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Errore: file non copiabile

L’inizio di questa storia non sembra avere a che fare con l’alta tecnologia. Semmai, sembra uno stralcio dagli atti di un qualche congresso del vecchio PCUS. Recita: il tredicesimo comitato tecnico del NCTIS ha raccomandato all’ANSI l’adozione del metodo CPRM all’interno dei protocolli ATA e SCSI. Eppure questa notizia dal tono così burocratico potrebbe rendere più problematica la vita di tutti noi -- persino di quelli che non usano un computer. Vediamo cosa significa, partendo da zero.
Un importante teorema, il teorema del campionamento, recita: qualsiasi informazione non digitale (come la musica) può venire trasformata e registrata in formato digitale (per esempio su un CD audio) senza perdita di qualità. Una informazione digitale, a ben pensarci, è anche una informazione che in linea di principio è possibile copiare completamente e perfettamente, senza perdita di qualità. Per continuare nel nostro esempio, molti apparecchi oggi in commercio permettono copiare un CD audio su un altro CD audio: la copia è indistinguibile dall’originale.
Veniamo al CPRM. Dietro a questa sigla si nasconde un metodo (sviluppato congiuntamente da IBM, Intel, Toshiba e Matsushita) per proteggere i dati digitali, rendendoli incopiabili. Il CPRM è già oggi in uso sui dischi DVD: se uno di noi prova a inserire un film DVD video in un calcolatore, e se tenta di copiare uno spezzone sul disco rigido, si ritrova un messaggio d’errore. È importante sottolineare che questa protezione non dipende dal programma che stiamo usando: e infatti questa esperienza è comune agli utenti di Windows, di Mac OS e persino di Unix. Invece, la protezione CPRM è intrinsecamente mischiata ai dati stessi (che sono crittografati) ed è direttamente gestita dall’apparecchiatura DVD. A questo punto possiamo tornare al tredicesimo comitato tecnico: questi signori, spinti da un gruppo di aziende in cui spiccano le maggiori case discografiche e cinematografiche, stanno chiedendo che il sistema CPRM venga esteso a tutti i dischi rigidi prodotti sul pianeta dalla metà del 2001 in poi. Se la proposta diventa accettata, diventa parte di uno standard mondiale. Vediamo le conseguenza pratiche. Su ogni disco rigido prodotto secondo il nuovo standard esisterebbe uno spazio totalmente inaccessibile al computer che contiene il disco rigido. Questo spazio contiene una mappa del disco rigido e sulla mappa sta scritto quali blocchi di dati digitali vanno considerati coperti da copyright. Stabilisce insomma quali diritti il proprietario del disco rigido ha sui dati. Per esempio, potrebbe decretare che un certo file (che contiene una canzone) può venire letto ma non modificato. Oppure la mappa potrebbe sancire che un altro file (che contiene una applicazione eseguibile) può venire copiato, ma solo una volta per motivi di sicurezza, e una volta che quell’unica copia è stata eseguita non sarà più possibile ripetere l’operazione. Queste prescrizioni non sono, beninteso, decise dall’apparecchio: ogni blocco di dati se le porterebbe dietro dalla nascita e un disco rigido non farebbe altro che trascriverle e costringere l’utente a rispettarne l’uso. Per esempio, se Microsoft rilasciasse una nuova versione di Microsoft Word protetta in questo modo noi potremmo installarla sul nostro computer, ma troveremmo impossibile farne una copia dal disco rigido su ogni altro tipo di supporto. Se per qualche motivo cancellassimo dal disco la nostra copia di quel programma e riutilizzassimo lo stesso spazio per memorizzare una nostra foto digitale, la foto risulterebbe liberamente copiabile.
L’intento dichiarato: permettere a chi pubblica informazioni in formato digitale di dichiarare quali utilizzi possa farne il consumatore. La strategia perseguita: proseguire l’offensiva e fare in modo che nel giro di pochi anni il sistema CPRM venga adottato anche all’interno dei lettori di CD, dei nastri digitali DAT e più in generale di ogni dispositivo digitale sul pianeta.
Le conseguenze del colpo di mano sulla vita dei consumatori, però, sono parecchie, spesso subdole. Per esempio, la legge internazionale sul diritto d’autore spiega che un consumatore ha il diritto di creare copie di sicurezza dei supporti che ha acquistato: noi possiamo legalmente copiare un CD audio, perché se l’originale si rovinasse noi avremmo comunque il diritto di ascoltare quelle canzoni. Nei fatti, però, il sistema CPRM impedirebbe ai consumatori di esercitare quel diritto. Un altra conseguenza: chi possiede un computer troverebbe praticamente impossibile eseguire copie di sicurezza del contenuto del suo disco rigido. È infatti una prassi di sicurezza piuttosto comune nelle imprese quella di eseguire periodicamente una copia dell’intero contenuto dei dischi rigidi dei dipendenti, in modo che un guasto anche fisico al disco possa venire risolto in poco tempo semplicemente acquistando un disco nuovo e travasandoci in senso inverso la copia di sicurezza.
Mentre scriviamo questo articolo non è ancora chiaro se la proposta verrà accettata o se verrà respinta. La notizia è trapelata sul periodico britannico The Register e poi ripresa dal sito Internet americano Slashdot negli ultimi giorni del 2000. I due organi d’informazione sono assai popolari tra i programmatori di tutto il mondo, che hanno cominciato a discutere le conseguenze sul software esistente, scovando molti potenziali problemi. La levata di scudi che ne è seguita è per ora spontanea e poco organizzata, ma potrebbe forse far deragliare la proposta.


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