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Internet X

Ci avevano fatto credere che sarebbe stato l’anno dell’odissea nello spazio. Tristemente accantonato il progetto di esplorazione e conquista degli spazi extraterrestri, il 2001 è stato piuttosto l’anno... della lettera X nell’informatica. In marzo Apple Computer ha presentato il nuovo sistema operativo Mac OS X; in ottobre Microsoft ha dato alla luce Windows XP; adesso è l’ora di Internet X.
Forrester Research, una delle (due) società di ricerca più stimate nel campo, ha fatto scalpore pubblicando un rapporto nel quale predice la fine dell’Internet così come oggi la conosciamo. Il web tradizionale continuerà a crescere in dimensione nel breve e medio periodo, scrivono sostanzialmente gli analisti di Forrester, ma proseguirà il trend che lo rende sempre più irrilevante.
Quando il web nacque, nel 1990, chi voleva creare pagine doveva necessariamente imparare a scrivere nel linguaggio HTML. Oggi la creazione di un sito sulla base di pagine HTML è un anacronismo, perché i professionisti che creano contenuto per il sito non hanno né il tempo né la voglia di imparare lo HTML; perché un sito di una media azienda può contenere migliaia o milioni di pagine e sarebbe assurdo pensare di mantenerle manualmente, una ad una.
Contemporaneamente, come sempre accade nei periodi di crisi economica o politica, cresce la voglia di concretezza e di soluzioni immediatamente utilizzabili. Una ricerca ha dimostrato che l’84% dei navigatori di qualche esperienza oggi ha la tendenza ad abbandonare i siti sviluppati con Flash -- quelli animati, che nella media si dimostrano belli ma inutili, e infatti vengono spesso utilizzati dagli esperti di pubblicità per sbarcare sulla Rete, rispettando il classicissimo motto del settore che recita: “se non hai niente da dire, cantalo”. Ovvero: se il tuo prodotto è insignificante e non c’è nulla di significativo da dire in proposito, vestilo con una canzone. Nel caso del web, l’animazione prende il posto del cantato. A differenza di quanto accade con la reclame televisiva che viene recepita passivamente dagli spettatori, però, i naviganti di Internet sanno di star pagando ogni singolo secondo che passano su di un sito: ecco perché una intera tecnologia, come Flash, finisce per venire associata all’assenza di contenuti e favorire l’abbandono del sito.
Di converso, il crollo dei titoli Internet in Borsa ha fatto calare gli investimenti nel settore, provocando una contrazione del comparto: in pratica, chi è disposto a spendere per costruire una presenza su Internet oggi vuole risultati misurabili, non siti-meringa vaporosi e di nessuna sostanza.
Forrester Research, coniando un nuovo termine che ha subito preso piede tra gli addetti ai lavori, dice: la nuova onda che sta crescendo è quella di “Internet X”. La X qui sta per “eseguibile”. Si tratterebbe, insomma, di rifondare i siti Internet rendendoli attivi e interattivi, vasti e profondi, dotati di motore di ricerca interno e personalizzabili dai visitatori, pensati non solo per i calcolatori (costosi e difficili da usare) ma anche per telefoni cellulari, palmari, webTV, console da videogiochi e nuovi apparecchi. È ora di seppellire, insomma, il sito-vetrina: le classiche cinquanta paginette di autodescrizione sempre uguali a se stesse, pur bene illustrate e bene impaginate, sono inutili perché nessuno le degna più di attenzione, sono vecchie dopo una settimana e non offrono nessun ritorno sull’investimento. Chi invece punta le sue carte su sistemi X fa terno e cinquina; il commercio elettronico, per esempio, continua a crescere a spron battuto: 584 miliardi di franchi di fatturato mondiale nel Duemila, erano solo 12 nel 1998. Certo non è facile: il costo medio di un sito pan-europeo di e-commerce nel 2001 è 16 milioni di franchi. Era sotto il milione solo due anni fa. Esistono comunque soluzioni tecnologiche che permettono a una azienda di costruirsi un sito X con prezzi a partire dai diecimila franchi circa, come WebObjects (www.apple.com/webobjects), Cold Fusion (www.allaire.com), Sar-El (www.sar-el.it) o Microsoft Site Server (www.microsoft.com). Il principio di base: permettere a tutte le professionalità che collaborano con l’azienda di intervenire sul sito. Il responsabile dei prodotti potrà spiegare sul sito tutte le caratteristiche e i vantaggi della offerta; il responsabile dei rapporti con i clienti potrà arricchire il sito cone le domande che si sente rivolgere più di frequente (e relative risposte); il responsabile della rete vendita potrà creare un sotto-sito riservato ai partner, come i rivenditori o gli agenti. La tecnologia viene usata per fare in modo che queste persone possano fare il loro lavoro anche sul web, senza alcun bisogno di personale tecnico di supporto e senza neppure dover seguire un corso di aggiornamento o addestramento.
Qualche esempio di sito interattivo di successo? Yahoo (it.yahoo.com) permette di personalizzare la prima pagina scegliendo le azioni in cui investiamo, gli argomenti delle notizie, le zone geografiche di cui ci interessa vedere il bollettino meterologico e naturalmente la nostra lingua madre. Amazon (www.amazon.co.uk) esamina gli acquisti che abbiamo fatto in passato e ci suggerisce articoli simili, basando le predizioni sugli acquisti degli altri clienti. Se acquistiamo un thriller di Tom Clancy, per esempio, Amazon va a vedere quali altri romanzi vengono comprati dagli altri clienti che hanno scelto Clancy e ce li presenta: i consigli sono di solito azzeccati e quasi sempre interessanti. Ikea, la catena di negozi di arredamento a basso costo, è persino riuscita a trovare un utilizzo utile per le animazioni Flash: le impiega per mostrare come vanno costruiti, pezzo per pezzo, i mobili che i clienti si sono portati a casa nelle scatole di montaggio. Se “Internet X” vorrà dire che il web diverrà più utile, noi siamo completamente a favore.


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