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L'internet dei poveri

Quando navighiamo su Internet, spesso ci limitiamo a visitare un certo numero di siti che ci sono familiari. Soltanto cinque o sei anni fa, quando la Internet-mania stava appena nascendo, visitare un gran numero di siti più o meno a caso, nella speranza di trovare qualcosa di diverso, interessante o divertente era una attività così popolare da guadagnarsi un verbo tutto suo: si parlava di “surfare” su Internet. Oggi la Rete delle Reti è così vasta e ricca che l’abitudine è caduta in disuso, e quel verbo ha fatto la medesima fine. È forse questo il motivo per cui non conosciamo le Internet-abitudini di gran parte del mondo.
A Myanmar, la nazione nota anche come Burma, la giunta militare al potere ha un gran terrore di Internet. I colonnelli, noti in Occidente soprattutto per la pervicacia con la quale tengono rinchiusa agli arresti domiciliari la statista, premio Nobel, Sun Aung Kii, hanno decretato che il semplice possesso di un modem venga punito con quindici anni di carcere.
Anche in Cina l’uso di Internet è fortemente regolato, e il partito al potere non più tardi del mese di ottobre 2000 ha chiuso con un colpo di mano la maggioranza degli Internet Café, dove chi non possiede un PC può collegarsi. Il governo ha fatto costruire una barriera che divide l’Internet cinese da quella mondiale impedendo ai suoi cittadini di visitare molti siti occidentali: gli addetti ai lavori la chiamano “the great firewall of China”. Ma anche in Cina esistono gli hacker e quindi abbondano i siti pirata che spiegano come aggirare la nuova grande muraglia, che così si dimostra inefficace quanto la prima storicamente fu.
In Israele l’intifada rieccheggia anche nel ciberspazio: nel mese di novembre 2000 hacker palestinesi hanno violato il sito del parlamento, e hacker ebraici hanno risposto abbattendo il sito web di Hamas. L’uso di Internet è relativamente alto nella nazione, che gode di uno standard di vita molto più alto delle nazioni circostanti, ma ha preso a scendere dal gennaio 2000, quando una inedita coalizione di ebrei religiosi ortodossi di tutti i partiti ha fatto passare in parlamento una legge che impedisce l’uso della Rete dalle case: l’Internet si userà solo dagli uffici, per impedire che possa “traviare i giovani”. Analogamente, in Arabia Saudita una legge regolamenta l’uso della Rete e istituzionalizza un singolo fornitore d’accesso, il quale è tenuto a censurare e filtrare i siti accessibili. Proprio per questo motivo ha fatto scandalo la scoperta che le bollette telefoniche miliardarie del palazzo reale sono dovute ad accessi via modem con chiamata intercontinentale agli USA, per aggirare la censura. (Chi è interessato a scoprire come alcuni Stati cercano di censurare la Rete può visitare il sito www.freedomhouse.org).
In Asia Internet cresce con tassi addirittura superiori alla (altissima) media mondiale e la nazione in cui ha preso maggiormente piede è, curiosamente, la Corea: quasi il 40% della popolazione si collega regolarmente alla Rete e oltre il 42% degli utenti è composto da donne. Siti specializzati, come WomenAsia.com, sfruttano il boom offrendo servizi alle imprenditrici. Le cose vanno peggio in Giappone, dove la penetrazione è solo del 30% nelle città e del 18% in provincia. Il parlamento sta lavorando per far passare una legge, il “Decreto Base per la Telematica” che rimuova gli ostacoli legali e semplifichi la spaventosa burocrazia che oggi rallenta ogni tentativo di avviare una attività commerciale sulla Rete. Lo ASEAN, (Association of Southeast Asian Nations, ovvero la comunità dei dieci Stati del sudest asiatico) ha firmato il 27 novembre scorso uno storico patto chiamato e-ASEAN che abolisce ogni dazio doganale per le merci vendute tramite commercio elettronico nella zona.
In Africa anche Internet, come tutte le tecnologie, non può affermarsi con tranquillità. Durante le recenti elezioni della giunta di ICANN, l’organismo transnazionale di autogoverno di Internet, sono arrivati solo 130 voti dal continente nero, contro gli 11.300 europei. Le nazioni africane più intraprendenti cercano di superare l’impasse saltando le tappe: in novembre 2000 nel Ghana il governo ha liberalizzato l’uso dei cellulari aprendo alla concorrenza il settore, nella dichiarata speranza che l’Internet viaggi nell’aria -- la rete telefonica fissa ha una qualità troppo bassa.
Anche nell’America Latina l’uso di Internet è naturalmente limitato dalla diffusa povertà in una ampia fascia della popolazione. Le cose vanno meglio della media in Cile, perché in quel Paese l’85% della popolazione vive in città e ben il 40% si concentra nella capitale Santiago, che sta quindi vivendo un boom dei servizi. La nazione andina sembra così destinata a sorpassare Argentina e Brasile, che oggi vantano il maggior numero di utenti Internet del continente semplicemente grazie alla loro popolosità. Hanno fortuna, comunque, quei siti che approfittano della diffusione dello spagnolo per creare aggregazione transazionale. Il nome può farci sorridere, ma i vincitori nel campo oggi sono l’argentino El Sitio e lo spagnolo Olè.
A proposito dell’Europa, le nazioni che amano maggiormente la Rete sono quelle scandinave. La Finlandia è stata la prima nazione al mondo a superare il 50% della popolazione collegata a Internet e a tutt’oggi il finlandese medio spende sulla rete quindici volte più di un navigatore nostrano.


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