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Chi fermerà la musica?

Il geniale, carismatico, universalmente stimato ricercatore che l’industria discografica aveva messo a capo di SDMI -- il suo braccio armato per la protezione della musica in formato digitale -- se n’è andato alla chetichella alla fine di gennaio 2001. È un durissimo colpo all’industria mondiale dell’intrattenimento: ma per capirne le ragioni dobbiamo fare qualche passo indietro.
A metà degli anni Ottanta avviene il passaggio dell’industria discografica dal vinile ai compact disc: e va considerato un capolavoro di tecnologia e di economia. Il CD, virtualmente indistruttibile, di qualità perfetta, è anche economicissimo da produrre e distribuire: il disco che noi compriamo in negozio a trenta Euro è costato si e no cinquanta centesimi alla produzione. I settanta minuti di audio che si possono immagazzinare su un CD occupano circa 650 MB (megabyte, milioni di byte) di informazioni: una quantità che nel 1985 sembrava sconfinata e che ancora oggi è ragguardevole. È proprio il successo del CD a far sì che, pochi anni più tardi, l’industria si muova nel tentativo di passare al digitale anche il video. Nasce così il Moving Picture Experts Group, un comitato di scienziati e ricercatori, presieduto proprio da Leonardo Chiariglione. L’organismo (più familiarmente conosciuto tra gli addetti ai lavori sotto la sigla MPEG) si rende subito conto che la quantità di informazioni che è necessario manipolare per trattare il video è mastodontica: circa 160 volte maggiore di quella necessaria per registrare un brano audio di eguale durata, se ci accontentiamo della qualità tipica di una trasmissione TV. Si escogitano così meccanismi di compressione. La ricerca è coronata da successo: basti pensare che le trasmissioni di TV satellitare digitale e i film DVD che oggi si incontrano sempre più di frequente nelle nostre case sono basate proprio sul lavoro del gruppo MPEG. La compressione, nei sistemi MPEG, tocca non solo il video ma anche la colonna sonora: in particolare prende presto piede il cosiddetto “terzo livello di compressione MPEG dell’audio” -- in sigla, MP3. Una canzone della durata di tre minuti occupa circa 30 MB di spazio se viene registrata nel formato non compresso tipico dei CD audio, ma richiede solo un decimo se viene compressa in formato MP3. Siamo ai giorni nostri, dopo il boom di Internet. Gli appassionati di musica si rendono conto che far transitare attraverso la Rete documenti di pochi megabyte è tutt’altro che impossibile. Nascono così comunità virtuali che trafficano in musica copiata (illegalmente) dai CD e spedita nel formato MP3. Già nel 1998, “MP3” diventa il termine più ricercato su Internet (soppiantando “sex”). L’industria discografica si sente mortalmente minacciata. La goccia che fa traboccare il vaso è la nascita di Napster, un sito WWW che rende lo scambio di musica facilissimo e comodo per i naviganti di Internet. Le cinque multinazionali che, collettivamente, controllano il 90% dell’industria discografica planetaria reagiscono per vie legali. Ma non basta reprimere: bisogna offrire una alternativa. Con l’appoggio di alcune grandi case dell’informatica, IBM e Microsoft in testa, all’inizio del 1999 nasce così lo SDMI -- Secure Digital Music Initiative -- un ente senza scopo di lucro. SDMI viene incaricato di elaborare un formato alternativo allo MP3, di miglior qualità eppure più compresso, ma soprattutto che incorpori un meccanismo per impedire la duplicazione non autorizzata.
Far rientrare nella bottiglia il genio si dimostra difficilissimo: ormai esistono apparecchietti elettronici come il Diamond Rio, che si comportano come un comune walkman ma usano documenti MP3 al posto delle audiocassette (e, non avendo parti in movimento, fanno durare immensamente le pile); associazioni di musicisti in cerca di editore che pubblicano campioni dei loro lavori in MP3; programmi per computer semplici ma potentissimi come Apple iTunes, che permettono di riversare una raccolta di CD sul disco rigido del computer trasformandola in MP3 per poi catalogarla, riordinarla, creare CD di raccolte personalizzate, aggiungere titoli e testi. Per di più, i tecnici dello SDMI vengono strattonati per la giacca da ciascuna delle anime che hanno fondato l’ente, perché ciascuna segue una sua agenda personale. Dalla montagna viene così partorito il proverbiale topolino: a fine 1999, dopo un anno intero di lavoro, lo SDMI se ne esce con un formato incompleto e la definizione di un riproduttore “fase 1” la cui unica caratteristica interessante è la capacità di divenire un riproduttore “fase 2” se e quando il formato verrà completato. Nel 2000, SDMI se ne esce con quattro differenti specifiche per la protezione della musica digitale: Chiariglione, non avendo l’autorità politica per selezionarne uno e scontentare tre quarti dei suoi finanziatori, li pubblica tutti su Internet e sfida gli hacker a trovare modi per sproteggerli. Spera così che sia la selezione naturale a fare il lavoro per lui. Invece, nel giro di poche settimane gli hacker dimostrano che tutti e quattro i meccanismi anti-copia sono scardinabili. È il colpo di grazia: Chiariglione getta la spugna e torna a dirigere il gruppo MPEG. Più che il suo omonimo da Vinci, ci ricorda così il dottor Frankenstein: come in quel caso, la sua creatura si è dimostrata impossibile da controllare.


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