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Sette colori

Dopo aver digerite per bene le novità di Mac OS X 10.3, mi frullano strani dubbi per il cervello. Apple ha reintrodotto le etichette, cioè la possibilità di colorare i documenti sul disco rigido per raggrupparli come meglio desideriamo. Però ci ha messo a disposizione esattamente gli stessi sette colori che caratterizzavano questa funzionalità dentro Mac OS 7.0. Anzi e per la precisione: in System 7 i colori si potevano personalizzare, mentre in Mac OS X 10.3 l’utente si sciroppa quelli scelti a Cupertino, e se ama il rosa (come accade per esempio e prevedibilmente nel caso di mia figlia, sei anni suonati) può anche andare a succhiarsi un calzino. Il lettore inserisca in questo rigo, di tasca sua, un commento ironico sulle nuove tecnologie che in realtà sono roba ricicciata e neppure benissimo. Apple, vivaddio, non è neppure tra i peggiori peccatori del ramo. Microsoft, tanto per puntare il dito (lo so, lo so, ve lo aspettavate, si vede che sto invecchiando e divento prevedibile)...


Billgheitz non perde il vizio

Durante la presentazione del venturo Windows 2005 “Longhorn” avvenuta nel novembre scorso, billgheitz & c hanno sbandierato, uno, la interfaccia utente Aera che a me sembra una scopiazzatura della Aqua di Mac OS X; due, il sistema di gestione dei file WinFS che a tutti sembra un clone del BeFS creato dieci anni fa dalla Be (oggi assorbita in Palm); tre, il sistema di protezione del materiale digitale Palladium, che è invece una idea originale Microsoft. Quest’ultimo promette di spazzare via gran parte dei virus esistenti per Windows (avvicinando così il sistema Microsoft alla sicurezza che da sempre caratterizza tutti i sistemi concorrenti) grazie alla introduzione di un sistema di controllo della proprietà dei documenti. In sostanza si impedisce a chicchessia di sfiorare con la punta di un mouse qualsiasi file per il quale non abbia esplicitamente ricevuto il permesso di lettura da parte dell’autore. La praticità e la comodità dell’idea per l’utente finale può venire tranquillamente paragonata a quella che caratterizza l’infibulazione femminile.


Neanche Avie

Chi segue il mondo Apple con attenzione riconosce il nome di Avie Tevanian. Il vicepresidente senior della casa di Cupertino, massimo responsabile per il software per Macintosh — da Mac OS X in giù — è un abilissimo tecnico ma un discutibile arbitro. Nel senso che prende decisioni molto personali quando si tratta di scegliere quali tecnologie inserire nel sistema, e in che modo. Sta continuamente migliorando un sistema operativo che è deliziosamente ideale per quelli come lui che vivono spippolando con le interiora del calcolatore. Tutt’altro discorso per chi vive il calcolatore come uno strumento di lavoro: per chi, insomma, trova un po’ pochi sette colori.
Vi faccio un esempio: Mac OS X contiene una straordinaria macchina Java, ultimissima versione. Un programmatore Java non può chiedere di meglio. Un utente finale magari si sarebbe accontentato di una cosa meno completa ma più compatibile con la fetida macchina Java versione 1998 che Microsoft infila dentro Windows XP, in modo da poter chattare sui siti web sviluppati da chi ha in mente solo Explorer e il PC.
E non fatemi tornare a riflettere su quella anacronistica assurdità nemica dell’umanità che sono le estensioni infilate dopo il nome del documento... sennò la mano corre da sola verso lo scaffale del Maalox.

Le grandi imprese mi sembrano sempre più concentrate sul proprio ombelico e sempre meno sulle necessità dei consumatori. Tutte, non solo Apple e Microsoft. Vabbeh, consoliamoci, qualcuna delle novità del 10.3 serve anche alla gente normale: per esempio, se un programma si blocca quando stava girando a tutto schermo possiamo chiuderlo premendo Mela-Opzione-Maiuscole-Esc. Può servire a chi pratica i videogame. Sentitamente ringraziamo.


Luca Accomazzi è un italiano atipico ché stima più i politici (alcuni politici, perlomeno) degli uomini d’azienda.