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La vita dei supporti

La leggendaria biblioteca di Alessandria d’Egitto, operativa tra il 300 a.C. e il 391 d.C., contenne al suo apogeo oltre settecentomila volumi. Erano in gran parte copie uniche, e il danno per l’intera umanità fu enorme quando una torma di fanatici religiosi diede fuoco all’edificio (in base al principio che le loro sacre scritture, soltanto, erano necessarie e sufficienti).
Tutto il testo di tutti quei tomi oggi potrebbe venire registrato su tre dischi rigidi di quelli che equipaggiano i personal computer e si portano a casa per meno di mille franchi ciascuno: ma il gesto non basterebbe a preservare l’enorme e preziosissima quantità di informazioni.
Ancora oggi molte aziende di piccole dimensioni e molti studi professionali non hanno fatto tesoro della lezione di Alessandria: mantengono tutti i loro archivi in una copia unica. Esistono società che affidano anni della loro storia e centinaia di documenti preziosi a dischi, nastri e CD usurati dal tempo e ospitati all’interno di vecchi calcolatori che potrebbero guastarsi in qualsiasi momento. Le grandi aziende e gli stati normalmente non cadono in tranelli come questo: usano strategie complesse per realizzare copie di sicurezza degli archivi. Alcune multinazionali, di routine, effettuano ogni notte quattro copie di tutte le transazioni avvenute durante la giornata; poi immediatamente le spediscono con corriere aereo in ciascuno degli altri continenti, di modo che anche un disastro epocale non cancelli le loro memorie storiche.
Persino un atteggiamento prudente (qualcuno direbbe “paranoico”) come questo potrebbe non bastare, nel tempo, perche le registrazioni possono divenire illeggibili. La conservazione degli archivi è sempre stato un problema: le pellicole in celluloide vanno svolte riavvolte almeno una volta l’anno per evitare che l’emulsione si stacchi dai fotogrammi; i giornali e i libri si ingialliscono e poi imbruniscono, diventando illeggibili; alcuni inchiostri bruciano la carta su cui sono stampati. Le cose non migliorano quando si passa al formato digitale: i dischi rigidi (normalmente prodotti sotto vuoto e in assenza di polvere) si dissigillano e si rovinano, i nastri si smagnetizzano, persino alcuni CD soffrono perché il metallo al loro cuore potrebbe ossidarsi se qualche micro-crepa nella superficie permette ai gas atmosferici di penetrare. Solo da pochi anni sono disponibili statistiche affidabili che ci dicono quanta vita può offrire un supporto (tabella).
Riversare a brevi intervalli tutti gli archivi, in modo che l’informazione sopravviva al disco su cui venne originalmente incisa, è soltanto parte della soluzione. Pensate alle prime registrazioni audio: erano incise su cilindri di cera, ma oggi non esistono più grammofoni funzionanti per riprodurle. Lo stesso destino soffrono rare e preziose incisione su nastri magnetici a un pollice, film in formato superotto, libri e riviste microfilmati su supporti non standard. AI giorni nostri sono migliaia le registrazioni a rischio o completamente perdute che vengono gelosamente conservate negli archivi di tutto il mondo. Il travaso di file e documenti su supporti di introduzione più recente può essere una soluzione. Per esempio, oggi i floppy disk si stanno rapidamente estinguendo: così chi ne possiede ancora dovrebbe preoccuparsi di travasare tutti i suoi documenti su CD-ROM; le registrazioni audio, come le audiocassette, possono venire trascodificate in dischi CD; le videocassette con i momenti più importanti della nostra vita andrebbero digitalizzate e trasformate in dischi DVD o nastri DV se vogliamo che quei fotogrammi restino ai posteri.
Basterà? No, c’è un’altra minaccia, perché i dati in formato digitale non hanno alcun significato se non per l’applicazione software che li ha creati. Un piccolo esempio tratto dal vissuto personale di chi scrive: la tesi di laurea con cui il sottoscritto ha chiuso la sua carriera universitaria nel 1988 venne scritta con Microsoft Word, versione 3.0. Oggi è illeggibile, perché le moderne versioni di quel programma non sono in grado di aprire i documenti creati dalla loro antenata di soli quattordici anni fa. Si tratta di una problematica nata con l’era digitale: i classici dell’antichità sono sopravvissuti per migliaia di anni grazie alle ricopiature dei monaci amanuensi, richiedendo una traduzione quando le lingue in cui erano scritti si sono estinte. La Bibbia, per esempio, venne originalmente scritta in aramaico antico, ma di quella stesura non esiste più copia: sono rimaste le traduzioni in greco, a loro volta tradotte in latino e poi nella nostra lingua.
L’avvento dell’era digitale, con le sue generazioni sempre più ravvicinate di tecnologie innovative, rende obsolete le “lingue” dei calcolatori nel giro di pochi anni.
Rimediare o addirittura prevenire questa obsolescenza di formato è una sfida davvero difficile, ma non impossibile. Si tratta di registrare tutti i nostri archivi in formati standard: rappresentazioni delle informazioni ben conosciute e sanzionate da un ente pubblico; eviteremo invece i formati proprietari proposti da una sola azienda, per quanto importante, e non documentati (vedi tabella). Questo ci garantisce che esista una gran varietà di programmi in grado di leggere e rappresentare le nostre informazioni: è statisticamente certo che non tutto questo software si estinguerà o smetterà di supportare quel formato.
In sintesi, garantire vita eterna ai documenti dei nostri lavori e alle immagini della nostro privato è certamente un’impresa difficile. Eppure sarebbe sbagliato gettare la spugna senza provarci. Le nostre immagini, le nostre voci, possono potenzialmente conservarsi per migliaia d’anni. Voi potreste diventare una persona importante nei pensieri dei vostri discendenti proprio per questo motivo: sarete il loro più antico antenato conosciuto, all’alba della storia (gli altri, numerosi, antenati saranno dimenticati perché avranno stampato le foto su carta, e di loro sarà stato dimenticato tutto).
Se pianifichiamo per il meglio, dunque, le informazioni che vogliamo tramandare su noi stessi diventano pressocché eterne. Potremo vantarcene e chiosare: “fare la fine della biblioteca di Alessandria? Macché! Macché Alessandria... d’Egitto”.


Questo articolo fa parte di uno dei miei percorsi. Se vuoi saperne di più su questo argomento, visita il resto del percorso cliccando qui.