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A morte il desktop

Tutti i moderni personal computer mostrano sullo schermo grafico l’immagine stilizzata di una scrivania: i nostri documenti elettronici vengono rappresentati nella forma di fogli di carta; le loro collezioni appaiono come cartelle; per cancellare qualcosa lo trasciniamo nel cestino.
La metafora della scrivania venne ideata originariamente in un centro di ricerca e sviluppo della Xerox, la multinazionale più nota per le sue fotocopiatrici: il californiano Palo Alto Research Center. Si era agli inizi degli anni settanta, e gli scienziati della Xerox incarnarono le loro idee in due calcolatori che non raggiunsero mai il mercato. Oggi li troveremmo inutilizzabili: uno dei due aveva le finestre sovrapponibili che oggi diamo per scontate e l’altro i menu a discesa e le icone, ma entrambi erano pensati (come tutti i calcolatori di quel periodo) esclusivamente come strumenti per tecnici e programmatori specializzati. Alla fine degli anni Settanta Apple Computer, casa che nel 1976 aveva ideato il personal computer così come oggi ce lo immaginiamo (e cioè economico, espandibile, collegabile a un semplice monitor, con grafica di bordo e capacità sonore) si mise a lavorare sul progetto di un computer per tutti: quando il lavoro era già a buon punto il fondatore di Appe, Steve Jobs, ebbe occasione di visitare il PARC di Xerox, restò colpito da quelle idee e impose ai suoi ingegneri di adottarle e integrarle. Nel 1983 nacque Apple Lisa: il primo personal con il mouse, le finestre, i floppy da tre pollici e mezzo, la capacità di usare più programmi contemporaneamente. Costava diecimila dollari e restò oggetto d’elite, ma Apple l’anno successivo se ne uscì con una versione più economica, il Macintosh, che spopolò. Microsoft ideò il foglio elettronico Excel per il Macintosh; poi, volendo realizzarne una versione che girasse anche su PC IBM e compatibili, chiese e ottenne da Apple il permesso di creare un ambiente a finestre per quella macchina e sviluppò così Windows 1.0.
Il sistema operativo che usiamo ai giorni nostri è sostanzialmente una versione più matura di quel software e di quelle idee. Secondo alcuni ricercatori la metafora della scrivania è stata sfruttata sino in fondo e sta rapidamente diventando improduttiva. Nata per manipolare i documenti e le applicazioni che trovavano spazio su dischetti da 400 kB e dischi rigidi da 5 MB, si dimostra inadeguata per gestire i moderni ambienti di lavoro. Per esempio: sul disco rigido di chi scrive questo articolo si trova in una cartella chiamata “Corriere del Ticino”. Ma se fra cinque anni io volessi rileggerlo e non mi ricordassi per quale testata l’ho scritto? Un testo come il presente, dicono i ricercatori che oggi studiano le problematiche dell’interfaccia utente e della archiviazione, dovrebbe automaticamente venire classificato dal computer sotto più voci: Macintosh e Windows e “storia dei PC” e Corriere del Ticino e Nuove tecnologie e…
Alcuni provano a mettere le idee in pratica. David Gelernter, docente alla università di Yale, ha ideato un sistema chiamato Scopeware (www.scopeware.com) che archivia i nostri dati in un sistema a chiavi multiple d’accesso che si presenta a video come una raccolta di schede organizzate. Quando facciamo una ricerca, Scopeware mostra i risultati nella forma di una catasta di schede, ordinate per rilevanza: anche se il documento che ci interessa non appare al primo posto, basta un clic per selezionarlo.
La Inxight (www.inxight.com), un’altra società di recente fondazione, ha scelto una strategia differente. Il loro sistema si chiama Star Tree, (pressappoco “albero stellare”) ed è stato concepito al PARC nel 1993. Inxight è una filiazione di Xerox che, imparando dagli errori del passato, oggi cerca di commercializzare le idee dei suoi ricercatori. Nello Star Tree i documenti sono rappresentati in un albero dalla forma di un fiocco di neve; ogni ramo è etichettato. Per esempio, il disco rigido di una persona che ha un PC a casa avrà l’aspetto di un albero i cui rami si chiamano “corrispondenza”, “contabilità”, “foto”… Spostando il mouse verso uno dei rami questo si anima e ingrandisce, assume una posizione centrale sullo schermo e fa nascere una serie di rametti e foglie che ci permettono di centrare la informazione che stiamo cercando. Per esempio, sotto “contabilità” il nostro utente potrebbe trovare una divisione in anni, e sotto l’etichetta 1997 rinvenire la relativa dichiarazione dei redditi.
Altri ingegneri lavorano alla ricerca di nuove metafore prese dalla vita reale, nella speranza che si dimostrino più intuitive. Ci sono anche le grandi aziende che hanno imposto la metafora della scrivania: Apple ha lavorato a una scrivania tridimensionale in cui le icone si possono manipolare per osservarne aspetti differenti; Microsoft ha concepito una “galleria” in cui i nostri dati sono appesi ai muri virtuali come quadri e noi procediamo di stanza in stanza. IBM, più ambiziosamente, ha allo studio un sistema chiamato Blue Eyes: il computer usa un normale browser Internet per mostrare informazioni ma poi osserva le nostre reazioni ai dati che ci sta offrendo. Quando il nostro sguardo indugia su una particolare informazione la macchina estrae dai suoi archivi approfondimenti e documenti correlati; se invece emettiamo uno schiocco di disappunto, come il “tsk tsk” dei fumetti disneyani, deduce di avere fallito e tenta una ricerca alternativa.
Alcune tra queste idee mostrano ingegno e promessa. Resta da vedere se le migliori potranno imporsi su un mercato che ormai dà per scontata la metafora della scrivania. Dopo tutto, sui calcolatori moderni noi usiamo ancora oggi le tastiere concepite a fine Ottocento disponendo i tasti con lo scopo di ridurre la velocità di scrittura… per impedire agli ingranaggi di incepparsi: ormai hanno preso piede e si usano ancora, anche se non hanno più alcun senso.


Questo articolo fa parte di uno dei miei percorsi. Se vuoi saperne di più su questo argomento, visita il resto del percorso cliccando qui.