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La fine del pasto gratis

Gli americani hanno un modo di dire, cinico ma ragionevole: “there ain’t such a thing as a free lunch”, letteralmente “non esiste nulla di simile a un pasto gratis”. Per significato, assomiglia al nostro “nessuno ti dà niente per niente”, ma espresso per tinte più forti. Il detto è così sentito che a volte viene abbreviato con una specie di acrostico, usando le sole iniziali: e diventa “taintstaafl”.
L’Internet pareva fare eccezione. La Rete delle Reti per moltissimi anni è cresciuta negli ambienti accademici, dove la divulgazione della conoscenza è lo scopo, la collaborazione è la norma e i segreti sono anomalie. Ancora oggi continuano ad esistere gruppi di discussione in cui esperti anche famosi offrono gratuitamente consigli, librerie di classici da cui chiunque può prelevare testi, risorse liberamente utilizzabili -- e anche iniziative di condivisione francamente balzane, come frigoriferi collegati in Rete di cui chiunque può conoscere la temperatura interna. L’idea che sta alla base dei siti gratuiti è pressappoco “prendi liberamente mille, ma sentiti in dovere di restituire uno”: per esempio, chi scarica e legge moltissimi romanzi d’autore viene invitato a procurarsi un volume non disponibile su Internet, trascriverlo sul suo calcolatore e inviarne una copia, in modo da estendere la biblioteca (naturalmente, questo tipo di iniziative coinvolge soltando classici sui quali il diritto d’autore è scaduto e la cui divulgazione è quindi lecita).
Quando Internet ha cominciato a diffondersi anche tra le aziende e i privati, la cultura della condivisione è almeno parzialmente rimasta. Il boom delle connessioni Internet nel nostro continente, per esempio, è nato con le connessioni telefoniche cosiddette gratuite (in realtà è il costo della telefonata urbana, che finisce in bolletta, ad alimentare i bilanci del fornitore di connettività). I nuovi siti web introdotti dalle realtà commerciali nella seconda metà degli anni Novanta molto spesso offrivano servizi gratuiti o quasi. Per esempio, Hotmail è un servizio di posta elettronica utilizzato da oltre centoventi milioni di persone per ottenere una casella postale e-mail che non ha mai chiesto un centesimo ai suoi utenti; Geocities in maniera analoga ha sempre offerto spazio per un sito web personale a costo zero. Alcuni concorrenti di queste imprese hanno cercato di presentare servizi analoghi chiedendo un canone di abbonamento, ma (prevedibilmente) non hanno avuto fortuna. Ancora oggi chi si reca su Yahoo e cerca “gratis” trova centinaia di possibilità a prezzo zero e qualche decina di siti il cui unico scopo è segnalare le offerte gratuite altrui (per esempio, chi distribuisce campioncini di prodotto, chi permette di inviare brevi messaggi di testo ai Natel senza pagare, sfondi per la scrivania del calcolatore, musica MP3...)
La novità del 2002 è che i rubinetti si stanno chiudendo. Il clima economico corrente non è più quello sovreccitato e iperottimista vigente sono a soli due anni fa; le imprese che operano in Rete devono presentare bilanci in regola o i loro azionisti metteranno in questione il consiglio di amministrazione. Per di più, il valore delle inserzioni pubblicitarie in Rete è oggi molto basso -- ed era la pubblicità a finanziare i servizi come Hotmail o Geocities. D’altra parte le imprese che hanno cercato di passare bruscamente da un regime di gratuità alla fornitura di servizi a pagamento sino ad oggi hanno incontrato reazioni durissime da parte dei loro utilizzatori; così i grandi nomi di Internet hanno cercato di indorare la pillola.
Eudora, uno dei programmi per la gestione della posta elettronica che veniva distribuito gratuitamente sino a pochi anni or sono, oggi è disponibile in una versione a pagamento oppure in una versione gratuita ma che mostra in continuazione annunci economici mentre leggiamo e rispondiamo alla corrispondenza. Hotmail ha inserito un limite al numero di messaggi che si possono ricevere sulle caselle gratuite, nonché un limite sulla loro dimensione; chi volesse superarli è invitato a passare a un servizio “premium” a pagamento. I siti personali di Geocities continuano a risultare gratuiti... ma solo per un limitato numero di visitatori ogni mese: superato quel limiti il sito diventa irraggiungibile, a meno che il proprietario non esborsi un canone. Contemporaneamente, l’assistenza telefonica per i clienti non viene più fornita su un numero gratuito ma è passata ad un numero il cui accesso costa la bellezza di tre franchi al minuto.
Nel frattempo, i nuovi servizi che stanno nascendo sono tutti e inevitabilmente a pagamento. Non debbono temere di deludere gli utenti consolidati (perché non ne hanno) e quindi giocano già secondo le nuove regole. È il caso, per esempio, di Oddpost (www.oddpost.com), una eccellente soluzione per gestire la posta elettronica attraverso le pagine web (quindi senza usare un programma dedicato come Outlook Express), che viene offerto per un canone di trenta dollari al mese: un prezzo che solo un anno fa non avrebbe incontrato l’adesione di nessuno. Una nuova impresa per la fornitura di servizi di posta elettronica, la britannica Another.com (www.another.com), offre caselle postali per quindici sterline l’anno e incontra successo anche se l’unica novità rispetto alla concorrenza (come Hotmail) sta nella possibilità di scegliere anche la seconda parte dell’indirizzo , quella che si trova dopo il simbolo @, selezionandola tra oltre quindicimila alternative. La stessa Microsoft intende imporre un sistema di pagamento a canone per tutti i suoi futuri servizi Internet, le cosiddette “soluzioni .net” che vendiamo pubblicizzate in televisione in questo periodo. Se lo fa Bill Gates, che notoriamente non ha problemi economici, vuol proprio dire che non c’è scampo.


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