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Un miliardo di buone ragioni

Forse non ci avrete mai fatto caso, neppure se usate il calcolatore quotidianamente: ma voi non possedete una copia di Windows nè una copia di Word. Voi possedete una licenza d’uso: il programma è di proprietà esclusiva di Microsoft, mentre voi avete semplicemente il diritto di utilizzarlo, a certe condizioni e con certi limiti. Sta tutto in quelle dieci pagine scritte fitte fitte, che normalmente non si legge mai nessuno, contenute nella confezione originale del pacchetto. Chi la sfoglia davvero ci trova parecchia altre chicche: a vostra moglie (o marito) non è affatto consentito di usare la vostra copia del software. Chi usa la clip art (la libreria di immagini) è tenuto a difendere Microsoft da qualsiasi accusa legale (per esempio, plagio), pagando anche le spese legali relative. Microsoft può revocarvi il diritto ad usare Office in qualsiasi momento, senza doversi giustificare; in questo caso voi dovrete distruggere disco, manuale, garanzia e scatola.
È pur vero che le licenze software sono redatte da uffici legali con la fantasia troppo accesa e restano normalmente lettera morta. Una cambiamento recentissimo nella licenza d’uso dei programmi Microsoft, però, ha attirato l’attenzione delle aziende, anche delle più distratte. Un anno fa, la società di Bill Gates ha infatti cambiato il meccanismo di calcolo del costo del software, introducendo per le grandi imprese un meccanismo che le obbliga sostanzialmente ad acquistare ogni singolo aggiornamento.
Il fatturato Microsoft -- che ha superato un quarto del prodotto interno lordo della Norvegia -- ne ha tratto gran giovamento e nell’anno fiscale appena concluso (il 30 settembre scorso) la casa di Redmond si è trovata con un miliardo di dollari di utili in più in tasca. Davvero una bella sommetta.
Secondo un recente rapporto di una società di analisi di mercato americana, lo Yankee Group, molti responsabili aziendali degli acquisti informatici -- colpiti nel portafoglio -- stanno seriamente cercando alternative al monopolio Microsoft. I ricercatori hanno intervistato millecinquecento direttori tecnici di grandi imprese e hanno scoperto che quasi il quaranta per cento di essi sta valutando le alternative a Windows. “L’insoddisfazione accumulata non si tradurrà necessariamente in defezioni delle grandi società ai sistemi operativi concorrenti. Ma si apre decisamente uno spiraglio e aumenta la possibilità che Linux e il Macintosh OS X acquisiscano nuovi appigli in una cultura d’impresa a schiacciante maggioranza Windows” ha dichiarato Laura Di Dio, analista dello Yankee Group e responsabile del rapporto.
Il costo di Windows è emerso come il motivo più significativo di disaffezione tra la grande impresa e Microsoft. Altri motivi segnalati dai responsabili informatici delle imprese: le pratiche monopolistiche di Microsoft; un marketing portato alle iperboli a fronte di modesti miglioramenti nei prodotti; i noti problemi di sicurezza che affliggono Windows; i tradizionali ritardi nel rilascio delle nuove versioni del software; la confusione riguardante la nuova iniziativa “.NET”.
Fra le alternative, il Macintosh sembra preferito dalle aziende che curano design e grafica e da quelle che studiano internamente lo sviluppo dei propri prodotti; Linux appare più interessante per chi sta semplicemente cercando “l’antiWindows”.