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Chi fermerà la musica?

Le vendite di CD musicali al mondo, nel 2002, sono scese dell’undici per cento rispetto all’anno precedente... quando erano già scese del tre per cento rispetto al 2000. Di conseguenza le cinque maggiori case discografiche al mondo — che da sole controllano la quasi totalità della musica che noi ascoltiamo — stanno perdendo soldi o solo a malapena in positivo. Ma qual è il motivo di questa ritirata? Secondo le case, il declino nelle vendite è dovuto alla pirateria: le vendite di dischi CD vergini sono salite del quaranta per cento nel 2002 mentre gli utilizzatori di Kazaa (un servizio di scambio brani musicali) sono triplicati e in ogni momento della giornata chi si collega alla Rete può leggeralmente trovare milioni di suoi pari con i quali scambiare (illegalmente) musica. Addirittura, i nuovi album musicali sono reperibili su Internet qualche giorno prima della loro apparizione nei negozi di dischi.
Nella maggior parte delle nazioni occidentali lo scambio di musica — solitamente effettuato nella forma di documenti compressi, i cosiddetti MP3 — non è punibile se entrambi gli individui coinvolti sono privati e non traggono beneficio economico dallo scambio. Le case discografiche hanno vigorosamente reagito alla situazione con una serie di iniziative: alcune certamente legittime, altre dubbie o perlomeno di dubbio gusto. Primo: molti album vengono oggi pubblicati in formato protetto: il disco CD viene volutamente consegnato in un formato danneggiato in modo da impedirne la riproduzione casalinga. Questa mossa è facilmente aggirabile dai malintenzionati mentre infastidisce i consumatori (il disco diventa inascoltabile per alcuni lettori nonché per chi usa il lettore del suo personal computer). Secondo: le lobby del disco premono sui Parlamenti del mondo perché introducano balzelli sui supporti vergini che vengano poi interamente versati nelle loro casse (ci sono già riuscite, per esempio, in Francia e in Italia). Mossa iniqua, perché punisce anche chi usa i CD vergini per i suoi dati; e incoerente con la reazione numero uno. Terzo, le case discografiche muovono i loro legali per costringere alla chiusura i siti Internet che facilitano lo scambio di canzoni. Ci sono già riuscite con l’antesignano Napster e il successore Audiogalaxy; Kazaa per ora resiste in quando la società che controlla il sito è registrata nello stato sovrano delle isole Vanuatu, mantiene i suoi calcolatori in Estonia, il software di controllo in Danimarca e il sito (www.kazaa.com) registrato in Australia: un colossale mal di testa per gli avvocati. Universal, Warner, Sony, BMG ed EMI stanno anche tentando di portare la lotta legale contro i consumatori: negli scorsi mesi sono stati denunciati ai tribunali americani svariati privati cittadini la cui identità era stata in qualche modo scoperta (Kazaa normalmente permette ai suoi utenti di lavorare sotto pseudonimo); addirittura, alcuni legislatori statunitensi vicini agli interessi delle cinque grandi case stanno cercando di introdurre una norma di legge che permetta al personale delle case discografiche di penetrare nei calcolatori personali degli utenti connessi alla Rete, alla ricerca di musica copiata. Anche se Kazaa cadesse, non sarebbe comunque la fine della libera musica scambiata in Rete: dalle ceneri di Napster è nata OpenNap e dall’iniziativa di alcuni programmatori anarchici è nata Gnutella. Si tratta di due sistemi per scambiare musica che non hanno bisogno di server centrali perché tutti i calcolatori dei partecipanti si collegano in una rete distribuita e decentralizzata. (Ad OpenNap ci si collega usando programmi gratuiti come WinMX, www.winmx.com, oppure XNap, xnap.sf.net; per Gnutella si usano programmi differenti come Limewire, www.limewire.com).
Secondo alcuni opinionisti, la soluzione definitiva consisterebbe nell’abbassare il prezzo degli album musicali: il che non dovrebbe essere impossibile se si pensa che il prezzo industriale di riproduzione di un CD si aggira attorno ai sette centesimi. Facile a dirsi ma non a farsi, ribattono le case discografiche, che con una coraggiosa mossa del genere rischierebbero il fallimento. Significativamente, è Sony l’azienda più possibilista: il gigante giapponese fattura oltre cinquantasette miliardi di franchi nella produzione e vendita di dispositivi elettronici (tra cui anche i riproduttori MP3) mentre la sua divisione Sony Music ne incassa “solo” due e mezzo vendendo dischi.
Qualcuno è addirittura convinto che siamo solo agli inizi della fine. Che si finirà per sostituire gli oligopolisti del disco con una grande quantità di piccole etichette indipendenti e dalla vita breve. Che si tornerà a musicisti che guadagnano il pane dai concerti e non dai dischi.
Di certo, l’industria discografica andrà incontro a un ridimensionamento e dovrà pensare a stringere un poco la cinghia. In un ambiente dove Michael Jackson si permette di impegnare uno studio musicale di incisione, facendo poi recapitare al suo produttore uno scontrino di trenta milioni di dollari, non è detto che sia poi tanto male... Win MX


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