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Informatica e disabilità

L'informatica moderna porta con sé grandi speranze per i portatori di handicap: per esempio, se per un cieco soltanto dieci anni fa avere personalmente accesso alle ultime notizie di un quotidiano o fruire dell'ultimo best seller appena uscito in libreria era praticamente impossibile, oggi sono di uso comune programmi di sintesi vocale che leggono ad alta voce testi scritti da poco tempo e scaricati via Internet. Tali programmi (il più famoso dei quali si chiama Jaws e gira su un comune PC) sono purtroppo relativamente costosi, ma possono diventare preziosissimi per garantire autosufficienza ad alcune categorie di disabili.
Minore utilità è venuta ai portatori di handicap motorio, come per esempio i quadriplegici che hanno perso il controllo delle braccia e delle gambe: ma forse tutto ciò sta per cambiare grazie a una recentissima disciplina chiamata BCI, o brain-computer interface, ovvero "connessione diretta tra il cervello e il calcolatore". All'avanguardia nel settore sono gli statunitensi. Solo due anni fa i ricercatori della Duke University sono riusciti a connettere direttamente un braccio robotico al cervello di una scimmia, che ha imparato ad utilizzarlo per recuperare del cibo e nutrirsi. L'obiettivo finale è quello di scoprire il "codice neurale" nativo che il nostro cervello usa per impartire ordini coscienti al nostro corpo: ma l'obiettivo non è semplice né immediato. Alle difficoltà tecniche — le correnti generate dal cervello sono così flebili da risultare difficilmente percepibili anche per i più sofisticati sensori che si possano posizionare sul cranio, le tecnologie più potenti come la tomografia a positroni si limitano a percepire il movimento del sangue nei tessuti — si aggiunge la difficoltà di penetrare nei misteri neurobiologici del più complesso tra gli organi del corpo. Secondo il dottor Miguel Nicoelis, un ricercatore della Duke, "non esiste un singolo codice: esso cambia in continuazione in funzione dello stato interno del cervello". [1]
Nel frattempo i risultati concreti non mancano. Una azienda americana, la Cyberkinetics [2], ha annunciato un dispositivo chiamato BrainGate, che misura soltanto due per due millimetri e viene impiantato direttamente nel cervello del portatore di handicap motorio. I suoi cento elettrodi sono fisicamente connessi a un gruppo di centocinquanta neuroni della corteccia cerebrale, responsabile per i movimenti, e il dispositivo è connesso attraverso una fibra ottica a un calcolatore di ridottissime dimensioni che ricede i segnali dal cervello e li trasforma in ordini ai dispositivi circostanti. Il primo volontario ad adottare il sistema, Matthew Nagle, precedentemente costretto all'immobilità in un polmone artificiale, oggi riesce ad accendere e spegnere le luci della sua stanza, telecomandare il televisore, controllare il suo PC al punto da leggere la posta elettronica e indulgere in videogiochi come Tetris, pilotare la sua carrozzina e muovere un braccio robotico. Il sistema non è ancora in distribuzione commerciale perché i chirurghi sono giustamente riluttanti ad inserire nel cranio dei pazienti un dispositivo connesso via filo all'esterno: la connessione potrebbe diventare un canale di infezioni interne se l'igiene della zona interessata è men che perfetta. Si sta allora studiando la possibilità di impiantare il chip nell'osso cranico (dietro un orecchio) ma senza raggiungere direttamente il cervello, in modo analogo a certi impianti coclidei che aiutano i sordi a riacquistare l'udito. Il prossimo passo, poi, sarà probabilmente l'impianto di chip nei muscoli nelle braccia, che ricevano i segnali del cervello e pilotino arti artificiali. Si attende qualche risultato entro una decina di anni.


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