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Kurzweil

L’informatica è entrata di prepotenza nelle nostre vite in molti modi, tranne uno: quello che un po’ tutti si aspettavano. “L’intelligenza artificiale non è molto lontana nel futuro: dista al più dieci anni”: questa frase è stata ripetuta infinite volte... negli ultimi quarant’anni! Date le premesse, è naturale che ogni annuncio nel campo venga accolto da un sano scetticismo. Il 25 aprile scorso, però, è uscito nelle librerie americane un volume strabiliante il cui autore non può venire facilmente ignorato. Il suo nome è Raymond Kurzweil. È l’ingegnere che ha inventato la optical character recognition, cioè il sistema che permette ai computer di leggere un foglio stampato, il riconoscimento vocale e anche la sintesi vocale, cioè rispettivamente quella categoria di programmi che riceve ordini dati a voce e legge con voce sintetizzata il testo di un libro. Kurzweil ha vinto il premio Lemelson, una specie di Nobel dell’ingegneria assegnato dal MIT, e dirige tre grandi aziende da lui fondate per commercializzare le sue invenzioni.
Il nuovo libro di Kurzweil, “The singularity is near” (cioè la singolarità è vicina) è diviso in due parti. Nella prima, l’ingegnere argomenta che il progresso tecnologico della razza umana non è lineare ma esponenziale: il numero di scoperte scientifiche e tecnologiche raddoppierebbe costantemente col tempo. A riprova della sua tesi, l’autore riporta numerose tabelle, tra cui l’adozione di massa e la miniaturizzazione delle invenzioni rivoluzionarie (l’elettricità, il telefono, la radio, la televisione, il PC, il telefono cellulare e Internet), le dimensioni dei dischi rigidi e della memoria RAM, il numero di bit al secondo che possiamo trasmettere su una linea di comunicazione pagata mille dollari, il numero di calcolatori connessi a Internet, il costo per analisi di una sequenza del DNA. Di particolare interesse è la sua trattazione della legge di Moore: anziché considerarla empirica e scarsamente scientifica Kurzweil la generalizza per estenderla anche all’alba dell’era dell’informazione, tabulando il numero di operazioni al secondo eseguibili con un apparecchio del valore di mille dollari durante tutto il secolo appena concluso (vedi figura). Egli predice che il progresso nelle prestazioni dei calcolatori non si arresterà quando la velocità di elaborazione si scontrerà con i limiti fisici imposti dalla velocità della luce, ma che continuerà semplicemente grazie allo sviluppo di chip tridimensionali: nei processori contemporanei, infatti, i circuiti integrati sono disposti su un piano d’appoggio bidimensionale in silicio.
Da queste premesse, nella seconda parte del volume l’ingegnere parte per trarre conclusioni che fanno impallidire il più magniloquente dei futurologi. Se si accetta che il progresso proceda al passo esponenziale da lui calcolato, allora nei primi venticinque anni di questo secolo vedremo tante innovazioni quante apparvero in tutto il Novecento: in particolare non potrà sfuggirci l’obiettivo della intelligenza artificiale. Il cervello umano consiste di cento miliardi di neuroni, ciascuno dei quali comprende mille connessioni ad altre cellule: un calcolatore altrettanto complicato dovrebbe essere a nostra disposizione nel 2023, al prezzo di mille dollari; nel 2027 il medesimo calcolatore costerà un centesimo di dollaro; nel 2049 sarà possibile per mille dollari acquistare un computer dotato di tante connessioni quante tutti i cervelli di tutta la razza umana messi insieme e nel 2059 quell’incredibile apparecchio avrà un costo di un centesimo di dollaro. Predizioni che fanno trasecolare, ma d’altra parte è noto che la IBM sta lavorando su un calcolatore di potenza pari a un ventesimo del cervello umano, “Blue Gene”, che sarà completato nel 2005. L’autore dedica altrettante pagine a trattare anche le problematiche relative alla scrittura di programmi che possano sfruttare processori tanto potenti e ricchi (chi mastica l’inglese ed è interessato trova una corposa sintesi del volume sul sito www.kurzweilai.net). Kurzweil del resto non concentra la sua attenzione solo su sbocchi quali robot e calcolatori intelligenti di stampo asimoviano, ma riflette su metodi per supplire, aiutare e ingigantire la nostra intelligenza naturale. Ma anche questo è solo l’inizio: mantenendo il tasso esponenziale, entro la fine del secolo la razza umana avrà innovato tanto quanto potrebbero ventimila anni di progresso al tasso che ha caratterizzato l’anno Duemila. È a questo punto che Kurzweil prende a prestito dall’astrofisica il concetto di singolarità: quando le scoperte rivoluzionarie si succedono in tempi sempre più brevi, che tendono a zero, non è più possibile prevedere cosa potrà accadere.
“The singularity is near” ha scatenato, come ci si può ben aspettare, un putiferio nel mondo dell’informatica. Hanno cominciato a parlarne le maggiori testate di settore nei giorni successivi all’uscita in libreria, poi all’inizio di maggio la discussione si è accesa anche sulla stampa generalista. La maggioranza dei commenti ha un tono scettico, ma è francamente difficile trovare pecche evidenti nel testo di Kurzweil, il quale cerca di affrontare tutte le obiezioni ragionevoli. Chi scrive è uscito dalla lettura del testo, se non convinto, certamente affascinato dalla maestosità dell’idea; e spera che il prossimo brevetto di Kurzweil, dopo il computer che ascolta e che legge, non abbia a che fare con calcolatori che scrivono. Capirete, anche noi giornalisti dobbiamo pur vivere.


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