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Il popolo contro Microsoft

È stata una lunga storia, ricca di colpi di scena quanto una telenovela. Vale certamente la pena di ripercorrerla. Si comincia nel 1995: il governo federale degli Stati Uniti d’America e la Microsoft firmano di comune assenso un accordo formale che dovrebbe limitare le pulsioni monopolistiche della casa di Redmond. Secondo la legge americana, infatti, conquistarsi un monopolio è lecito, ma chi si trova in condizioni di monopolio deve rispettare una serie di regole aggiuntive: per esempio, gli è proibito vendere prodotti sottocosto. Nella patria del capitalismo, dove i legislatori odiano imporre qualsiasi tipo di barricate alla libera impresa, queste norme sono state emanate nel 1912 per impedire che un monopolista abusi della sua situazione privilegiata e conquisti altri mercati grazie alla forza che gli viene dalla sua posizione dominante.
Nel 1997, il Dipartimento della Giustizia cita Microsoft in giudizio, accusandola di avere violato l’accordo. Il motivo? L’azienda di Bill Gates aveva inserito in ogni copia di Windows 95 una copia di MS Internet Explorer, il programma per navigare su Internet che ai tempi tutti ritenevano inferiore al concorrente Netscape. Explorer viene sostanzialmente regalato -- Microsoft si spinge sino a crearne una versione per il sistema operativo concorrente al suo, quello Macintosh, e a distribuirlo a sue spese senza guadagnarci un dollaro. Netscape, che sino ad allora vendeva il suo Navigator, comincia una lenta spirale in discesa che la porta dal 90% delle quote di mercato di allora sino al 3,7% attuale. Il governo di Clinton chiede il blocco delle vendite per Microsoft e una multa di un milione di dollari. Il giudice Thomas P. Jackson concede il primo e nega la seconda.
I giudici federali negli USA sono nominati dal potere politico: Jackson è un repubblicano di destra che deve il suo posto a Reagan e per questo motivo Microsoft accetta che agisca da giudice e anche giuria -- conta di velocizzare i tempi del processo e uscirne bene. Ma Gates & co. riescono subito a irritare il giudice: rilasciano una versione di Windows priva sì di Explorer ma anche non funzionante: rispettando così la lettera ma non certo lo spirito dell’ordinanza.
Il processo di primo grado che segue va davvero male per Microsoft. Non solo il governo federale ma anche 19 tra gli Stati dell’Unione la trascinano sul banco della difesa. Numerosi documenti interni all’azienda, sequestrati, si dimostrano compromettenti: Paul Maritz, il vicepresidente responsabile di Windows, numero 3 della azienda, viene trovato in possesso di un memorandum in cui scrive “taglieremo l’aria a Netscape” e di una e-mail in cui minaccia Apple Computer di bloccare lo sviluppo della speciale versione del popolarissimo Microsoft Office per i calcolatori Apple, a meno che la casa rivale non acconsenta a preinstallare Internet Explorer su ogni computer che esce dalla fabbrica (Apple acconsentì). Un altro vicepresidente, Allchin, viene pressocché accusato di spergiuro; una deposizione videoregistrata in cui avrebbe dovuto dimostrare che era impossibile rimuovere Explorer da Windows si dimostra falsificata. David Colburn di America On Line (il maggior fornitore di connettività Internet al mondo) testimoniò che era stato approcciato da Microsoft con la domanda “Quanto dobbiamo pagare perché voi fottiate Netscape?”
A fine 1999, Jackson nomina il giudice capo Richard Posner -- famoso perché gli venne negato un posto nella Corte Suprema a causa delle sue idee ultraconservatrici -- mediatore straordinario e lo incarica di cercare il patteggiamento tra le parti. Posner si scontra con la posizione rigida di Microsoft e rinuncia. Jackson, infine, condanna Microsoft alla massima pena prevista dalla legge antitrust: la divisione forzata in più società minori. Microsoft ricorre in appello: e qui vince. La società di Redmond dimostra infatti che il giudice concesse alcune interviste a giornalisti mentre il processo era ancora in corso, dietro accordo che i suoi commenti non verranno pubblicati sin dopo la sentenza. Ma la legge non permette a un togato di esprimere opinioni se non alla presenza delle due parti, perché esse possano controbattere e spiegarsi: la corte d’appello invalida allora non la sentenza (inoppugnabile) ma la pena, e nomina un secondo giudice, la signora Colleen Kollar-Kotelly, perché riveda la procedura e commini una nuova condanna. Nel frattempo però George Bush ha vinto le elezioni. L’estabilishment repubblicano non crede negli interventi ai danni di una società che fa tanto per il bilancio dello Stato (e i generosissimi contributi di Gates alla difficile campagna elettorale pro-Bush sono stati assai graditi). Il governo si ritira dalla causa trascinando con sé la maggioranza dei querelanti: ma nove procuratori generali degli Stati federati decidono di proseguire la battaglia legale. Si arriva così alla storica decisione odierna.


La decisione del giudice

La signora Colleen Kollar-Kotelly doveva prendere due differenti decisioni. Primo, accettare o respingere l’accordo tra Microsoft e il Dipartimento della Giustizia dell’amministrazione Bush. Secondo, emettere un verdetto relativo alla causa ancora aperta tra i nove stati federali e Microsoft.
Kollar-Kotelly ha approvato la maggior parte delle clausole del patto consensuale Microsoft-Dipartimento di giustizia -- che del resto Microsoft sta già applicando da alcuni mesi in segno di buona volontà. Il verdetto è vincolante per cinque anni, ma saranno solo i dipendenti di Microsoft a dover sorvegliare che la loro azienda rispetti i patti. Gli stati federali sconfitti, dal canto loro, potrebbero appellarsi alla Corte Suprema degli USA, ma la massima istanza della magistratura d’oltreoceano avrebbe il diritto di scegliere se ascoltarli o ignorare la richiesta. Insomma, una chiara vittoria per Microsoft, anche se la corte si riserva di tenere d’occhio i comportamenti di Gates & C e di intervenire sua sponte in caso di atteggiamenti contrari allo spirito del verdetto. Lo strascico più pesante dalla lunghissima causa è però un altro: resta scritto nero su bianco che il dominio di cui Microsoft gode è effettivamente un monopolio. Concorrenti e clienti del gigante produttore di Windows potranno approfittarne per farsi tutelare maggiormente in futuro e per contrastare legalmente eventuali manovre spregiudicate dell’arcirivale. Non è cosa da poco: ora gli avversari della casa di Bill Gates possono trascinarla nei tribunali statali e pretendere che si applichino tutte le restrizioni che la legge Truman riserva ai monopolisti. Le toghe federali sono di nomina centrale e in stragrande maggioranza repubblicane: se Microsoft venisse coinvolta in giudizio presso un tribunale californiano -- da sempre fortemente liberal -- incontrerebbe ben minore simpatia. Secondo alcuni esperti legani statunitensi, insomma, più che una assoluzione quella impartita da Collar Kotelly è una libertà vigilata.


Il giudice federale americano, Colleen Kollar Kotelly

Microsoft contro l'Unione Europea

Maggio 1998: il portavoce della Commissione Europea dichiara che non è intenzione di quell’organo indagare le azioni di Microsoft. L’esecutivo della Unione Europea preferisce lasciare quel compito agli investigatori americani. Nei quattro anni appena trascorsi, però, il ruolo centrale della Commissione si è fatto più forte e in particolare il commissario alla concorrenza, professor Mario Monti -- italiano, confermato nel ruolo già rivestito durante la legislatura precedente -- assume in continuazione nuove iniziative. Nel febbraio 2000 Monti e la sua squadra annuncia ufficialmente l’apertura di una inchiesta; documenti interni giunti nelle mani della stampa nell’ottobre 2001 accusano la società di Bill Gates con parole forti: ostruzionismo, falsa testimonianza. Una decisione non è imminente stando alle dichiarazioni rilasciate all’indomani della sentenza d’appello americana; ed è tutt’altro che chiaro quale questa sentenza possa essere. Non si potrà in nessun caso di un ordine di divisione in più aziende piccole, com’era accaduto al termine del processo statunitense di primo grado, ma la Commissione gode comunque di poteri davvero temibili: può imporre una multa sino al dieci per cento del fatturato annuale -- quindi 3,2 miliardi di dollari -- o chiedere che i gioielli di casa Gates vengano esposti in piazza, rivelando tutto il codice sorgente di Windows. Se Microsoft rifiutasse di sottostare non potrebbe più condurre affari nei Paesi della Unione. Anche se Microsoft è una società interamente americana, la Commissione può intervenire (nel luglio 2001 impedì la fusione di General Electric e Honeywell, anch’esse statunitensi).
I soliti bene informati sostengono che una decisione preliminare potrebbe arrivare presto e che sarebbe sostanzialmente contraria a Microsoft. Le conseguenze sarebbero immediate, perché SuperMario -- nomignolo assai significativo, questo -- è investito dei poteri di giudice, giuria e boia.
Cosa accadrà allora? È assai probabile che Monti e i suoi decidano per una serie di forche caudine da imporre alla società di Bill Gates: trasparenza, blocchi antitrust e una dose di supervisione governativa. Una decisione più debole -- come quella del giudice americano -- verrebbe accusata di laissez-faire e di cedimento, una decisione più forte incontrerebbe diffidenza e ostilità da parte degli avversari di Monti dentro la stessa Commissione.


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