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Chiamatemi scemo

Fine settembre duemila: Apple computer annuncia al mondo che il suo fatturato crescerà solo del 38%. Nel giro di poche ore, il titolo perde il 60% del suo valore. Storia di una azienda sempre sottostimata.

I fatti (in sintesi, perché questo non è il “Sole 24 Ore”). Apple nel trimestre luglio-agosto-settembre vende meno del previsto. Colpa di più fattori. Il G4 Cube si vende meno bene dello sperato. Gli iBook si sono venduti pochino sinché non sono arrivati i nuovi modelli di inizio settembre. C’è un calo generale nel settore computer (e infatti anche Intel ha venduto meno processori del previsto nel medesimo periodo).
Nonostante tutto questo, Apple continua a crescere. Cresce per fatturato (+40%), per numero di macchine vendute (+45%), cresce anche sotto ogni parametro che mai economista si sia inventato e che ha un nome inglese comprensibile solo ai bocconiani. Steve Jobs se ne esce con una dichiarazione ben studiata, che comincia con “we’ve hit a speed bump”. In inglese americano gli “speed bump” sono quelle striscione sporgenti di plastica che si mettono sulle strade cittadine per costringere gli automobilisti a mantenere una velocità controllata.


Le reazioni

Non voglio sottovalutare la portata dell’annuncio Apple. L’aspetto giustamente preoccupante è la dichiarazione che nel trimestre natalizio l’azienda si attende di guadagnare pochino, mentre manovra per aggiustare i problemi. In condizioni del genere è giusto che il titolo perda di valore in borsa. Per di più, lo “speed bump” era inatteso. Ci sono 19 analisti di borsa che seguono Apple: il 29 settembre sette di essi stavano consigliando di acquistare azioni di Apple (in gergo, “buy”) e altri dieci di comprarne davvero tante (“strong buy”).
La reazione, però, è un filino scomposta. Con un volume di scambi che viene valutato all’ottavo posto nella storia di Wall Street, il titolo Apple perde la metà del suo valore in 35 minuti. Le prime dichiarazioni degli analisti lasciano immaginare che quei signori, pur profumatamente pagati per seguire Apple, non la conoscano affatto. (Inserite qui il vostro gioco di parole preferito sul termine “analista”).
I giornalisti, apparentemente, ne capiscono ancor meno. Il Corriere della Sera traduce Jobs a modo suo: lo speed bump diventa “questo per noi è uno scossone terribile”. In America le cose vanno anche peggio.


Due pesi e due misure

Il commento più ficcante, a mio parere, viene dall’analista Rob Enderle, che scrive: “Apple esiste come una aberrazione del mondo dei produttori di hardware. E agli analisti le aberrazioni non piacciono”. Aberrazione, perché non produce macchine Windows.
Forse ricorderete: circa cinque anni fa Apple produsse un lotto di mille portatili (i famigerati PowerBook 5300) dotati di batteria difettosa al punto che avrebbe potuto prendere fuoco. Solo una di quelle macchine raggiunse un utente, perché Apple ne blocco immediatamente la distribuzione. Eppure il titolo scese, la stampa non specializzata ne parlò malissimo, ci fu anche una copertina con un aereo in fiamme (!)
A metà ottobre 2000 la Dell è stata costretta (con una ordinanza) a richiamare 27.000 batterie che possono incendiarsi anche quando la macchina non è in uso. E la stampa? Non un cenno.


L’ultima parola

Io non sono... ripeto ribadisco e sottolineo: non sono... un fanatico sostenitore di Apple. Chi mi segue sa che bastono spesso e volentieri Cupertino. A inizio ottobre, io ho acquistato per la prima volta nella mia vita azioni in borsa. Ho messo il 25% dei miei risparmi in azioni Apple. È una azione dettata dal portafoglio (che tengo normalmente vicino a una parte del corpo ben distinta dal cuore). Ho comprato le azioni di Apple a poco meno di venti dollari l’una. Magari ho sbagliato. Se tra un anno ci avrò rimesso dei soldi, siete autorizzati. Scrivetemi in redazione e chiamatemi scemo.

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Sofia (sofia@accomazzi.it), la moglie di Luca Accomazzi (luca@accomazzi.it) ha già preparato un nodoso randello da adoperarsi in caso di errore.