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Un evento

Ho avuto due esperienze significative nello scorso mese: una come utente, e la seconda come sviluppatore. Indeciso su quale fosse la più significativa da propore ai lettori di MacWorld come spunto per la riflessione, ho deciso di parlare di entrambe, nella speranza di non annoiare nessuno e interessare tutti.

Come utente, ho avuto un episodio illuminante nella mia ormai quotidiana simbiosi con il PowerBook. Scena: una amena località ligure, dove la signora Accomazzi ed io avevamo deciso di trascorrere una settimana. Arrivo a destinazione con le batterie quasi completamente scariche -- io avevo guidato solo per un breve tratto, e per giunta la signora Accomazzi ha sviluppato un attaccamento preoccupante per Tetris. Il primo gesto, naturale per un possessore di PowerBook tanto quanto lavarsi le mani lo è per un comune mortale, è di offrire una spina al piccolino.

Dopo un'oretta, accendo il computer e scopro che la batteria non si è ricaricata né si sta ricaricando. Alzo il sopracciglio destro. Controllo spina e spinotto. Entrambi saldi. Alzo anche il secondo sopracciglio, e cambio la presa elettrica. Nessun risultato. Infilo una lampada nella medesima presa, usando una multipla. La lampada si accende, il PowerBook continua a non caricarsi. OK, panico.

Arriva l'ora di andare a dormire, e la batteria non ha ancora dato segni di vita: continua ad indicare due ottavi di carica. Vi risparmio i dettagli di un breve attacco d'insonnia, e le prove ulteriori: il giorno dopo, tanto per provare, ho rimosso la batteria, e scoperto che Zanzara stava lavorando con la corrente di rete. Sempicemente, non riusciva a ricaricare la batteria.

Più tranquillo, decido di approfondire la vicenda. Estraendo la batteria, ho notato un interruttore sul suo fianco. Questo interruttore (non so se sia presente anche sui PowerBook da 100 a 180, che seguono alimentazioni differenti) è normalmente nascosto, e contrassegnato da due icone: una batteria bianca e una batteria nera. Naturalmente non avevo con me il manuale di Zanzara: come ogni possessore di Mac che si rispetti non l'avevo mai tolto dalla plastica, e l'avevo relegato su uno scaffale polveroso.

Così, non mi è restata altra soluzione che spostare l'interruttore, reinfilare la batteria e vedere che cosa succedesse. Sollievo generale: il piccolo mostro ha immediatamente preso a ricaricare la batteria.
A tutt'oggi non so esattamente cosa sia successo: la macchina aveva presto una botta che aveva spostato l'interruttore interno? Tenderei ad escluderlo, ma come posso esserne sicuro? Continuo a non sapere quale sia il significato esatto dell'interruttore: anche dopo aver recuperato il manuale e letto le pagine rilevanti non ne ho trovato nessuna menzione. E non solo: mi sono procurato le cosiddette note tecniche per sviluppatori, un tomo di 200 pagine che dettaglia tutte le caratteristiche del Duo, ma anch'esso non mi ha dato informazioni.

Due conclusioni. La prima è evidente: se uno dei miei lettori, possessore di Duo, si trovasse di fronte alla stessa esperienza, ora sa che cosa andare a toccare. La seconda è che Apple Italia si trova nuovamente consegnataria del mio speciale premio Buccia di banana, perché il manuale del Duo -- ora che l'ho letto -- si è rivelato pessimo. In buona parte è una copia neppure ritoccata del manuale dei PowerBook precedenti, e quindi riporta istruzioni sbagliate o inconsistenti. Per esempio suggerisce di scaricare completamente la batteria a intervali periodici, mentre non c'è nessun bisogno di una simile operazione quando la batteria usa gli idruri del nickel, com'è il caso con il Duo. (E inutile anche per gli altri modelli, ma questa è una scoperta recente di cui parliamo nello spazio Come fare, in questo stesso numero). Per di più, tutto il capitolo che parla dell'uso dei dischetti fa riferimento, nel testo e nei disegni, all'unità disco interna, che come tutti sanno non esiste su un Duo.


Vita da sviluppatore

Tutto è iniziato lo scorso mese di dicembre, proprio nella redazione di MacWorld. Stavamo discutendo di Excel 4, e del comunicato stampa che ne magnificava la capacità di sfruttare gli eventi Apple.
"Già", ha detto qualcuno, "ma a che servono in pratica gli eventi Apple?"
Buona domanda. Si tratta, in estrema sintesi, di un protocollo secondo il quale le applicazioni possono spedirsi messaggi, richieste ed ordini.

Di primo acchito, non sembra una gran buona idea. Invece lo è. Pensate: il disco rigido del mio PowerBook è oberato da Microsoft Word 5, che occupa più di 6 MB: la maggior parte di quel codice è sostanzialmente inutile. A che serve il modulo di disegno? Non sarebbe meglio se Word si servisse delle capacità grafiche di Photoshop, Painter o Illustrator? Viceversa, che senso ha che MacDraw Pro includa un dizionario per io controllo ortografico? Sarebbe assai meglio se quell'applicazione facesse richiesta ad un'altra, magari MacWrite o lo stesso Word, di controllare per lei. Noi avremmo applicazioni più piccole e più funzionali.

Photoshop potrebbe far comprimere i suoi documenti da DiskDoubler. Microphone potrebbe far decomprimere i documenti man mano che escono dal modem. Excel potrebbe chiedere a Fourth Dimension di estrarre i dati che gli servono per stilare un grafico.
Armato di questo sano convincimento, propagando la tesi tra i redattori. Dopo che il mio sforzo di evangelizzazione ha colpito nel segno, qualcuno mi chiede come sia possibile distinguere le applicazioni che supportano gli eventi Apple dalle altre.

La domanda è buona. Se, da una parte, tutte le applicazioni Mac pienamente compatibili con System 7 supportano alcuni eventi Apple, d'altro canto molte si fermano lì. Microsoft Word 5, per esempio, è un pessimo cittadino.

Rincasando, vengo folgorato come Paolo sulla via di Damasco (anche se abito semplicemente a Milano). Perché non scrivere una applicazioncina che manda eventi Apple alle applicazioni e controlla come reagiscono?
I primi tentativi hanno presto successo. A questo punto, come evitare di sognare un sogno troppo bello per essere vero?
Quando stava progettando System 7, Apple disse che avrebbe creato un linguaggio per la comunicazione tra le applicazioni. Si sarebbe chiamato AppleScript, e usando gli eventi Apple avrebbe permesso tutto ciò di cui ho parlato poco fa. E altro ancora: un programma AppleScript avrebbe potuto fare tutto ciò che un utente può fare. Montare un disco usando la condivisione, copiare un file, e scollegarsi. Oppure selezionare il fax/modem usando Scelta risorse e spedire un documento appena creato come fax, poi selezionare la stampante laser e stamparne una copia per l'archivio.
Apple, però, ha lasciato AppleScript tra le molte promesse non adempiute (un'altra è la nuova architettura di stampa avanzata: i lettori di MacWorld sono particolarmente sensibili a questo tema perché il nostro Avvocato del diavolo si lamenta un numero sì e uno no di PrintMonitor -- e a ragione!)

Nei due mesi successivi ho dedicato tutto il mio tempo disponibile alla realizzazione di una piccola applicazione che, usando gli eventi Apple, desse ordini alle altre applicazioni. E alla fine ho ottenuto un discreto successo. Il frutto del mio lavoro è stata una applicazioncina, chiamata MiniScript, che manovra a bacchetta le applicazioni, eseguendo degli script creati dall'utente. Gli script dicono cose come "il mio bersaglio è l'applicazione Word sul disco rigido Discone; chiedile di aprire questo documento; seleziona tutto; copia; il mio bersaglio è ora Excel; crea un nuovo documento; incolla; seleziona tutto; crea un grafico; copia; chiudiExcel; il bersaglio è nuovamente Word; incolla."
Una settimana dopo aver consegnato ad alcuni amici e qualche cliente una versione provvisoria di MiniScript, per averne richieste e suggerimenti, è arrivato un corriere a casa mia, e mi ha portato un CdRom con la versione 1.0ß1 di AppleScript.


AppleScript è qui

Sarei un po' ipocrita se sostenessi che ho provato solo gioia nel vedere che la mia ultima fatica è stata uccisa da Apple prima di poter dare frutti. Ma non sono particolarmente amaeggiato, perché AppleScript è veramente bello. La mia prima impressione è quella di un software potente e versatile. Non appena mi ci sarò familiarizzato scriverò un articolo per questa rivista: spero che possiate leggerlo già nel prossimo numero.

AppleScript è una estensione, come QuickTime; gira però su qualsiasi Mac con almeno 4 MB di RAM. Richiede una qualsiasi versione di System 7, ma funziona al meglio con la versione 7.1. Ed è il futuro del Macintosh.

AppleScript è basato su HyperTalk, ed è tutto quello che HyperTalk non ha saputo essere: un linguaggio per creare meta-applicazioni, uno strumento per automatizzare tutti i compiti ripetitivi che ci restano, un gioiellino.

Gli utenti più esperti lo useranno per fare miracoli. I meno esperti si rivolgeranno ai consulenti, presumo (abbiate comprensione, dobbiamo mangiare anche noi).

Due cose so per certo: la prima è che serve tempo, almeno un anno, prima che tutte le applicazioni vengano riviste per funzionare al meglio sotto AppleScript. La seconda è che, mentre sino a due settimane fa mostravo QuickTime per chiudere la bocca agli incompetenti che sostengono che ormai Windows ha raggiunto il Mac, oggi uso AppleScript. La loro espressione mi ripaga del tempo perso sviluppando MiniScript.
Nessun dubbio: AppleScript è il mio petalo di rosa del mese.


La perla del mese

Prima di concludere, non posso esimermi dall'insignire il servizio di supporto tecnico di Hewlett Packard di uno specialissimo premio "Buccia di banana d'oro". Un mio cliente ha deciso di acquistare una stampante LaserJet IV per la sua ditta, dove è installata una rete mista di Mac e PC, e ha chiamato la casa madre per chiedere se il modello che gli interessava fosse fornito di software sufficiente a farla utilizzare sia da questi che da quei computer. La risposta dei cosiddetti esperti: "beh, ma c'è il software per Windows. Basta installare Windows anche sui Mac".