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Obiettivo: petabyte

Cominciamo con un ripasso sulle unità di misura. I computer manipolano le informazioni usando i bit: un bit è la più piccola quantità di informazione che possa esistere. Per comodità, i calcolatori raggruppano i bit in blocchi di otto unità, chiamate byte: in un byte può venire memorizzata una singola lettera. Il microprocessore che sta al cuore di un personal computer moderno elabora quattro byte di informazione alla volta. 1024 byte fanno un chilobyte (kB), proprio come mille grammi fanno un chilogrammo. Questo articolo richiede tre kB per venire memorizzato. Mille kB fanno un megabyte (MB): in un MB di spazio trova comodamente posto l’intera Divina Commedia, e la memoria di lavoro di cui è dotato un calcolatore personale oggi misura in media un centinaio di MB. Mille MB fanno un gigabyte (GB), una quantità di informazioni considerevole. Il disco rigido, cioè lo spazio in cui un computer registra i programmi e le informazioni quando non ci sta lavorando, misura qualche decina di GB. Un film hollywoodiano in alta qualità e della durata di due ore, con colonna sonora in più lingue, viene comunemente memorizzato e venduto su un disco DVD da quattro GB. Aumentiamo di altre mille volte e arriviamo al terabyte (TB); si ritiene che una azienda di importanza globale delle dimensioni, per esempio, di Nestlè generi internamente documenti che misurano un TB, quando sommiamo tutto il lavoro prodotto da ciascun dipendente al mondo durante l’anno in corso. Può sembrare una quantità sconvolgente di dati, ma non bisogna dimenticare che nella moderna civiltà dell’informazione la richiesta di spazio cresce in continuazione, di dieci volte l’anno.
Aumentiamo di altre mille volte e arriviamo al petabyte (PB), e qui gli esempi cominciano a scarseggiare. La notizia è che una azienda americana promette di sviluppare un “super-disco rigido” della capienza di un PB entro il 2001. La società si chiama Cereva, è collocata nel Massachussets, non è nuova a questo tipo di exploit. Il suo mercato di riferimento è costituito da quel gotha di aziende multinazionali e governi che debbono registrare e manipolare quantità inimmaginabili di informazioni. Secondo un analista specializzato in questo settore del mercato, Steve Duplessie dello Enterprise Storage Group, ci sono circa duecento aziende al mondo che potrebbero aver bisogno di un petabyte di spazio entro il 2003: e poiché il superdisco non verrà lanciato sul mercato prima di metà 2002 si vede bene che il prodotto è davvero d’elite.
Il superdisco non è progettato per venire collegato a un singolo computer -- del resto, anche i sistemi professionali più importanti sul mercato, Windows 2000 Server e Mac OS X, sono incapaci di concepire l’esistenza di una unità a dischi più grande di due terabyte. I primi modelli probabilmente verranno usati per applicazioni di rete, su Internet.
Come è fatto un superdisco da un petabyte? A guardarlo ricorda un armadio metallico a quattro ante, refrigerato per mantenere costante la temperatura d’esercizio e che all’interno contiene una batteria di unità a dischi individuali, ciascuna capace di memorizzare circa 100 GB. La parte difficile quando si progetta un mostro del genere, dunque, non sta tanto nel raggiungere la dimensione PB ma nel garantire che quando uno dei dischi individuali si guasta (che ciò accada è una certezza statistica) nessun dato vada perso. L’obiettivo si raggiunge con la ridondanza (ogni dato è memorizzato più volte) e i codici ciclici di controllo (che riconoscono l’errore quando si verifica e lo correggono).
Mille petabyte fanno un esabyte (EB). Si calcola che tutte le unità a dischi prodotte nel mondo nel 2002, sommate insieme, misureranno circa quella capienza, e fattureranno 70 miliardi di dollari. Non indagheremo i multipli superiori, almeno per qualche anno...


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