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Murdoch contro Telepiù

Il 12 marzo 2002, in un piccolo tribunale locale della California, è stata depositata una causa in cui la posta in gioco è la non trascurabile somma di un miliardo di dollari: a tanto ammonta la richiesta di risarcimento. I giocatori sono aziende di primissimo piano. Il difensore è la società NDS, posseduta in maggioranza del colosso britannico News Corporation di proprietà del magnate Rupert Murdoch. La causa è promossa da Canal Plus, società francese che tra l’altro controlla l’italiane Telepiù e D+, i maggiori fornitori di televisione a pagamento nella nostra lingua. Canal Plus, a sua volta, è controllata da Vivendi, una delle maggiori imprese al mondo nel campo dell’intrattenimento.
Canal Plus trasmette centinaia di canali televisivi digitali via satellite, tra cui il Disney Channel, Cartoon network, Eurosport e la CNN. La visione è riservata a chi paga un canone d’abbonamento, ed esistono molte offerte commerciali via via più costose. Si parte da un minimo di una dozzina di canali (poco interessanti) per una ventina di euro al mese, a salire. Canal Plus, come tutte le società del ramo, invia i canali al satellite in forma compressa -- in modo che un numero molto grande di emissioni possa venire stipato nelle frequenze disponibili. Usando la compressione MPEG2, la stessa utilizzata dai dischi DVD video, sino a otto trasmissioni digitali trovano posto contemporaneamente su un singolo transponder del satellite, che pochi anni fa veniva dedicato a una singola emissione analogica.
Canal Plus è anche costretto a proteggere i suoi canali con la crittografia, in modo che i non abbonati ricevano solo un segnale inutilizzabile. Gli abbonati invece ricevono una cosidetta “smart card”, una scheda delle dimensioni di una carta di credito ma dotata di un microprocessore dedicato che, infinata nel ricevitore satellitare, decodifica i canali e li rende fruibili. Quando nacquero i canali digitali Canal Plus adottò una propria codifica chiamara Seca, che presto si dimostrò mal studiata tanto che -- si dice -- gli utenti abusivi del sistema superarono quelli che pagavano l’abbonamento. La crittografia è una branca molto complessa della matematica e sono pochi, al mondo, i ricercatori che capiscono tutte le sottigliezze richieste per creare un sistema di codifica che possa funzionare su equipaggiamenti poco costosi ma sia anche impossibile (o quasi) da scardinare. Quando Canal Plus si vide costretto a rimpiazzare Seca, scelse di rivolgersi al sistema NDS: quella azienda prometteva maggiore sicurezza e per gli scorsi diciotto mesi circa tutti i nuovi abbonati sat del colosso francese si sono visti noleggiare o richiedere un ricevitore di quel tipo. Poco tempo fa, la NDS decise di far validare la sua ideazione da una organizzazione israeliana di matematici specializzati in criptanalisi, la branca della crittografia che studia i codici con l’intento di infrangerli. Fu enorme lo sgomento quando i matematici israeliani nel giro di poco tempo trovarono il modo di aggirare la protezione NDS. Alla beffa si è aggiunto il danno quando i segreti dello NDS, così svelati, hanno fatto capolino sull’Internet: per di più su un sito di proprietà della stessa News Corporation. I pirati dell’etere ne hanno già fatto tesoro e le schede compatibili NDS oggi sono offerte da commercianti senza scrupoli, a prezzi inferiori della metà a quelli che Canal Plus pretende dai legittimi abbonati. Di qui la causa per danni, volutamente intentata non in Europa ma nello stato della California, le cui leggi permettono a Canal Plus la richiesta di risarcimenti stratosferici.
Ad oggi, le uniche forme crittografiche che resistono alla criptanalisi sono alcune codifiche sviluppate all’interno delle università, ben studiate e la cui programmazione è pubblicamente disponibile per la revisione da parte degli esperti. La sconfitta del sistema NDS, i cui creatori confidavano nella segretezza con cui circondavano ogni dettaglio implementativo, segue così le disfatte del sistema Seca e del CSS usato nei DVD video, anch’essi ormai facilmente copiabili. Chissà che questa volte le multinazionali non imparino la lezione...


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