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Sessantaquattro bit

Nel loro album “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band“ Beatles si chiedevano, cantando: “avrai ancora bisogno di me, mi darai ancora da mangiare, quando sarò arrivato a sessantaquattro”? Nell’informatica la risposta è un sì. Dal mese di agosto 2003 sono infatti in vendita nuovi personal computer che sono... arrivati a sessantaquattro. Montano, cioè, processori a 64 bit. L’interesse di cui gli addetti ai lavori hanno circondato queste nuove macchine fanno già pensare che saranno un successo.
Comprendere cosa significhi esattamente “64 bit” sembra difficile, ma non lo è. Una qualsiasi calcolatrice da tavolo, lo sappiamo bene, sa trattare i numeri sino a una certa dimensione: se proviamo ad andare oltre ci troviamo un messaggio di errore sul display. Questo limite nelle calcolatrici è solitamente di otto o dodici cifre decimali.
Un principio analogo vale per i moderni Personal Computer: tutti i PC basati su Pentium 4 o su Xeon; ma anche tutti i Macintosh che montano nel cuore un processore PowerPC G3 o G4, condividono la stessa limitazione: tutti lavorano internamente con 32 cifre binarie. In termini pratici, diciamo che un PC è in difficoltà quando cerchiamo di utilizzarlo per lavorare con numeri superiori a 4.294.967.296. Un buon programmatore può aggirare l’ostacolo scrivendo una sequenza di istruzioni e memorizzando i risultati in pezzetti separati, (un po’ come potrebbe fare uno smemorato che prenda nota di tutto quello che gli succede perché la sua memoria non gli permette di tenere a mente altro che pochi fatti) — ma i trucchi che il programmatore utilizzerebbe per aggirare la limitazione portano il prezzo di una maggior complicazione e quindi maggior lentezza. Passare a 64 bit direttamente nell’elettronica non significa semplicemente raddoppiare il limite di quattro miliardi e spicci: lo aumenta invece di quattro miliardi di volte, proprio come passare da una calcolatrice con display a otto cifre a un modello capace di mostrarne sedici ci permetterebbe di lavorare con numeri molto più grandi.
Il vantaggio maggiore non viene però dalla capacità di lavorare con numeri molto grandi: quel che mette in fibrillazione gli addetti ai lavori è la possibilità di gestire grandissime quantità di informazioni. Un calcolatore, per lavorare, deve assegnare un numero caratteristico a ogni informazione che ha in memoria, un po’ come se fosse un postino che non riesce a consegnare la corrispondenza sinché ciascuna casa del paese non ha bene in vista un numero civico ben differente da tutte le altre. Così, un PC a 32 bit è limitato a gestire “solo” quattro miliardi di informazioni differenti, mentre i nuovi modelli a 64 bit sfondano questo limite. Sono grandi notizie per le imprese che debbono gestire magazzini sterminati, ma anche per musicisti e lavoratori dell’industria cinematografica, le cui opere oggigiorno vengono elaborate digitalmente e richiedono grandi memorie.

Il primo microprocessore a sessantaquattro bit è sul mercato da due anni. Intel, la casa produttrice, ne aveva iniziato lo sviluppo nel 1994 e terminato solo nell’agosto 2001. Un processo molto lento, e il risultato finale non aveva convinto nessuno. Lo Itanium, così si chiamava il processore, lavorava a una frequenza molto più bassa rispetto al popolarissimo Pentium, costava da solo circa quattromila dollari al pezzo e non era in grado di far girare il sistema operativo e i programmi Windows esistenti, se non utilizzando un complesso “modo emulazione” che ne rallentava sensibilmente le prestazioni. Intel ne vendette poche migliaia di pezzi.
Un successo leggermente migliore ha arriso al successore, Itanium 2: che tuttavia è costosissimo e pertanto non viene utilizzato nei PC, ma solo nei server — complessi macchinari che danno vita si siti Internet e ai servizi informatici centrali per aziende, enti e governi. Così, la palma del primo processore a 64 bit per personal computer spetta al PowerPC G5, che Apple Computer monta sulle sue macchine di fascia alta da pochi giorni (il prezzo parte da 2.999 franchi IVA inclusa per un modello che monta 256 MB di memoria RAM e 64 MB di memoria video, disco rigido da 80 GB, masterizzatore DVD e processore a 1,6 GHz). Esistono poi modelli più performanti: l’ammiraglia della serie monta due processori a 64 bit, ciascuno viaggiante alla velocità di 2 GHz e dotato di una connessione propria alla memoria in modo da sfruttarne al massimo le prestazioni, e può venire dotato subito di 8 GB di RAM (otto miliardi di byte, l’unità di misura della memoria: appunto il doppio del massimo di cui erano capaci tutti i PC sino a ieri).
Entro la fine dell’anno probabilmente appariranno anche i primi PC Windows con processore a 64 bit: ma non avranno al loro cuore un sistema Intel, bensì un modello della concorrente AMD, chiamato Athlon 64. Perché siano utilizzabili, però, bisognerà aspettare che Microsoft rilasci una versione del suo sistema operativo Windows capace di girare sul processore a 64 bit. Apple non incontra questo problema per i suoi Macintosh, poiché quella casa realizza sia l’elettronica che il sistema operativo per le sue macchine.
Come sempre accade, le meraviglie della tecnologia oggi sono costosette e portano con sé innovazioni che ad alcuni paiono addirittura inutili; ma non c’è che da aspettare un anno o poco più per trovare gli stessi prodotti sugli scaffali dei negozi, a prezzi abbordabilissimi e dotati di una miriade di applicazioni che sfruttano le nuove capacità in modi che oggi a malapena possiamo sognare. La tecnologia, insomma, continua a correre.


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