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La strage di inCapaci

Vi racconto due aneddoti che mi sono accaduti di recente. Dovete sapere che mi sono ricavato uno studio in casa, in modo da poter lavorare da qui senza buttare due ore di tempo quotidianamente per raggiungere una scrivania in Milano città. Prevedibilmente, mi sono dovuto riequipaggiare un po' per sistemare le cose. Tanto per cominciare, la mia connessione Internet era fornita da Fastweb, attraverso un abbonamento a consumo via fibra ottica. Non mi era mai successo di esaurire i cinquecento minuti prepagati mensili, ma adesso quelle otto ore miserelle non possono certo bastare... Rispolverando allegro l'antico detto longobardo "se gh'è de pagà, pagum", chiamo Fastweb e chiedo di mutare l'abbonamento residenziale a consumo in professionale flat con IP fisso. La richiesta è superiore alle capacità intellettuali della signorina del call center, che mi fa richiamare da una commerciale giorni dopo. Costei angelicamente mi spiega che, primo, Fastweb è in grado di offrire un numero IP fisso solo alle medie aziende, per un sovrapprezzo di ben ottanta euro al mese al di sopra di un canone stellare di almeno altri 140. Trasecolo. L'IP fisso, capirete, è una opzione che alcune compagnie telefoniche offrono come componente standard dell'offerta (Telecom Italia, per esempio, l'ha incorporato in "Alice Business 1", al costo di 37 euro al mese tutto compreso). Tutte le altre lo offrono come optional. Apparentemente Fastweb non dispone di numeri IP a sufficienza per soddisfare le richieste dei clienti interessati (il fatto che i numeri IP si possano acquistare all'ingrosso apparentemente gli sfugge).
Quanto alla trasformazione del contratto, "non c'è una procedura". Secondo gli strateghi di Fastweb, desumo, non può accadere che un privato cittadino commetta un atto insensato come, per fare un esempio, aprire una partita IVA. Ritrasecolo.


Mio fratello superuomo

C'è un secondo atto. Dopo due giorni mi richiama affabile e accondiscendente un funzionario Fastweb, dicendosi pronto a smuovere mari e monti a mio vantaggio. Cos'è successo? A naso, uno dei lettori che mi seguono sul web è un dipendente Fastweb, o parente di un dipendente, e leggendomi ha paventato l'eventualità che quel peperino dell'Accomazzi mettesse nero su bianco le sue poco lusinghiere opinioni sulla compagnia telefonica (come, in effetti, sta accadendo). Faranno l'impossibile? Non proprio. Son passate sei settimane. L'addolorato funzionario Fastweb mi ha comunicato che proprio non c'è modo di avere un IP fisso; e la trasformazione del contratto residenziale in professionale "extra procedura" non è ancora avvenuta. Nonostante il trattamento preferenziale da VIP.
Mamma Telecom, che ti devo dire, ammazza il vitello grasso, eccomi di ritorno...


D'altro canto

La stampantina a getto d'inchiostro che prendeva polvere in un angolo di casa non mi può certo bastare nel nuovo regime. Anche in questo caso decido di spaccare il porcellino; opto per una Lexmark 510c. L'ho sentita raccomandare dal sito americano di Macworld e ne ho già acquistata una in passato, per l'ufficio di Milano città. È una laser a colori eccellente per qualità e prezzo (cinquecento euro), unico appunto che le faccio è per il tempo un po' eccessivo del riscaldamento. Lustro la carta di credito e ordino sul sito misterprice.it. Il corriere non mi trova in casa per giorni, ma persiste, finalmente la laser mi raggiunge. Delusione: lascia orride strisciazze bianche in centro alla pagina! Afferro il telefono e chiamo il call center Lexmark, dove una persona competente mi risponde e si fa spedire le prove di stampa. Mi fanno una serie di domande, suggeriscono qualche trucco, ma senza esito. In men che non si dica, l'esemplare in mio possesso viene dichiarato difettoso da Lexmark, che offre la sostituzione gratuita. Misterprice, senza battere ciglio, paga il corriere perché venga a ritirare la stampante guasta e dopo due giorni lavorativi me ne spedisce un altra nuova e semplicemente perfetta.
La morale: per trovarsi bene con un servizio clienti non bisogna essere VIP. Che ci sappiano fare, però, aiuta...


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Luca Accomazzi informa chi non praticasse i barbari dialetti del Nord che la frase citata significa "se dobbiamo pagare, paghiamo"