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Intelligenza artificiale?

Chi riguardasse le predizioni del 2000 che si facevano negli anni Cinquanta (e basta una replica del cartone animanto “i Pronipoti” per riuscirci) noterebbe che nessuna delle predizioni di allora si è avverata. Le invenzioni di cui sono dotate le nostre case oggi che alla gente di allora sarebbero sembrate più fantascientifiche sono probabilmente quelle che hanno a che fare con le telecomunicazioni -- dai telefoni cellulari a Internet -- ma sono cospicuamente mancanti robot domestici, aeromobili familiari, videotelefoni, macchinari nanominiaturizzati e habitat extraterrestri che costituivano la trama portante del cartone così come della narrativa. Il fallimento più spettacolare è probabilmente quello della intelligenza artificiale (no, il calcolatore che battè agli scacchi Garry Kasparov, Deep Blue, non usava sistemi I.A.).
Gli scienziati e i ricercatori del ramo, però, non desistono. Durante il mese di Novembre 2001, per esempio, si è svolta la “Learning Machine Challenge”: i programmi iscritti al concorso dai loro autori si sfidano tra loro in molteplici, semplici giochi... ma senza conoscerne inizialmente le regole. Vengono comunicate solo le mosse possibili: un po’ come se giocando alla morra cinese (“sasso, forbici e carta”) i giocatori all’inizio sapessero quali sono i tre gesti accettati ma non avessero alcuna nozione del dettame che la forbice taglia la carta. I programmi migliori apprenderanno le regole giocando, proprio come farebbe un bimbo intelligente, e quindi il vincitore della sfida sarà quello che imparerà meglio e più in fretta. La sfida è sponsorizzata da una azienda israeliana, la A.I. Research (www.a-i.com), molto attiva nel campo. Durante lo scorso mese di agosto il suo direttore tecnico, l’australiano Jason Hutchens, aveva annunciato l’avvio di un progetto decennale per la creazione di un programma che possa conversare con gli esseri umani. Non si tratta certo del primo tentativo in questo senso: anzi, fu uno dei padri fondatori della informatica, Alan Turing, scomparso nel 1957 e autore di fondamentali teoremi nel ramo, a proporre proprio la capacità di conversare in modo indistinguibile da un uomo come regola empirica che distinguerà un vero programma di intelligenza artificiale. La novità nel progetto della equipe israeliana sta nel fatto che i ricercatori sono partiti con un programma semplicissimo che impara “conversando” attraverso tastiera e monitor. Quando è stato avviato per la prima volta, il software era solo in grado di distinguere le une dalle altre le lettere dell’alfabeto digitate sulla tastiera. Il programma poi viene “premiato” quando risponde in modo soddisfacente a uno stimolo linguistico. Si è cominciato con semplicissime conversazioni, si proseguirà leggendo fiabe e correggendo gli errori nelle risposte. Gli scienziati, insomma, stanno cercando di ricreare il normale processo di apprendimento da zero dei bambini umani.
Secondo Rodney Brooks, direttore del dipartimento di intelligenza artificiale del MIT (www.ai.mit.edu) una delle direttrici più promettenti nel campo dell’intelligenza artificiale è lo studio dei sistemi motori. Non si tratterebbe tanto di mettere a punto una creature intellettualmente stimolante quanto di realizzare un robot paragonabile per capacità a un animale, almeno come primo passo verso una maggiore comprensione. Brooks cita due esperimenti in avanzato stato di sviluppo per motivare la sua tesi: il primo è un semplice automa che può venire controllato attraverso il web, monta una telecamera, microfono e altoparlanti, e può venire usato per teleconferenze in cui la persona che partecipa da lontano è in grado di conversare ma anche di muoversi per l’ufficio e di interagire fisicamente con gli interlocutori realmente presenti in sede. Il sistema è abbastanza sofisticato da accettare ordini complessi come “vai nell’altra stanza” e usa la sua logica interna per eseguirli. Un suo cugino di cui si sta tentando la commercializzazione, lo iRobot, lavora come addetto automatico alle pulizie ed è in grado di spazzare pavimenti con una scopa, lavarli e asciugarli: senza controllo umano ed evitando gli ostacoli. Il laboratorio di Brooks collabora con la NASA e spera di inserire un discendente di iRobot nel sistema Messenger, un veicolo spaziale che verrà spedito sulla superficie del pianeta Mercurio.
Alla università Carnegie Mellon, la professoressa Manuela M. Veloso e il suo gruppo preferiscono invece lavorare sulla collaborazione: realizzano team di programmi e di robot che collaborano per raggiungere un obiettivo comune. È loro, per esempio, la squadra di robot-calciatori che durante l’estate scorsa si è piazzato al secondo posto alla coppa del mondo di calcio per robot (RoboCup 2001) -- e ne hanno parlato un po’ tutti i giornali, anche quelli femminili. Le sue ricerche più seriose la portano a indagare i sistemi di agenti che osservano in mondo, lo indagano, ragionano, imparano e cooperano per raggiungere un obiettivo comune. L’idea che sta alla base di questo approccio: ottenere comportamenti apparentemente intelligenti costringendo alla collaborazione un gran numero di programmi ed entità semplici. Non è una idea peregrina, perché buona parte degli neuropsicologi che indagano sul funzionamento della mente umana sospettano che ci possa essere un meccanismo del genere anche nella intelligenza naturale. L’idea venne divulgata per la prima volta nel 1985 dal famoso professor Marvin Minsky, membro della Accademia nazionale delle scienze USA, in un libro intitolato The society of the mind e pubblicato nella nostra lingua da Adelphi nel 1989.


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