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Peccati e peccatori

Startup, push, sticky, web agency, spinoff, community, account, streaming, b2b, broadband. Datevi un punto per ciascuna di queste parole di cui conoscete il corretto significato. Da dieci a otto punti, complimenti, siete in linea con la new economy. Da sette a sei, discreto. Da cinque a tre, insufficiente, aggiornatevi. Sotto i tre, sparatevi, tanto perderete il posto di lavoro prestissimo e non riuscirete a trovarne un altro, i vostri amici vi toglieranno il saluto e forse puzzate anche un po'.


Destinazione Internet

Apri “Repubblica” e ogni pagina contiene una pubblicità di kataweb mascherata da articolo. La butti, prendi il “Corriere” e trovi Beppe Severgnini che intervista la nostra vecchia conoscenza Diego Piacentini e il suo nuovo capo, (l’uomo dell’anno Jeff Bezos), ma gli pone domande che sarebbero andate bene per una intervista con Valeria Marini. Esci per strada e ti trovi di fronte un cartellone di venti per venti metri con la pubblicità di un sito insignificante che però Elserino Piol ha finanziato con dieci miliardi. Vai a cena con un amico che credevi compunto funzionario di banca e ti rivela che ha mollato tutto, anche la moglie, per unirsi a una nuova società, obiettivo collocazione in borsa entro nove mesi. Non dorme quasi più e indossa cravatte con la pantera rosa, forse diventerà miliardario, tra nove mesi.
Non so se essere più divertito, stupito o seccato. Uso Internet dal 1992, ci lavoro a tempo pieno dal 1997, va comunque a finire che il mio dirimpettaio in condominio alla fine della solita assemblea interminabile mi suggerisce con aria saputa di abbonarmi, ci sono certe cose, su Internet...


No, il peccatore no

Vi racconto la penultima che mi è successa. La gigantesca multinazionale X decide che ogni suo prodotto deve avere un sito dedicato, e stanzia un fantastiliardo. La controllata italiana Y convoca la famosa agenzia di pubblicità e pubbliche relazioni, Z, e firma un contratto da un miliardo. Lo account (l’omino che segue il cliente) della Z accetta la commessa sapendo benissimo di non saper distinguere un sito Internet da un bue muschiato. Torna in ufficio, si attacca al telefono e chiama la W, noto “centro media” (quelli che seguono una campagna). Mi fate il sito per cento milioni? Ma certo, rispondono, noi abbiamo la nuova divisione K, la nostra web agency (sono quelli che studiano un sito web e ne curano la realizzazione). La K esiste davvero. L’hanno fondata a giugno. Ci lavorano in undici: un presidente, un amministratore delegato, un direttore generale, due segretarie, cinque account e un grafico. Bravo come grafico, per carità, ma sta ancora togliendo il cellophan dalla sua copia di Dreamweaver. Il direttore tira su il telefono e mi chiama. Puoi curare il motore del sito così e cosà? Sì? Quanto ci vuole? Nove milioni? Affare fatto. Non dovrei lamentarmi, per fare il motore ci abbiamo messo due giornate di lavoro (più tre giornate di riunioni inutili). Però mi sento un po’ fesso comunque.


Poscritto

Volevo raccontarvene un altra, ma devo chiudere il pezzo in fretta. Mi hanno chiesto per domani un preventivo per un sito gigantesco, non so come farò. Domani a cena vedo l’amico: ha deciso di mollare la startup, gli hanno offerto uno stipendio doppio come direttore di uno spinoff (una divisione che diventa indipendente). Strada facendo ve ne ho spiegate quattro, di parole calde. Quando diventerete dirigente di una nuova impresa quotata venti miliardi mandatemi una cartolina. Vi manderò il mio numero di telefono. Così, quando dovrete davvero produrre qualcosa saprete come cavarvela.

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Luca Accomazzi (luca chiocciola accomazzi punto it) è direttore tecnico di una società che sta in fondo alla catena alimentare.