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Ma quale Alessandria d’Egitto!

Premessa

Nel gennaio 2000 ricevetti una richiesta di un amico che cura lo house organ del Mensa -- ovvero la rivista spedita ai membri italiani del “club dei geni”, quella associazione che accetta solo personaggi il sui quoziente intellettivo supera quello del 98% della popolazione mondiale. L'amico mi invitava a tenere una breve conferenza durante il congresso dei soci. Io accettai, ma poi mi presi una influenzona, con febbre a 40, proprio il giorno prima della data fissata. L'amico allora chiese e ottenne in cambio della mia defaiilance che io scrivessi un breve articolo, raccontandovi quello che avrei sostenuto a voce. Eccolo qui.


L’articolo

Ero piuttosto imbarazzato dovendo presentare lo scorso gennaio una breve tesi sul ruolo che i calcolatori possono svolgere nell’educazione dei giovani iperdotati. Da dove partire, che punti toccare, quali conclusioni sostenere? Nel riflettere sul tema ero giunto a una conclusione minimalista. M’ero detto: presenta qualche dato di fatto e qualche spunto interessante, Accomazzi, visto che puoi star certo che questi signori non sono stupidi le conclusioni le trarranno loro.
E così avevo cominciato a riflettere furiosamente a partire da qualche scritto di Chomsky, uno scienziato contemporaneo notevolissimo perché le sue idee hanno rivoluzionato sia l’informatica che lo studio delle lingue umane, avvicinando questa a quelle. In particolare un suo allievo, Stephen Pinker, oggi a sua volta docente universitario, ha dedicato la sua vita ad applicare le teorie di Chomsky e qualche idea propria ai bimbi nella prima e seconda infanzia per vedere come essi sviluppino e accrescano il linguaggio. Pinker è una lettura interessantissima (e scorrevole, a differenza di Chomsky), oggi disponibile in libreria anche in lingua italiana.
Più in piccolo, riflettevo su un piccolo ma gustosissimo aneddoto raccontato da Nicholas Negroponte, uno dei guru informatici del MIT, nel suo eccellente “Essere digitali”. Racconta il Negroponte di una visita a casa di un collega, a sua volta docente di informatica. La discussione venne interrotta dall’arrivo della figlia duenne di costui. Che chiamava il padre lamentandosi a gran voce: “papà, papà, la tivù è guasta”. “Perché, piccina, cosa c’è che non va?” “Si può solo cambiare canale”.
Divertente, certo, ma credo che faccia riflettere. La disponibilità di tecnologie informatiche, per loro natura interattive, nelle case può soltanto aiutare i bimbi più affamati di informazioni, idee, contatti. Nella vita dell’unico bambino destinato a passare i test del Mensa che io abbia seguito da vicino, e cioè me stesso, ricordo benissimo i momenti peggiori: quelli di noia. Le interminabili estate al mare, con pochi libri da leggere e ancor meno da fare, per esempio.
Aperta parentesi. Quando si menziona l’utilità del computer in casa qualcuno sente sempre la necessità di alzarsi in piedi e far notare a gran voce il pericolo che l’era digitale provochi un’altra spaccatura nella società, tra “nuovi poveri” e “ricchi d’informazioni” che possono offrire ai figli anche tutto ciò che di buono c’è in Internet. In questo come in molte altre cose permettetemi di essere apertamente ottimista. Se date una occhiata al grafico che ho preparato e che accompagna quest’articolo vedrete che nel tempo la percentuale di penetrazione di Internet aumenta in tutte le fasce di reddito, ma aumenta percentualmente di più nelle fasce più deboli, che per ultime si sono avvicinate al mezzo.
Questo non significa che si debba o possa cantare in coro “tutto va ben, madama la marchesa”. Viceversa, un accesso a Internet e alle risorse di calcolo va in qualche modo garantito dalla società. Così come la scuola obbligatoria e gratuita è una conquista della società del Novecento, questo tema deve dominare la società del Duemila.
Nel mio piccolo, nel 1996 ho fatto parte della commissione SiR, istituita dal provveditore agli studi di Milano con lo scopo di garantire almeno un computer alle scuole d’ogni ordine e grado della provincia, e con esso l’accesso a una rete di informazioni e strumenti...
Ma mi sto allontanando dal mio tema. Chiusa la parentesi.
Io ho una bimba piccola, ancora nella prima infanzia. Diventare papà, e coloro ai quali è capitato prima di me lo sanno bene, è un evento che porta naturalmente la mente a pensare al futuro. Quando andrà a scuola, quando andrà all’università, quando si sposerà, quando... e via elencando, per la felicità dei venditori d’assicurazioni con le loro polizze più disparate. C’è un effetto benefico: oggi noi siamo portati a riflettere sul futuro soltanto prossimo (come andrà il prossimo rendiconto trimestrale della società in cui ho investito i miei risparmi?). Un ampliamento di orizzonti è sia benefico che utile.
Mentre rifletteva su questi temi, il sottoscritto si è trovato a estrapolare qualche conseguenza della legge di Moore. Lo ricordo a vantaggio di quei pochi che non se la siano ancora sentita rinfacciare: l’ipotesi di Moore sostiene che ogni diciotto mesi le capacità dei mezzi informatici raddoppiano mentre il loro costo cala del cinquanta per cento. Più prosaicamente: ho cominciato a occuparmi di personal computer nel 1980, acquistando un potente esemplare dotato di 48 KB di memoria centrale e ben 140 kB di spazio su disco. Vent’anni più tardi, il modello tutt’altro che recentissimo che sto utilizzando per scrivere queste note vanta 163.840 kB di memoria centrale e 8.388.608 kB di spazio sul disco principale. Una bella crescita. A questo punto mi chiedo quale computer comprerò ad Alina quando tra vent’anni mia figlia frequenterà l’università. Se tanto mi dà tanto (mano alla calcolatrice!), la luce dei miei occhi sfoggerà un modello dotato di 11.650.844 kB di memoria centrale, o undici gigabyte; e di 3.590.242.050 kB di memoria su disco, ovvero tre terabyte e mezzo. Quanto fa in soldoni? Vediamo un po’. La grande libreria di Alessandria d’Egitto, una delle meraviglie del mondo antico, fondata attorno al 300 aC da Tolomeo primo, vantava oltre settecentomila volumi. Sul disco rigido del computer di Alina troveranno spazio tre milioni e mezzo di volumi lunghi quanto la Divina Commedia. Più che sufficienti per creare una bibliografia impressionante durante la stesura della tesi di laurea, direi. E magari dotato di memoria di backup, per evitare che faccia la fine della biblioteca di Alessandria.
Una idea abbastanza impressionante, se mi permettete, ma neppure la più impressionante che io mi possa immaginare, e certamente non la più rivoluzionaria. Una idea assai degna di riflessione viene invece dalla mente di Jerry Pournelle, un (mediocre) scrittore di fantascienza che ama circondarsi di computer e scriverne. L’idea di Pournelle, espressa una quindicina di anni or sono, dice pressappoco: “entro l’anno duemila chiunque sia disposto a pagare un prezzo onesto potrà avere la risposta a qualunque domanda, purché l’umanità abbia risolto quello specifico problema”. Al duemila ci siamo arrivati, come anche i più distratti tra voi avranno notato. Pournelle, che quando formulò la sua controversa e provocatoria idea stava pensando a CD-ROM multimediali e strumenti del genere, ha avuto ragione. Quasi. Internet certamente non contiene la risposta o ogni domanda, ma è molto vicina a farlo. Esiste persino una società americana che, attraverso il suo sito, si offre di trovare risposte a qualsiasi domanda, per una tariffa. Dopo il recente crollo del Nasdaq sta navigando in cattive acque, come molte imprese americane nate con un capitale di una buona idea e poco d’altro, ma esiste. Io mi ero anche peritato di immaginare, un paio d’anni fa, come si sarebbe potuta costituire una società senza scopo di lucro che rispondesse allo scopo di trovare risposte a qualsiasi quesito. Non sarebbe molto difficile, e si potrebbero offrire servigi gratuiti o quasi agli studenti riservando un prezzo onesto a tutti gli altri.
Le promesse della tecnologia sono affascinanti, anche quando le implementazioni lasciano a desiderare (pensate alle linee ADSL, le connessioni permanenti a Internet senza costo per minuto: tanto sbandierate dalle compagnie telefoniche, funzionano malissimo e comunque danno molto meno di quel che promettono). Io credo però che le menti più brillanti delle prossime generazioni ne avranno enormi benefici, maggiori di quanto ci si possa ora immaginare. E spero di avervi offerto uno spiraglio in quella direzione con le poche righe di questo articolo.