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Horror story

 

Come alcuni lettori ricorderanno, il sottoscritto da una quindicina d'anni si guadagna il pane programmando soluzioni per Internet. Nel 1995, infatti, Apple andava malaccio e si preparava ad andare peggio. Internet -- rete agnostica, a cui non fa differenza se vi collegate con un Mac, un PC o una Playstation -- era un perfetto rifugio che mi permise di non lavorare con l'inqualificabile sistema operativo Windows neppure con un palo lungo tre metri. E me lo permette tutt'oggi.


Sempre più difficile!

Il primo passo per chi crea un sito sta nel registrarne il nome. Inevitabile, perché altrimenti due persone diverse potrebbero mettere in linea sotto al medesimo nome www.peresempio.it due siti differenti. È sempre stato più facile registrare un nome punto com, net o org (si fa tutto in linea, compilando un modulo) piuttosto che un punto it, perché l'ente italiano preposto a sovrintendere ai "nostri" nomi Internet ha sempre richiesto un fax, la lettera di assunzione di responsabilità. È un po' ridicolo che l'Internet italiana funzioni a colpi di fax, ma è così.
Facile? Forse troppo facile. Per trasferire un dominio già registrato (per esempio, quando un mio nuovo cliente vuole farsi rifare un vecchio sito, e far ospitare la nuova versione sui miei server) una volta bastava una e-mail. Io chiedevo di prendere in carico il nome e una richiesta di conferma veniva mandata dall'autorità centrale americana al titolare del sito: "vuoi davvero spostare tutto su accomazzi.net"? Americana perché agli USAi spetta la titolarità esclusiva su quel suffisso, così come sui punto net, org, edu e us.
Persone senza scrupoli inventarono una sgradevole trappola. Inviavano una email al proprietario -- tipo "il tuo sito sta per scadere, vuoi rinnovarlo?" -- e imbrogliavano i più inesperti, che si trovavano migrati sui server del disgraziato e fatturati per somme anche importanti. Per evitare queste truffe, oggi esiste il "blocco del dominio" (se un nome è bloccato nessun trasferimento è possibile) ed esiste un "codice di autorizzazione": assomiglia a una password e funziona come una staffetta. Il precedente provider genera e fornisce questo codice, che consegna al proprietario. Il proprietario lo gira al nuovo fornitore e costui riesce a prendere in carico il nome di dominio.
Ma cosa succede se qualcosa va storto?


C'è chi dice no

Due mesi fa ha bussato alla mia porta la responsabile di una azienda, disperata. Aveva registrato il suo "punto com" attraverso i buoni uffici di una Srl milanese, la quale si era appoggiata a un provider, il quale aveva lavorato attraverso un grossista, il quale aveva ottenuto la registrazione negli USA. La signora voleva spostare il sito, ma il titolare della Srl si è ingiustificatamente rifiutato di consegnarle il codice di autorizzazione. Il suo provider se ne è lavato le mani per non inimicarsi il cliente diretto, il grossista non risponde alla signora dicendo che parla solo con i propri clienti, e gli americani scrivono che senza il codice di autorizzazione loro non fanno niente.
Non so ancora come andrà a finire, ma vi posso dire che non esiste una procedura al mondo per uscire da questa impasse. Per provare ad uscirne l'azienda turlupinata ha presentato un esposto ad ICANN, l'ente supremo per 'Internet. È un po' come scoprire che la una compagnia telefonica si rifiuta di farci arrivare le telefonate e dover fare appello alle Nazioni Unite per cercare rimedio. Certo, esisterebbero le vie legali, ma formalmente la causa dovrebbe venire intentata negli USA. Si potrebbe provare qui da noi e cercare di spiegarsi col giudice, ma anche se andasse bene dopo quanto tempo arriverebbe la soddisfazione? Intanto l'azienda è rimasta senza sito e senza posta elettronica, che è un po' come svanire dal mondo.


Un consiglio da amico

Sapete che vi dico? Se avete un nome punto com, net, org, fatevi dare in anticipo il codice di autorizzazione (in inglese, auth code), non si sa mai, Oppure registrate il nome punto it. Male che vada potete riprenderne possesso. Con un fax. Viva viva la tecnologia.
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Luca Accomazzi (luca@accomazzi.net) gestisce una trentina di server web: molti Linux, qualche Mac OS X Server e nessunissimo Windows Server