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Nastro blu

Nel codice genetico di Internet, la sua pur breve storia lo dimostra, ci sono democrazia e autodeterminazione, ma anche l’anarchia e un bel po’ di testardaggine.
I nostri lettori che hanno l’abitudine di navigare sul web avranno forse incontrato alcuni siti che si fregiano di una decorazione disegnata, una specie di nastrino blu elettrico ripiegato nella forma della lettera greca delta. È il simbolo della lotta per la democrazia e la libertà di espressione. Anima siti importanti come il progetto Gutenberg -- che vuole portare su Internet in forma scaricabile e gratuita tutti i più grandi classici della letteratura. Il nastrino spicca nella sezione “libri proibiti”, che raccoglie tutti i volumi che furono (e magari sono ancora) censurati, vietati per legge o bruciati.
http://digital.library.upenn.edu/books/banned-books.html
Tra quei testi troviamo la Bibbia (la cui distribuzione è vietata in Arabia Saudita) e il Viaggio di Charles Darwin (la sua teoria della evoluzione è comprovata dalla scienza tanto quanto la teoria della gravitazione di Newton, ma assai più invisa ad alcune teocrazie). Gli internauti che si riconoscono nelle tesi del nastro blu hanno anche una organizzazione ufficiale, la EFF (Electronic Freedom Foundation, fondazione per la libertà digitale) che sostiene le loro tesi nelle aule dei tribunali e difende per vie legali i membri e simpatizzanti che vengono messi sotto accusa per aver applicato le loro idee nei fatti. Volontari che mettono a disposizione “per la causa” tutto il loro tempo libero e lottano per la diffusione del sapere incontrano la incondizionata simpatia dei più. Però, però... può la libertà di espressione conoscere mezze misure? Secondo i fan del nastro blu, no: e per questo motivo essi hanno parole dure (tra l’altro) per la Svizzera, dove un referendum del 1995 ha tolto il diritto di parola ai cosiddetti “revisionisti dell’Olocausto”, quegli pseudo-storici che sostengono che le stragi dei nazisti non sono mai avvenute. Questione complessa e delicata (e del resto il referendum passò con una maggioranza risicata, circa il 54%).
Alcuni liberal dell’Internet vanno ancora oltre, e contestano anche la istituzione del copyright, in particolare per quanto riguarda il software. Secondo questi teorici, il prodotto dell’ingegno umano deve beneficiare tutti e non solo l’autore. Per esempio, per loro appare lecito che chi scrive presenti parcella alla redazione del Corriere del Ticino in cambio di questo articolo, ma è inaccettabile che a quel punto l’articolo stesso non sia ripubblicabile da chiunque. Trovano intollerabile la pubblicazione di libri in cui l’autore riceve una percentuale sulle vendite e immorale che alcuni autori di programmi distribuiscano il software in forma compilata, cioè utilizzabile ma non modificabile. Il loro arci-avversario, da sempre, è Microsoft, gigante dell’informatica chiusa e proprietaria. I loro campioni sono invece i programmatori del free software, movimento che prevede la libera distribuzione del software in forma non solo gratuita ma anche modificabile. Richard Stallman, riconosciuto guru del movimento open source, ha sostenuto le sue tesi in alcuni volumi molto apprezzati nei circoli dell’informatica, tra cui “Free as in fredom”.
Anche in questo caso si tratta di idee che alcuni di noi possono giudicare estreme ma tutto sommato rispettabilissime; e del resto anche il più appassionato sostenitore di Microsoft Windows converrà che l’esistenza di alternative gratuite al sistema operativo di Bill Gates ha certamente l’effetto di spronare Microsoft. Se essa vuole vendere il suo prodotto e intascare centocinquanta euro o giù di lì da ogni utilizzatore dovrà offrire capacità e potenza e semplicità d’uso; viceversa se non ci fossero alternative il monopolista potrebbe continuare a vendere la versione esistente a un prezzo arbitrariamente alto.
Da una costola del movimento free software sono nati anche Napster e i suoi cloni. Se il diritto d’autore è immorale, si opina, che male c’è a distribuire gratuitamente opere coperte da copyright? Naturalmente, decine di milioni di ragazzi che non hanno mai incontrato il nastro blu sono rimasti folgorati dall’idea di scaricare canzoni gratuitamente da Internet, senza acquistare i dischi e dunque senza sborsare un centesimo. La reazione di chi vive sul diritto d’autore, e cioè le case discografiche e cinematografiche, non si è fatta attendere ed è stata violentissima. Perseguitato Napster sino a costringerlo al fallimento, oggi le grandi case denunciano anche i singoli utilizzatori delle tecnologie di condivisione, fanno lobby nelle sale della politica e convincono i parlamentari a far passare leggi durissime e inaudite per la tutela del copyright. Negli Stati Uniti nel 2000 è diventato legge il discusso Digital Millennium Copyright Act, che punisce addirittura il tentativo di fare copie di riserva di programmi, film e canzoni. Nel nostro continente molte nazioni, tra cui Francia e Italia, hanno introdotto tasse salate sui supporti magnetici vergini (audiocassette vuote, CD masterizzabili): finiscono nelle tasche delle organizzazioni per la tutela del diritto d’autore. Idea comprensibile ma discutibile, perchè viene tassato anche chi sta solo facendo una copia di riserva dei suoi documenti personali e perchè comunque oggi DVD e CD audio originali sono sempre più spesso protetti contro la copia. Si propongono poi leggi che renderebbero obbligatorio l’inserimento di circuiteria anticopia in ogni apparecchio digitale acquistabile dai consumatori.
Sempre negli USA, l’associazione delle case discografiche sta addirittura premendo perchè ai suoi membri venga garantito per legge il diritto di violare i calcolatori dei singoli consumatori per cercarvi tracce di materiale coperto da copyright. La EFF grida allo scandalo: secondo i liberal tanto varrebbe dire che chi viene svaligiato ha il diritto di pedinare il ladro per poi entrare in casa sua e fare man bassa di tutto quello che ci trova.


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