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Le banche nell’era di Internet

La Rete delle Reti ha cominciato a diffondersi nelle case e negli uffici verso la metà degli anni Novanta; conquistando immediatamente un pubblico di utilizzatori affluenti e istruiti. Numericamente ridotto, in quel primo periodo, ma di grande interesse come mercato potenziale. Mentre centinaia di operatori di commercio elettronico fiorivano nel ciberspazio come funghi dopo la pioggia, le banche si muovevano secondo i loro tempi consueti: qualche prima offerta di consultazione del conto corrente apparve solo nel 1998. Oggi possiamo dire che quasi ogni istituto si è dotato di un sito Internet interattivo che eroga servizi alla clientela: ma forse si tratta di un caso di “troppo poco e troppo tardi”.
La crisi di Internet -- quella che ha portato al fallimento o al tramonto alcuni tra i nomi più egregi del settore come Napster, Netscape o l’europea Boo -- è cominciata a metà 2000, e ha portato al consolidamento (cioè alla fusione di alcuni operatori e al fallimento di altri, i meno abili). Il mercato dei consumatori di Internet, che si aspettano di trovare in Rete servizi e soluzioni, non ha mai smesso di crescere. L’offerta delle banche sotto molti versi si è dimostrata non solo tardiva ma spesso insoddisfacente.
Facciamo qualche esempio e spieghiamo perché sono stati commessi errori madornali. Le banche sono da sempre altamente informatizzate, ma da sempre favoriscono i grandi sistemi centralizzati: Internet viceversa è un sistema completamente distribuito. Non è banale collegare il sistema centrale di una banca all’Internet, specialmente quando si prendono in considerazione le problematiche di sicurezza. Le banche adottano anche calcolatori personali collegati al sistema centrale, ma per semplicità tendono a decretare che ogni ufficio e ogni impiegato deve usare un certo determinato modello, un qualche sistema operativo (Microsoft Windows NT Workstation è il più gettonato, per quanto datato); i dipendenti che hanno il permesso di accedere a Internet dall’interno della banca utilizzano strumenti stabiliti centralmente (più comunemente, Microsoft Internet Explorer 5). Ma il responsabile del centro elaborazione dati di un istituto non ha controllo sui calcolatori utilizzati dai clienti. Il software di telebanking verrà contattato non solo da versioni di Windows ancor più vecchie o molto più recenti, ma anche da altri sistemi. Il sistema operativo Mac OS, per esempio, trova estimatori in Svizzera con percentuale doppia rispetto alla media europea: circa l’8%. Gli svizzeri amano anche una alternativa a Explorer per navigare in Rete: Netscape, anch’esso diffuso ben oltre la media continentale, circa il 6,8% secondo un sondaggio datato agosto 2002 dell’operatore mondiale WebSideStory. Mettetevi allora nei panni di un avvocato o di un architetto che si collega al sito del suo istituto bancario per eseguire un semplice bonifico, usa strumenti informatici validi ma non testati dalla banca, si scontra di conseguenza con difetti e malfunzionamenti, magari non riesce affatto a concludere quella semplice transazione. L’irritazione è grande. Parecchi risolvono il problema alla radice cambiando sportello e portando con sé il loro gruzzoletto. Sono proprio i professionisti e i clienti più facoltosi ad avere meno tempo libero per andare fisicamente presso gli sportelli delle banche e a spingere per servizi telematici più avanzati.
Ne hanno approfittato nuove realtà parabancarie, nate esplicitamente per soddisfare questo tipo di esigenze. Il 35% circa delle società che oggi offrono servizi bancari su Internet sono di recente costituzione. Partendo da zero e con una buona conoscenza del mezzo, negli ultimi tre anni sono nate aziende dal modello di business innovativo. Offrono elevate percentuali d’interesse sui conti, compatibilità con tutti i calcolatori e i programmi di navigazione, sportelli telefonici a costo zero per il chiamante, portafogli vastissimo di servizi che includono anche le operazioni di Borsa (e non solo sui mercati nazionali), per azioni e per derivati. Sono nati da banche molto piccole e quindi agili o, più frequentemente, da imprese immobiliari e da società per la gestione di fondi comuni d’investimento. Tipico il caso di ING, gruppo olandese nato proprio nell’ambito dei fondi comuni, che si è gettato verso questo mercato, offrendo in tutta Europa conti correnti che sfiorano il 5% di interessi. Esistono anche le banche-supermercato, che si appoggiano alla grande distribuzione.
Le conseguenze nel lungo periodo potrebbero essere massicce. Il 9 settembre 2002 il dipartimento di economia di una università britannica, la University of Newcastle upon Tyne, ha rilasciato i sorprendenti risultati di uno studio sull’argomento. Secondo i cattedratici, la galassia degli istituti bancari consolidati verrà investita da un terremoto come non si vedeva da quattrocento anni a questa parte e ne uscirà completamente rivoluzionato. “Le nostre ricerche”, ha commentato il professor Feng Li, titolare nella cattedra di e-business, “rivelano che i nuovi competitori pongono una seria minaccia alle banche esistenti perché cambiano le regole della concorrenza e innalzano le aspettative dei clienti per quanto riguarda i servizi. [...] Questo pone grande pressione sulle banche esistenti che devono ridurre i prezzi e offrire prodotti innovativi e maggiore scelta”. Secondo i ricercatori inglesi, i nuovi istituti stanno mantenendo il vantaggio guadagnato negli ultimi cinque anni grazie alla introduzione continua di nuovi servizi. Di recente hanno introdotto l’accesso ai servizi bancari anche via telefono cellulare, teletext, televisione digitale interattiva e calcolatore palmare: nuovi canali, che possono raggiungere anche i consumatori poco avvezzi all’Internet, e mettono una percentuale ancor maggiore di clienti alla portata del canto delle sirene degli ultimi arrivati.


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