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Jobs lascia il timone di Apple dopo dodici anni

Con uno scarno comunicato stampa — diramato durante la nostra notte tra il 24 e il 25 agosto 2011, a mercati azionari chiusi — ha dato le sue dimissioni; il fondatore e CEO di Apple, Steve Jobs. Le frasi dei PR danzano attorno ai veri motivi per cui la spugna viene gettata: avevo sempre detto che se mai fosse arrivato il giorno in cui non sarei stato più in grado di far fronte ai miei impegni come CEO di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Sfortunatamente quel giorno è arrivato”.

Jobs è un sopravvissuto al cancro. I dettagli sono scarni, l’uomo tutela ferocemente la propria privacy. Diagnosticato nel 2004 per una rara forma di neoplasia al pancreas è stato operato con successo nel 2005. Disgraziatamente, come ben sa chi è vicino a un malato di questo genere, le vittorie sono spesso parziali e quasi mai definitive. Negli ultimi anni il gran timoniere di Apple è stato di nuovo sotto ai ferri — per un trapianto di fegato — ha perso molto peso e si è preso più di un periodo sabbatico per curarsi. In ciascuna di queste pause è stato rimpiazzato nella quotidianità dei suoi doveri aziendali da Tim Cook, l’uomo che ieri è stato nominato nuovo CEO di Apple.

Cook — che i giornalisti pettegoli chiamano “il gay più influente della Silicon Valley”, come se le sue proclività sessuali avessero rilevanza nella hi-tech — entrò in Apple negli anni Novanta come responsabile delle operazioni e si attirò le simpatie di Jobs trasformando un’azienda famigerata per la sua incapacità nel procurarsi i componenti e mantenere rifornito il canale vendite in un meccanismo ben oliato, al punto da mettere in difficoltà i concorrenti quando con accordi commerciali ben scritti si accaparra la parte del leone della produzione mondiale di componenti fondamentali come le memorie NAND. Tim Cook fa così carriera in azienda: responsabile delle vendite nel 2000, della produzione nel 2003, CEO ad interim della filiale Giapponese nel 2004, vice-Jobs dal 2005 in poi. La successione sembra studiata a tavolino per chetare i ribassisti: che comunque cavalcano l’onda della notizia. Il titolo Apple, a mercati chiusi, perde oltre il 5%.

Jobs lanciò Apple dal garage dei genitori (adottivi), entrò a piedi nudi nel negozio di componenti elettronici di Mike Markkula a strappare un pagamento a trenta giorni per iniziare la produzione, venne silurato in Apple e torno osannato come un messia nel 1999, guidò con polso di ferro l’invenzione di Mac nel 1984 e di iPhone nel 2007; non si ritira, ma fa un passo indietro. Resta consigliere d’amministrazione e presidente dell’azienda, nonché dipendente: continuerà a guidare lo sviluppo dei nuovi prodotti a cominciare dalla misteriosa nuova linea attesa per fine anno.

A nostro parere non bisogna dar troppo retta ai catastrofisti secondo i quali il semipensionamento del fondatore di Apple significa il tramonto dell’azienda così come oggi la conosciamo: la più profittevole del settore, quella con la maggior capitalizzazione di Borsa,. forse la più innovativa. Le medesime cornacchie nel 2008 predissero piaghe bibliche quando Bill Gates fece un analogo passo indietro in Microsoft. La casa di Windows ha proceduto senza scossoni negli ultimi tre anni; possiamo facilmente prevedere che lo stesso accadrà alla casa di iPhone. Nè Jobs è un novello Mida dal tocco magico, perfetto e infallibile: ha lanciato anche prodotti fallimentari (per esempio il Mac Cube) e perso treni (come la telefonia su Internet: Apple aveva un prodotto nel campo prima che nascesse Skype, ma non l’ha spinto e ha perso quel mercato). Innegabile però la sua abilità nel prendere un prodotto, intuirne l’essenza vincente e farlo rifinire dai suoi ingegneri sino a risultare irresistibile, risultando semplice nonostante le complicatissime tecnologie sottostanti. Per questo gli devono molto i consumatori e l’industria inclusi persino i concorrenti. Non vorremmo veder nessuno soccombere al male del secolo, men che meno un uomo come questo, e dunque gli auguriamo di cuore che la sua visione continui a infondere Apple e tutto il mercato per moltissimi anni.