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Open suerte

Se credete che al mondo ci sia qualcuno che vi da, completamente gratis e senza secondi fini, un pacchetto software che gli è costato mesi e mesi di tempo-uomo, allora ho una proposta per voi. Ci sarebbe questo antico monumento romano che è di proprietà della mia famiglia da generazioni, il colosseo, io ho bisogno di liquidi, ve lo cederei per una somma modesta, però in banconote di piccolo taglio non numerate consecutivamente.


Il grande open source

Vediamo di capirci subito. Io certo software open source lo conosco, lo uso e stimo. Ci ho praticamente fondato sopra la mia azienda: i cui server privilegiano Linux, usano Apache per il web, MySQL per la base dati, Perl e PHP per la programmazione, eccetera. E sopra queste solide fondamenta, che ritengo qualitativamente superiori a tutto ciò che Microsoft (e Apple) offrono per un mucchio di soldi — fra un attimo ci torno. Però bisogna mettersi in testa che chi scrive software come quello, e poi lo distribuisce illimitatamente, poi si guadagna da vivere con le lucrose consulenze di quelli che intuiscono la potenza del mezzo ma non riescono a farlo funzionare da soli. Ve lo dico in un altro modo, vi faccio l'elenco dei buoni programmi open source che sono relativamente semplici da usare: il gioco "Battle for Wesnoth". OK, ho finito.


Il piccolo open source

Vi racconto un aneddoto. È il 1999, un cliente ha bisogno di una soluzione di commercio elettronico e non ha tanti soldi da spendere. In azienda decidiamo di prendere un pacchetto open source, tradurlo e adattarlo alle sue esigenze. Studiamo e confrontiamo il disponibile, scegliamo una soluzione chiama FishCart, ci mettiamo al lavoro. Una tragedia. Buchi logici da rimediare, pezzi di codice incomprensibile, cospicue parti da riscrivere da principio perché alieni al nostro modo di ragionare (provate voi a far capire a un americano il concetto di "aliquota IVA" o quello di "fattura scaricabile"). Siamo arrivati alla fine soltanto, guarda caso, assoldando l'autore dell'oggetto perché ci mettesse le mani lui.
Vi racconto un altro aneddoto. È il 2004. Due miei clienti storici, quindi basati su Mac, scelgono Mac OS X Server 10.3.3 e lo usano anche per gestire la posta elettronica. Dentro l'offerta Apple c'è software open source, che la casa di Cupertino ritaglia per la sua offerta server e al quale dà una interfaccia utente Mac per quanto un po' minimalista. Per il primo cliente, la scelta si dimostra una tragedia: com'è, come non è, Cyrus (il software che archivia la posta in attesa che il legittimo proprietario se la venga a prendere) una volta la settimana si incrocchia, la base dati si corrompe, la posta si perde. Per il secondo cliente, che gestisce grosse masse di mail in arrivo, è anche peggio: Postfix (il software che riceve la posta) tiene traccia dei suoi movimenti in un grande giornale di bordo; quando questo supera i 10 MB lo archivia e se ne fa un altro. Com'è, come non è, Postfix (almeno quello di Apple) non gestisce correttamente i privilegi sul giornale di bordo e inciampa sui suoi stessi piedi.


Caveat emptor

Ribadisco: il software gratuitamente distribuito può essere una soluzione. A patto di non prenderlo come il rimedio universale a tutti i mali del mondo. Nella mia piccola azienda possiamo utilizzarlo a piene mani anche grazie a un piccolo accorgimento: ciascuno di noi ha una laurea tecnica e quindi può mettere le mani dentro al cofano quando qualcosa si grippa; magari poi contribuendo all'indietro e offrendo alla comunità le modifiche fatte. È molto più di quel che potremmo fare quando si grippasse un pezzo di Windows. I nostri prodotti per le aziende non potrebbero esistere senza l'open source.
Viceversa, nessuno di noi ha Linux sulla scrivania virtuale del calcolatore personale. Io, come qualcun'altro, uso Mac; la maggioranza Windows. Il tempo è troppo poco e la pazienza ancora meno per mettersi a pistolare con Linux per lavorare individualmente. L'open source non è "la" soluzione. Ovvero, anche in questo caso come in tutti, quando un problema complesso ha una soluzione semplice e perfettamente comprensibile, allora quella soluzione è certamente sbagliata.