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Buon compleano Macintosh

 

Apple Computer Inc, azienda fondata da due ragazzini in un garage di Cupertino in California, aveva praticamente inventato il personal computer così come oggi lo conosciamo (con il monitor, la tastiera, la possibilità di inserire schede di espansione e connettere dispositivi esterni). Ma nel 1981 la piccola azienda californiana aveva dovuto subire il lancio sul mercato di un prodotto concorrente da parte del più grande nome mondiale nel campo dell'informatica: IBM. Un ingresso devastante quanto quello del proverbiale elefante in cristalleria. Se da una parte tutte le imprese al mondo vedevano improvvisamente legittimato l'uso del calcolatore personale come strumento per fare business, e cominciavano a interessarsene seriamente, d'altra parte tutte si sentivano attratte verso l'offerta IBM. Nelle aziende a quei tempi girava una massima secondo la quale nessuno è mai stato licenziato per aver comprato da IBM. Una preferenza "a prescindere" pesante come un macigno, per Apple, casa già penalizzata dall'immagine dei suoi giovanissimi titolari in jeans: la casa di Steve Jobs e Steve Wozniak provò a lanciare una propria proposta per l'impresa, lo Apple III, che però venne largamente ignorato. Serviva qualcosa di diverso, di palesemente superiore alla concorrenza, non una evoluzione dei PC esistenti ma una rivoluzione. Steve Jobs fece allora due scelte coraggiose, forse addirittura incoscienti: la prima, accantonare il socio Wozniak, sino ad allora artefice di tutte le invenzioni elettroniche del gruppo, a favore di un team di ingegneri dove gli artefici dell'elettronica lavorassero a strettissimo contatto con i programmatori del software, per creare un calcolatore in cui hardware e software fossero intrecciati in una cosa sola. Secondo, mettere il team al lavoro in un ambiente protetto, persino coccolato (la spremuta d'arance fresche faceva parte delle forniture standard, così come i flipper nei corridoi, per consentire agli ingegneri di rilassarsi di tanto in tanto): dargli tutto il tempo necessario per concepire qualcosa di davvero diverso. Nel gennaio 1983 Apple presentò Lisa: il primo personal computer al mondo con lo schermo grafico, il mouse, le icone, le finestre, un protocollo di rete che permette a più calcolatori d condividere documenti, un processore a trentadue bit, la capacità di eseguire più programmi contemporaneamente e usare un disco rigido. Tutte caratteristiche inavvicinabili per il PC IBM dell'epoca. Irraggiungibile era anche, per molti, il prezzo: diecimila dollari di allora, una fortuna equivalente a 22.300 franchi del 2009 se teniamo conto anche dell'inflazione. Lisa (non coincidentalmente, questo è anche il nome della prima figlia di Jobs) era un prodotto per pochi.


La nascita di Macintosh

Jobs fece lavorare i suoi per realizzare un calcolatore simile ma abbordabile. Lo slogan, memorabile, fu: a computer for the rest of us. La frase significa "un computer per tutti gli altri", ma anche "un calcolatore da usare rilassati": amichevole e semplice. La presentazione alla stampa avvenne nell'ottobre 1983. Il 22 gennaio 1984, durante l'evento televisivo più seguito negli USA (il superbowl, cioè la finale del campionato di football) Apple mandò in onda uno spot pubblicitario girato dal regista Ridley Scott [1]. Una ragazza armata di martello corre, sfugge alle grinfie di una squadra di poliziotti armati che la insegue, distrugge il megaschermo con le immagini di un Grande Fratello di chiara derivazione orwelliama. Lo slogan: "il 24 gennaio 1984 Apple Computer introduce Macintosh e vi mostrerà perché il 1984 non sarà come 1984". Il nome Macintosh, per inciso, deriva da quello di una saporita mela prodotta nei frutteti californiani e richiama non solo il nome dell'azienda produttrice (Apple significa appunto mela) ma anche il fatto che Jobs, vegetariano dal 1974, nella prima metà degli anni Ottanta si nutriva esclusivamente di frutta.
Il neonato Macintosh è volutamente limitato, ma proprio per questo molto più chiaro: come un elettrodomestico e a differenza di tutti gli altri computer, non è possibile aprirlo, espanderlo, modificarlo. Quanto ai connettori dietro al calcolatore, ce n'è uno per la tastiera, uno per il mouse, uno per la stampante, uno per il modem; a ogni connettore si può collegare un solo dispositivo. È comunque più costoso del PC IBM e soprattutto per questo non conquisterà mai ampie fette di mercato. Un anno dopo, in una lotta di potere ai vertici dell'azienda, Steve Jobs viene estromesso dal consiglio di amministrazione.


La seconda venuta di Steve Jobs

Dal 1985 al 1997 il Macintosh vivacchia bene ma senza mai sfondare. Da una parte, il ricco ecosistema che Microsoft -- emarginando via via IBM -- riesce a creare attorno ai comuni PC fa sì che il prezzo di una macchina MS-DOS (prima) o Windows (dopo) sia sempre significativamente più basso. Dall'altra, Microsoft è abilissima nell'emulare e adattare nel giro di un anno o poco più tutte le migliorie tecnologiche che gli ingegneri di Apple introducono nella loro macchina: la stampa di alta qualità, l'audio stereo, lo schermo a colori, i video digitali, il supporto degli alfabeti diversi dal latino, tanto per citare solo le maggiori. Apple tenta le vie legali, ma la Corte Suprema degli Stati Uniti sentenzia che le idee non sono brevettabili, e Microsoft non ha mai copiato, ha sempre esteso il proprio sistema operativo partendo da zero per ottenere le medesime funzionalità offerte da Macintosh. Una serie di amministratori delegati sempre meno dotati di idee si susseguono in Apple: la qualità dei Macintosh scende, sino al punto di presentare un portatile la cui batteria mal progettata può prendere fuoco se viene lasciata cadere e va sostituita, manca una visione e un obiettivo. Nel 1997 l'allora CEO, Gil Amelio, con una mossa inaspettata acquista l'azienda di informatica di Steve Jobs, la NEXT, allo scopo di acquisire alcune tecnologie. Il fondatore di Apple dimostra di aver imparato benone la lezione del 1985 e quasi immediatamente fa le scarpe ad Amelio e riprende personalmente il timone dell'azienda. Dalla sua visione nasceranno nuovi Macintosh portatili ultrasottili (i Macbook), economiche ma eleganti macchine da casa (gli iMac) e potenti stazioni per chi lavora con audio video e grafica (i Mac Pro). Soprattutto, Jobs fa reingegnerizzare ai suoi il sistema operativo, il programma di base che controlla un Macintosh dall'accensione allo spegnimento e ne determina l'aspetto e le caratteristiche. Microsoft, provata dalla lunga battaglia antitrust contro l'amministrazione Clinton, annaspa e non riesce a mantenere aggiornato Windows, che dal 2000 ad oggi vedrà solo due rilasci: XP e il criticatissimo Vista. Apple viceversa rinnova completamente il Macintosh: nasce il sistema operativo Mac OS X (la lettera X è un numero romano e viene normalmente pronunciata, in inglese, ten). La casa di Jobs può nuovamente presentare un prodotto marcatamente superiore alla concorrenza, con ben sei rilasci di successo nel medesimo periodo di tempo, tutti battezzati con il nome di grandi felini: Mac OS X Cheetah, Puma, Jaguar, Panther, Tiger, Leopard. La diffusione di Macintosh crescerà in questo periodo due volte più rispetto alla media del mercato.


Da una costola di Mac, lo iPhone

Durante la seconda era Jobs non mancano certo le difficoltà, le sfide e anche gli errori (come il Cube, un Macintosh bellissimo ma limitato e costoso che si dimostra un colossale flop di mercato). Il microprocessore, dunque l'unità centrale di Macintosh, va cambiato perché i produttori del modello sin qui utilizzato (Motorola e IBM) si defilano l'uno dopo l'altro: Apple sceglie allora di adottare nel Mac gli stessi sistemi Intel che danno vita ai PC Windows. Dal 2006 i nuovi Macintosh nascono dotati di Boot Camp, tecnologia Apple che consente di installare e avviare anche Windows a fianco di Mac OS X. Secondo alcuni commentatori è una tragedia, che convincerà tutti gli sviluppatori di software indipendenti a realizzare solo versioni Windows dei loro programmi. Non succede niente del genere, come testimonia la stessa Microsoft che nel 2008 ha presentato una versione nativa per Macintosh di Office, il suo programma più famoso e diffuso, quello che contiene Word, Excel e PowerPoint.
Jobs pensa che Apple, azienda focalizzata su una sola famiglia di prodotti, i Macintosh appunto, sia costituzionalmente troppo fragile. Nascono gli iPod, i popolarissimi riproduttori musicali digitali, ma soprattutto lo iPhone. È un telefono cellulare con il cuore di un Macintosh, perché al suo interno viene eseguita una versione speciale, compressa e un po' semplificata, di Mac OS X. Ed è un enorme successo planetario. Forse persino eccessivo, perché la casa di Cupertino negli ultimi mesi sembra concentrarsi sul melafonino al punto da lasciar languire il Macintosh: la nuova versione 10.6 di Mac OS X dovrebbe essere pronta entro il giugno di quest'anno, stando alle promesse di Steve Jobs, ma il suo sviluppo appare invece rallentato e complessivamente in ritardo. Dovrebbe essere caratterizzato dalla capacità di usare molti processori in parallelo -- anche decine -- in modo da consentire elaborazioni che sino a ieri erano alla portata soltanto degli enti aerospaziali. Intanto si susseguono incessanti le voci di corridoio secondo le quali Apple starebbe lavorando a un anello di congiunzione tra il Macintosh e lo iPhone, nella forma di un calcolatore grande quanto un libro e dallo schermo sensibile al tocco ma senza tastiera. Il che non avrebbe gran senso, perché dispositivi con queste caratteristiche esistono già e interessano a pochissimi. D'altra parte esistevano riproduttori digitali portatili anche prima di iPod, e come abbiamo visto ci furono calcolatori personali anche prima di Macintosh. La abilità unica di Apple e la zampata firmata Steve Jobs stanno proprio nel reinventare l'esistente, aggiungendo un tocco unico e rendendo facilmente fruibile un oggetto che al suo interno è tecnologicamente complicatissimo. Anche chi non ha mai toccato un Macintosh, preferendo da sempre un PC Windows, non potrà far altro che augurarsi che continuino a riuscirci, perché è la concorrenza e solo la concorrenza che costringe Microsoft (e Apple, naturalmente) a innovare i prodotti esistenti per migliorarli. Quindi: buon compleanno, Macintosh, cento di questi giorni.


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