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Peste e corna

Circa dieci anni fa, Apple sceglieva di cambiare processori, lasciando l'architettura 68000 per quella PowerPC. Due mesi prima del lancio, centocinquanta giornalisti di tutto il mondo tra cui il sottoscritto venivano portati a Cupertino per scoprire tutto il possibile sui primi PowerMac, incontrarne i designer, metterci sopra le mani.
Circa dieci settimane fa, Apple sceglieva di cambiare processori, lasciando l'architettura PowerPC per quella Intel. Giornalisti, rivenditori e persino dipendenti Apple non direttamente coinvolti nella progettazione vedevano per la prima volta le macchine nello stesso momento in cui Jobs le presentava al pubblico.
La spiegazione è che, quando filtra la notizia di un nuovo modello in uscita, le vendite del precedente si inaridiscono e Apple se ne resta coi magazzini pieni di merce invenduta. Sia quel che sia: a me questo stato di cose spiace enormemente. Non perché io voglia venire scarrozzato in California ogni dieci anni a spese Apple — da quei tre giorni non guadagnai, dopotutto, altro che spiccioli, e quando qualcuno fa il mio mestiere sa che l'unica risorsa che può monetizzare è il proprio tempo. A me spiace per voi.


Macchinetta mediocre

Sconsiglio l'acquisto dell'iMac con Intel a quasi chiunque. Il processore Intel Core Duo trova la sua ragion d'essere nell'uso sui portatili: ha un eccellente rapporto tra consumo d'energia e potenza di calcolo. Metterlo dentro a una macchina da scrivania è una scelta molto discutibile. Tre anni fa spiegavamo che il G5 era così avanzato che Intel avrebbe sudato per raggiungerlo: e infatti ancora oggi un iMac G5 singolo processore batte il nuovo iMac Intel dual core in diversi compiti — il punteggio XBench (una applicazione universale, dunque che sfrutta nativamente il doppio Intel di bordo) assegna alla nuova macchina 76,5 punti contro 102,5 del predecessore (il G5 Quad, ammiraglia Apple, arriva a 120,4). Insomma, Apple avrebbe prodotto un Mac migliore se avesse infilato nell'iMac un G5 dual core.
I risultati dei
benchmark hanno un valore molto relativo, come sempre; qualche applicazione si comporta molto meglio con la nuova architettura che con la vecchia: è il caso per esempio di tutta la ricca dotazione software di origini Open Source, che sfavilla. Ma chi mai userà un iMac come server per farci girare Apache, MySQL e PHP? Per l'utente finale, lo iMac Intel è una scelta discutibile anche perché esistono oggi pochissime applicazioni native (quelle esistenti girano emulate, dunque rallentate) e alcune addirittura non vanno in emulazione. È il caso, per esempio, di FileMaker Server 8 e di Apple Remote Display: la mano sinistra di Apple non si è coordinata con la destra. Certo, le cose non potranno che migliorare col tempo, ma a fine anno quando le applicazioni per Intel esisteranno in massa Apple avrà messo in vendita calcolatori migliori. Perché comprare ora?


Chi controlla i processori?

A me spiace per voi, dicevo. Dieci anni fa chi comprava questa rivista trovava un'analisi puntuale dei pregi e dei difetti della nuova architettura PPC. Oggi questa mia piccola disamina appare sul numero di aprile, due mesi dopo il lancio sul mercato del Mac-Intel. Macworld ha recensito dettagliatamente iMac G5 nel numero di febbraio, in edicola all'incirca quando Jobs ha presentato iMac Intel: un caso straordinario, ma che fa riflettere. Come fa il consumatore a decidere se un prodotto valga i suoi sudati quattrini, quando deve aspettare i test approfonditi negli ultimi giorni di sua presenza sugli scaffali? E non ditemi che esiste il web. I siti dedicati hanno pubblicato migliaia di pagine sui nuovi Mac in modo tempestivo, ma semplicemente non avevano le informazioni per farne analisi dettagliate. Le informazioni architetturali sono sgocciolate da Cupertino per settimane — per esempio: i nuovi iMac Intel viaggiano più veloci se ci infilate due stick di memoria identici, l'avevate visto scritto su qualche sito? — e serve tempo per metterle insieme e maturare un'opinione. Ciclo vitale di pochi mesi per i Mac e zero anticipazioni alla stampa sono mortali quanto la peste per le riviste specializzate: ma le corna le portano i consumatori.