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Genetica in casa

La genetica sta facendo passi da gigante. Il progetto Genoma Umano, recentemente concluso con successo, ha dissotterrato quantità imponenti di nuove infermazioni. E naturalmente le scoperte scientifiche stanno cominciando a trasformarsi in tecnologie e applicazioni pratiche.
Prendiamo per esempio il campo della sicurezza, uno dei pochi che negli ultimi anni (e specialmente dopo l’undici settembre 2001) ha conosciuto un vero e proprio boom degli affari. L’identità delle persone veniva accertata alla fine del Settecento misurando con la massima precisione possibile la lunghezza di alcune ossa del corpo. Nell’Ottocento nacque la pratica della rilevazione delle impronte digitali. Ai giorni nostri poi sono nati gli scanner della retina, dispositivi ottici che rilevano e registrano la forma unica dell’occhio interno a scopo di identificazione. Ma che cosa potrebbe essere più unico e caratteristico di una persona se non il suo DNA? Se non avete un gemello identico, allora nessun’altra persona al mondo può venire confusa con voi stessi quando si prende in esame il vostro codice genetico. L’esame del DNA per dirimere complesse indagini criminali o per risolvere contese sulla paternità di un bambino esiste già da alcuni anni, ma sino ad oggi era una questione complessa, fastidiosa e costosa. Gli strumenti oggi utilizzati per un esame del codice genetico richiedono un completo laboratorio d’analisi popolato con tecnici qualificati e circa due settimane di intenso lavoro. Il prof. Clay Shirky, docente della università di New York, sta lavorando su una nuova tecnologia che, a detta del cattedrattico americano, porterà all’identificazione immediata e sicura di una persona attraverso il suo DNA, semplicemente sfregando un sensore su una parte esposta della pelle (per esempio, il collo) in modo che qualche cellula epiteliale resti catturata. La Visa apparentemente si sta interessando alle ricerche.
In una fase più avanzata di sviluppo è uno strumento diagnostico in fase di sviluppo da parte di una azienda londinese, la LGC, la quale parrebbe decisa a metterlo in commercio entro l’anno. In questo caso però lo scopo dello strumento non è quello di identificare l’individuo ma invece di eseguire una batteria di test che metta in luce se l’individuo è affetto da alcune malattie pericolose -- ce ne sono diverse che oggi sono di difficilissima diagnosi ma che possono provocare sindromi anche fatali come la meningite.
Lo scanner genetico della LGC ha la dimensione di una scatola da scarpe e può completare l’esame del DNA in maniera completamente automatica in sola mezz’ora di lavoro, partendo da un campione di saliva. Gran parte del risparmio in tempo e in spazio verrebbe dal fatto che lo strumento è in grado di completare le sue analisi senza dover selezionare e scindere fisicamente le cellule da cui ricava il campione di DNA. Secondo il Dr. Paul Debenham, direttore scientifico della LGC, lo scanner genetico sarà disponibile a cliniche ed ospedali a un costo attorno alle quattromila sterline (equivalenti a circa novemila franchi). Una cifra che nel medio periodo potrebbe rendere lo strumento alla portata di ogni medico di famiglia.
Il DNA tratto dalla saliva viene costretto a riprodursi in una reazione che i biologi chiamano polimerasi: è questa la porzione dell’esame che richiede il maggior tempo. Il campione così ottenuto viene poi soggetto a una serie di analisi automatizzate che identificano la presenza o l’assenza della infezione. I dettagli scientifici sullo strumento sono stati recentemente pubblicati sulla rivista scientifica Molecular and Cellular Probes dal dottor Debenham: naturalmente, i dettagli ingegneristici del laboratorio-in-scatola sono coperti da segreto industriale.
Alcune applicazioni sono curiose o controverse. È il caso dei biocodici a barre, una invenzione dello scienziato israeliano Jonathan Gressel, docente all’istituto Weizmann di Rehovot. Il ricercatore stava riflettendo sui cibi transgenici, che gli scienziati ritengono sicuri e utili per la nutrizione, ma che molti consumatori considerano con sospetto e che per questo motivo sono tenuti sotto strettissimo controllo da parte delle autorità preposte alla salute pubblica. Visto che il DNA della pianta è soggetto a manipolazione, ha ragionato Gressel, tanto vale etichettarlo con una sequenza unica che lo renda facilmente identificabile. Si tratterebbe insomma di inserire un codice di identificazione del creatore in una delle porzioni inutilizzate del DNA (nel caso degli esseri umani, per esempio, circa il 98% del patrimonio genetico è inutile ed è parte della doppia elica solo per effetto dell’evoluzione darwiniana: percentuali analoghe di “spazio libero” si trovano nel DNA delle piante commestibili). Secondo lo scienziato israeliana, il biocodice a barre tutelerebbe l’azienda che ha sviluppato il prodotto transgenico, impedendone il furto, e simultaneamente difenderebbe i consumatori visto che la modifica sarebbe esplicita e facilmente identificabile. L’accettazione della idea però sembra stentare ed entrambi i campi opposti hanno risposto con una levata di scudi. Secondo i sostenitori degli organismi geneticamente modificati, l’etichettazione è una falsa problematica: i prodotti transgenici sono semplicemente migliori di quelli tradizionali, la imponenti misure di sicurezza che circondano la loro creazione sono sufficienti e ogni precauzione ulteriore è inutile. Secondo gli oppositori degli OGM, invece, ogni ulteriore manipolazione del patrimonio genetico di un alimento è una alterazione della natura che va semplicemente evitata. Bisogna anche aggiungere che i processi industriali che processano i cibi (per esempio, la spremitura che ricava l’olio vegetale dai semi) rendono spesso irriconoscibile un prodotto transgenico dal prodotto non trattato.


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