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Senilità

In gioventù, come tutti, ho fatto qualche pazzia. Nell'estate 1980 intrapresi un viaggio sul Vespino dalla Brianza, dove abitavo, sino alla riviera ligure, giungendo a destinazione rosso come un peperone e con i capelli a istrice. L'errore più marcato, però, lo commisi dedicando una quantità spaventosa di tempo a scrivere e pubblicare tre libri di informatica tra il 1985 e il 1987. L'errore fu di tipo economico: i miei libri vendettero poco più di mille copie ciascuno e finirono fuori catalogo in un battito di ciglia. Vedete, in Italia è quasi impossibile tirare insieme il pranzo e la cena scrivendo libri: fanno eccezione soltanto gli autori di libri di testo (perché gli studenti sono obbligati ad acquistarli) e quattro o cinque fenomeni da best-seller. Chi vuole sopravvivere sulla forza della sua penna deve fare il giornalista — apparentemente può anche prosperare e ingrassare se si trova un potente da difendere al di là di ogni limite di ragionevolezza e rispetto per le verità provate, ma questo è un altro discorso.


Perseverare diabolicum

Nei sedici anni successivi ho evitato quasi perfettamente di finire in libreria. Poi, evidentemente colpito da una forma precoce di senilità alle soglie dei quarant'anni, sono stato colpito dalla voglia irrefrenabile di scrivere un nuovo libro, e ho immolato tutto il mio tempo libero dall'estate 2003 al gennaio 2004 per scriverlo. Mi era venuta, capirete, una riflessione che ho trovato irresistibile: ne accennavo nel Clipboard di luglio/agosto scorso, intitolato "è come fare il militare" e che significativamente si chiudeva con la frase "ne riparleremo".


L'idea

Quando scrivevo di informatica negli anni Ottanta i miei direttori mi dicevano: "scriviamo per appassionati, bisogna dargli quante più informazioni e quanti più dettagli possibili". Poi negli anni Novanta è venuto il turno di "tutti vogliono usare un computer, bisogna scrivere per farsi capire da tutti, vogliamo vendere centomila copie di ogni numero, fai conto di trovarti davanti a un pubblico di mezzi fessi o di undicenni".
Risultato? Andate in una libreria e trovate un muro tappezzato di libri noiosi intitolati "Come sopravvivere a Windows anche se siete fessi": ma vi stanno prendendo per la parte del corpo con cui normalmente vi sedete. Non sono i lettori a trovare inopinate difficoltà con la tecnologia: il problema è un mucchio di miliardari californiani che vende tecnologie immature, mal concepite e semplicemente troppo difficili da usare.
L'altra metà della mia riflessione: la tecnologia non è noiosa di per sé. Come ogni altro frutto dell'ingegno umano, (come un romanzo, per esempio), una buona idea che diventa tecnologia è una presa di posizione e una risposta a un problema che gli uomini e le donne hanno da sempre.
Partendo da queste considerazioni, ho cercato di realizzare un volume interessante (se possibile persino divertente) che parla di tecnologia. Per esempio, il capitolo due del mio libro parla del problema di comunicare mantenendo riservatezza: comincia raccontando come facevano i greci e cosa si è poi inventato Giulio Cesare. Finisce parlando di server https sicuri, crittografia e, ahinoi, Osama Bin Laden. Gli ho dato un titolo lunghissimo: Guida alla tecnologia per non tecnocrati in generale e per umanisti in particolare.


Niente questue

Mi angosciava l'idea di cominciare una via crucis alla ricerca di un editore — preferivo dedicare tutto il mio tempo a scrivere — e ho deciso di vendere il tomo attraverso il mio sito web, www.accomazzi.it. In un modo o nell'altro, come dicevo, di copie se ne venderebbero pochine. Per indorare la pillola, ho deciso che chi acquista il libro può accedere attraverso il sito a tutti gli articoli che io ho scritto e a tutti quelli che scriverò nel 2004 — ma con tre mesi di ritardo rispetto all'apparizione in edicola limitatamente alla produzione per Macworld. Temevo, capirete, che Enrico Lotti, beneamato direttore di Macworld, mi guardasse con grandi occhi (stile capriolo) gonfi di lacrime non versate e, parafrasando Giulio Cesare, spiccicasse un "mi tradisci anche tu, Accomazzi amico mio". Vi dirò, l'ha presa bene. Abbiamo convenuto che nessun lettore (o quasi) disdirà l'abbonamento a questa rivista semplicemente perché può leggere i miei stessi articoli sul web mesi più tardi.