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La guerra dei nomi

Regolamentare l’Internet è un lavoro improbo. Le tensioni sotterranee tra enti di controllo e governi internazionali sono sfociate nel corso dei mesi di aprile e maggio scorsi in battibecchi e cause legali attive in più continenti. Del resto controllare Internet, e in particolare l’assegnazione dei nomi per i siti, è un compito non solo strategicamente importante ma anche remunerativo. Per esempio, le isole Tuvalu (un piccolo arcipelago dell’emisfero meridionale) alla fine degli anni Novanta si sono viste assegnare il controllo sui nomi che terminano con “.tv”. Un imprenditore canadese ha convinto il primo ministro di Tuvalu a cedergli in licenza le assegnazioni dei nomi e li ha proposti alle televisioni di tutto il mondo: un successo. Il prodotto interno lordo del piccolo stato (sin lì legato alle esportazioni delle noci di cocco) da allora è triplicato.
Quando l’Internet nacque, si vide subito la necessità di creare una anagrafe centrale dei nomi: se il Corriere del Ticino e un ipotetico Centro Distribuzione Televisori potessero entrambi utilizzare il nome www.cdt.ch gli utenti della rete non si raccapezzerebbero più. Il ruolo venne assunto negli Stati Uniti da una organizzazione, la Network Solutions, senza scopo di lucro e gestita dagli stessi universitari che curavano lo sviluppo della Rete. Network Solutions chiedeva un contributo monetario per ogni registrazione, riuscendo così ad autofinanziarsi (a tutt’oggi, l’uso di un nome che finisca con .com costa trentacinque dollari l’anno all’interessato). Per comodità, si decise di dividere i nomi in sei gruppi: terminano con .com quelli assegnati alle aziende commerciali, si usava .org per le associazioni senza scopo di lucro, .mil per i militari, .edu per le università, .gov per il governo federale e infine .net per gli enti di autogoverno come Network Solutions stessa. Queste sigle sono conosciute dagli addetti ai lavori come “dominii di massimo livello” (in inglese: TLD, top level domains). Quando la Rete divenne mondiale, poi, ciascuna nazione riconosciuta dall’ONU ottenne il controllo di un TLD di due lettere, identico alla sua sigla di due lettere come attribuita dall’ISO di Ginevra: per esempio alla Svizzera spetta il suffisso .ch, all’Italia .it eccetera.
Nel 98 gli Stati Uniti decisero di privatizzare il lucrosissimo commercio dei nomi di cui hanno il controllo (quelli di tre lettere succitati, più il sottoutilizzato “.us”). Network Solutions venne privatizzata e messa in concorrenza con altre aziende a cui venne concesso di registrare i nomi di dominio. I suoi compiti più squisitamente politici vennero assunti da un nuovo ente creato ad hoc: ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers). ICANN detiene il potere di creare nuovi TLD per le nazioni che si formano e per gli enti transnazionali: per esempio, l’Unione Europea da tempo tenta di convincere ICANN ad assegnarle nomi “.eu”.
ICANN, che formalmente è solo un ente americano senza scopo di lucro, si trova a brandire un potere e a dirimere questioni di importanza mondiale ed è al centro di contese internazionali. La scelta di nominare come suo presidente l’autorevolissimo Vincent Cerf, uno dei padri di Internet, non ha risolto granché.
In un tentativo di svincolarsi dall’egemonia statunitense, ICANN ha assegnato cinque dei suoi quattordici seggi consiliari a utenti di Internet scelti a suffragio universale, uno per continente. Le elezioni si svolsero nel Duemila e per l’Europa risultò eletto il tedesco Andy Müller Maguhn: con poco meno di seimila voti, perché pochissimi utenti della Rete hanno saputo delle elezioni. Gli USA si irritano: il segretario al commercio americano si lamenta pubblicamente: “ICANN pensa di dover rispondere delle sue decisioni solo all’Onnipotente”. Nascono gruppi di ascolto che scrutinano, e criticano pubblicamente, ogni singola decisione (i più importanti sono icannwatch.org e www.lextext.com/icann/).
I problemi sul tappeto sono parecchi e intricati. La privatizzazione di Network Solutions è risultata un mezzo fiasco: la società conserva la quasi totalità delle registrazioni .com, che sono il cinquanta per cento del totale mondiale, e viene acquisita da Verisign, azienda già potente perché emette i certificati digitali che consentono l’abilitazione dei server sicuri, quelli usati nel commercio elettronico. I nomi .com, per di più, sono continuamente oggetto di dispute legali tra aziende, e del resto quelli più appetibili hanno un innegabile valore commerciale: una corte americana ha recentemente condannato un imprenditore che abusò del nome “sex.com” a rifondere dieci milioni di dollari al querelante. ICANN decide di consentire la formazione di alcuni nuovi TLD che spera risultino appetibili alle imprese e riducano la pressione: .aero, .coop, .museum, .biz. A questi si aggiungono .name e .pro, per gli individui e i professionisti rispettivamente. Sono attivi da maggio scorso. Risultato immediato: altre polemiche (perché “.coop” sì e “.shop” no?)
ICANN scende a patti con Network Solutions/Verisign: vi cediamo l’esclusiva sulle registrazioni “.com” sino al 2007, in cambio cedete tutto il resto. Verisign accetta. ICANN concede allora il controllo di “.org”, a una società terza, imponerndo: quei nomi vengano davvero riservati alle aziende senza scopo di lucro. Immediatamente nasce una fronda composta dalle aziende commerciali che usano nomi .org (contattabile all’indirizzo handsoffmy.org). Nuove decisioni sono attese da ICANN all’inizio di giugno: la storia continua...


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