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Il chip sottopelle

Siamo abituati, ormai, a circondarci di dispositivi digitali. Telefoni cellulari, mini-stereo da passeggio, agendine elettroniche, calcolatori portatili fanno parte della vita di molti europei e nessuno sembra avere nulla da dire contro questa pratica. D’altra parte l’idea di trasportare parte di questi circuiti all’interno del nostro stesso corpo sta accendendo in queste settimane una polemica intercontinentale.
Nella zootecnia l’idea non è inusitata. In Australia, dove le grandi mandrie di bestiame vengono lasciate liberamente pascolare all’aperto, capita abbastanza spesso che le bestie di due proprietari differenti finiscano per mischiarsi tra loro. Per risolvere questi problemi sono nati i biochip, piccolissimi circuiti integrati (grandi poco più di un chicco di riso) che vengono impiantati tipicamente in un orecchio di ogni capo. Il chip irradia un numero identificativo che può venire facilmente “letto” a qualche metro di distanza con uno scanner simile a un walkie-talkie e che identifica il proprietario.
Nel 1997 un artista brasiliano, Eduardo Kac, aveva inserito uno di questi dispositivi nel proprio corpo. Si trattava di una variante studiata per identificare gatti e cani; Kac aveva fatto in modo di registrare il suo nome nella relativa base dati, sia come proprietario che come animale domestico. “Volevo attirate l’attenzione della gente”, dichiarò ai tempi l’artista sul suo sito www.ekac.org, “sui pericoli e le potenzialità della tecnologia”. La canadese Nancy Nisbet ha deciso nell’ottobre 2001 di fare un ulteriore passo avanti: due biochip emettono in continuazione informazioni che vengono ricevute dal suo personal computer e da una unità GPS che la donna porta sempre con sé. La donna, un’insegnante di belle arti presso la Università del Columbia Britannico, ha scelto di farsi riprendere da una webcam e di trasmettere su Internet la sua esperienza per esprimere una sua espressione artistica “sulla connessione tra la realtà fisica e quella virtuale e per esprimere il rapporto tra uomo e macchina”.
I chip di Nancy Nisbet sono impiantati nel dorso della sua mano destra: una scelta effettuata perché secondo l’artista canadese le nostre mani sono lo strumento con cui usiamo le nostre tecnologie e con cui ci identifichiamo (come accade quando si rilevano le impronte digitali). Il gesto dell’insegnante ha però suscitato reazioni indignate da parte di alcuni gruppi di fondamentalisti religiosi cristiani. Costoro hanno citato un celebre versetto della Apocalisse (13, 16), che predirebbe l’avvento dell’Anticristo con queste parole: “S’adoperava inoltre che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, fosse impresso un marchio sulla mano destra e sulla fronte, in modo che nessuno potesse comprare o vendere all’infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della fiera o il numero del suo nome”.
Negli Stati Uniti, un rappresentante dei fondamentalisti ha chiesto ufficialmente che le autorità federali vietino espressamente l’uso di biochip negli uomini. Con un comunicato stampa che ha fatto molto discutere, il 4 di aprile scorso la FDA (food and drugs administration, l’ente pubblico americano che regolamenta l’uso di farmaci e il trattamento degli alimenti per l’uomo) in risposta ha decretato che non emetterà regolamenti che limitino l’uso di questi dispositivi sull’uomo. Non si tratta di apparecchi che abbiano conseguenze sul piano sanitario: è questa la linea di pensiero dei burocrati d’oltreoceano.
Una società produttrice di biochip, la Applied Digital Solutions (www.adsx.com), ha immediatamente annunciato che entro tre mesi metterà in vendita per 200 dollari la procedura per impiantare biochip e per 3000 dollari lo scanner che li legge. Secondo il direttore tecnico dell’impresa, Keith Bolton, il dispositivo potrà salvare molte vite se verrà inserito nel corpo di malati che soffrono di alcune sindromi (come i diabetici a rischio di coma e gli epilettici): i medici che intervengono in questi casi potranno usare lo scanner per leggere dal biochip la storia medica del paziente anche quando questo non è cosciente. Il prodotto della ADS, che va sotto il nome commerciale di VeriChip, emette in continuazione un testo composto da un massimo di 1024 caratteri usando la frequenza radiofonica di 125 kHz, può venire ricevuto e decodificato a una distanza massima di un metro e venti centimetri. La ADS avrebbe intenzione di fare dono di un esemplare dello scanner a tutti i maggiori ospidali statunitensi, per stimolare l’accettazione della sua tecnologia.
Un importante politico brasiliano, Antonio de Cunha Lima, ministro del governo dello stato federale di São Paulo, ha tempestivamente annunciato che vorrà nessere il primo uomo in Brasile a farsi impiantare il VeriChip della ADS, in una speciale configurazione che utilizza il sistema GPS per trasmettere non solo l’identità ma anche la posizione geografica del portatore. Nella città di São Paulo, megalopoli di 17 milioni di abitanti e capitale dello stato omonimo, sta infatti scoppiando il fenomeno criminale dei rapimenti a scopo di estorsione: ben 251 nel 2001 contro 39 nell’anno precedente e soltanto 13 nel 1999. Secondo il ministro, il VeriChip potrà costituire una forma di protezione e di dissuasione nei confronti dei malfattori. Cunha Lima, politico di lungo corso con ventidue anni di carriera alle spalle, sostiene che “bisogna stare in guardia contro le violazioni della privacy, ma l’uso di questa tecnologia è interamente volontario; chi sceglie di farsi impiantare il biochip ha considerato le conseguenze della sua azione”. La ADS, più prosaicamente, si aspetta che buona parte delle richieste di impìianto arriveranno da teen-ager ansiosi di sottoporsi all’impianto (che avviene ambulatorialmente e in anestesia locale) solo perché la tecnologia è nuova e “ganza”. Il biochip, insomma, nasce sotto molte stelle assai differenti: marchio della Bestia, moda per giovani e dispositivo salvavita. Sarà il tempo a dirci quale aspetto prevarrà.


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