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È un duro lavoro

Subito dopo una conferenza stampa di Apple Computer me ne stavo lì, con un bicchiere di champagne in una mano e un pasticcino nell’altra, a pensare: “è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare”. E se non me ne occupo io, chi mai lo farà? No, non sbranarsi il bignè, lì l’unica difficoltà sta nel non far schizzare la crema pasticcera sopra la camicia firmata Missoni, è sempre imbarazzante quando succede, anche se le righe colorate aiutano molto a mascherare l’evento. No, no, la parte delicata sta nel parlare malissimo dell’anfitrione subito dopo la conferenza stampa.


Lingue affilate

Caro lettore, chi conosci che sia disposto a parlarti male dei prodotti di una grande, grandissima azienda? Non certo il tuo negoziante di fiducia, che dopo tutto di mestiere li deve vendere, oppure la sera rincasando si trova a casa un nugolo di figli piccoli che lo guardano con grandi occhoni gonfi in parti uguali di speranza e di fame. Neppure, tutto sommato, gli altri acquirenti del medesimo articolo, tuoi amici e conoscenti. Ci hai mai fatto caso, lettore? Tutti i consumatori sono disposti a parlar male di un ristorante, di un negozio, di uno sciampo; ma per farli parlare male di un’automobile o di un calcolatore che si sono portati a casa non basta che funzioni malissimo, c’è bisogno che l’oggetto cada in pezzi da solo tutte le volti che lo accendono (dimostrazione: se non fosse così non si capirebbe come sia possibile che esistano decine di milioni di utenti Windows...)
Tutti hanno grosse difficoltà ad ammettere davanti a chiunque, anche davanti a se stessi, di aver preso una grossissima fregatura assai costosa, e allora razionalizzano a costo di arrampicarsi sugli specchi. Diversi anni fa lessi una statistica interessante: spiegava assai chiaramente che la Fiat Panda era la vettura in assoluto più soggetta a guasti, più di ogni altra. Ne accennai a un giovane amico che ne possedeva una. La risposta? “Beh, sì, però è una Fiat, si trovano meccanici dappertutto”.


Mele e bacherozzi

Questa rivista conduce di tanto in tanto una batteria di test sui lettori, i cosiddetti focus group. Alcuni abbonati vengono invitati da una società specializzata a partecipare a una tavola rotonda in cui rispondono a domande mirate e presentano il loro punto di vista. Questo ci aiuta a fare una rivista migliore. Ricordo che in una occasione un lettore si lamentò così: “Non si capisce perché la Apple faccia due riviste, Macworld e Applicando, perchè non concentrano gli sforzi su una sola migliore di entrambe?”
(Uh, direttore, si può citare di sfuggita la nostra concorrenza? Loro hanno deciso che la parola “Macworld” deve indicare sempre e solo l’esposizione nostra omonima, ma noi possiamo ammettere la loro esistenza? Grazie!)
La risposta a quella domanda, l’avrete capito, è che Apple non fa (e non deve fare) riviste: fa (e deve fare) calcolatori superiori a queli della concorrenza. Noi qui facciamo invece una rivista il più possibile onesta -- spiegando anche quando e come i calcolatori Apple non sono affatto superiori ai PC -- e a nostra volta cercando di superare la nostra concorrenza. O si fa così o non funziona affatto.


Quarto potere

Qualche annetto fa un ragazzo promettente, un certo Giovenale, si chiedeva: chi controlla i controllori? La risposta oggi c’è: i giornalisti. (Che poi questo non accada affatto in Italia -- e forse addirittura non sia mai accaduto -- è una ferita aperta, ma anche un discorso complesso che non è il caso di affrontare sulle pagine di una rivista di informatica). È un duro lavoro affrontare in conferenza stampa il responsabile di Apple per l’Italia che ti guarda con grandi occhoni gonfi di dolore (avrà imparato imitando i suoi figli) e ti dice “Accomazzi, sei troppo duro con noi”. Specialmente se te lo dice mentre ti stai strafogando di bigné. Ma, capirete, qualcuno si deve pur sacrificare.

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Luca Accomazzi (www.accomazzi.net) si sacrifica dal 1984 e da allora ha pubblicato circa settecento articoli su quattordici pubblicazioni differenti.