi nessun vantaggio.


I dischi audio-video

Vi è mai capitato, mentre stavate fermi davanti a un Macintosh acceso e in attesa, di sentire un flebile “trac-trac” proveniente dal disco rigido? Di tanto in tanto, un sensore presente all’interno dell’unità disco esegue automaticamente una ricalibrazione termica, in modo da garantire il perfetto posizionamento della testina a prescindere dalla temperatura raggiunta a causa della rotazione. Il rumore della ricalibrazione è notabile solo quando il calcolatore non sta lavorando, ma l’operazione viene comunque eseguita periodicamente.
La ricalibrazione termica blocca le operazioni di lettura e scrittura, e può guastare la bontà di una digitalizzazione video. È per questo motivo che alcuni produttori hanno introdotto dischi rigidi, più costosi, che non si bloccano mai, adatti agli sviluppatori di multimedia. Vengono solitamente caratterizzati dalla sigla “AV”.


RAID

Menzioniamo brevemente anche le opzioni RAID, fornite con i dischi rigidi più grandi e costosi, e utili a chi è disposto a investire denaro per garantirsi assoluta sicurezzao le più alte prestazioni.
Il RAID livello zero divide il carico di lavoro su due o più dischi rigidi. Potete considerarlo l’opposto di una partizione: in questo caso due dischi vengono visti dal Mac come se fossero uno solo. Il vantaggio sta nel fatto che i dati vengono letti (e scritti) in parallelo dalle due unità, e le prestazioni pertanto raddoppiano.
Il RAID livello uno usa due dischi rigidi al posto di uno. Tutte le informazioni vengono scritte su entrambi i dischi (il Macintosh ne vede uno solo sulla scrivania). In caso di guasto anche irreparabile a un disco, l’altro conserva copia di tutti i dati, e non vi è perdita di informazioni.
Il RAID livello cinque (che ha ormai praticamente rimpiazzato i livelli 3 e 4) combina i vantaggi dei livelli zero e uno. Il flusso dei dati è diviso su più dischi, e un flusso parallelo di controllo di parità garantisce la sicurezza delle informazioni.
E il livello due? È usato solo nei supercomputer.


Verso il petabyte

Un byte è la minima quantità di informazione che un calcolatore può trattare con comodità: è anche lo spazio che occupa una lettera come la “a” in un testo. Un byte è composto da otto bit: il bit è l’unità minima indivisibile di informazione.
Quando si tratta delle moderne unità di memoria, però, si parla di moltissimi byte, e così entrano in gioco i multipli. Ci sono mille metri in un chilometro, e in maniera analoga dovrebbero trovarsi mille byte in un chilobyte (in sigla, KB): dato però che i calcolatori maneggiano con maggior facilità le potenze del due che le potenze del dieci, gli informatici fanno conto che esistano 1.024 byte in un KB.
Mille KB costituiscono un megabyte, o MB (si può anche dire che mille chilometri sono un megametro, anche se è inusuale, ed è altrettanto corretto parlare di un megagrammo, un megalitro o un megavolt). La memoria centrale dei calcolatori personali è misurabile nell’ordine dei megabyte.
Mille MB costituiscono un gigabyte (GB), e i dischi rigidi odierni offrono spazi in quell’ordine di grandezza. Mille GB costituiscono un terabyte (TB), e mille terabyte costituiscono un petabyte (PB): termine che può far sorridere, ma che è correttissimo...
Ovviamente esistono anche prefissi per indicare i sottomultipli. In questo articolo ne facciamo uso quando parliamo di velocità. Tutti noi sappiamo che un millimetro è un millesimo di metro: analogamente si parla di millisecondi — un disco rigido impiega appunto qualche millisecondo per rispondere al calcolatore. Servono mille microsecondi per fare un millisecondo, e mille nanosecondi per un microsecondo. La memoria RAM, la memoria centrale di Macintosh, risponde alle richieste del processore centrale entro qualche decina di nanosecondi, ovvero in qualche miliardesimo di secondo. Si può scendere ancora, e parlare di picosecondi, femtosecondi e attosecondi.
Una curiosità, infine: i prefissi deca-, etto-, deci-, centi- (usatissimi nella vita di tutti i giorni: un ettogrammo di parmigiano, dieci centimetri di stoffa) non sono più standard, vanno considerati scorretti, e non andrebbero usati. I prefissi usati per indicare multipli e sottomultipli cambiano di mille in mille: la prossima volta che passate dal salumiere chiedetegli cento grammi di prosciutto, e non un etto. Poi, per infierire, fategli notare che i prezzi in lire andrebbero marcati con “L.”, e non con “£” (che è il simbolo della sterlina).


Questo articolo fa parte di uno dei miei percorsi. Se vuoi saperne di più su questo argomento, visita il resto del percorso cliccando qui.