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Trenta danari

Il presidente di una ditta che installa e mantiene reti di calcolatori recentemente mi ha spiegato di odiare gli utenti Macintosh. "Non accettano le limitazioni della macchina. Sono dei rompiscatole. Non si accontentano di altro che della perfezione". C'è di che riflettere.

I personal computer, si sa, aumentano l'efficienza del lavoro d'ufficio. Dove ieri un impiegato poteva battere una lettera a macchina, oggi deve usare un programma di trattamento testi. Solo così potrà avvantaggiarsi di tutti quegli strumenti meravigliosi come il controlo dell'ortografia e la impaginazione.
Il capo ne sembra convinto. Quindi Maria la segretaria, Stefano, l'impiegato e i loro cinque colleghi vengono dotati di PC, e le vecchie macchine da scrivere Olivetti vengono messe in un angolo. Maria è perplessa: come si accende? Basta usare l'interruttore, dite? No, devono imparare ad avviare Windows. Naturalmente ciò è banale: se si è avuto cura di inserire nel PATH la DIR di Windows, magari usando EDLIN, basta digitare WIN. Per avviare il word processor basta aprirlo: ma bisogna trovarlo frugando nei gruppi di lavoro. Vabbeh, comunque si fa clic con... perché il tuo mouse ha tre tasti e il mio due?
L'ufficio felicemente informatizzato deve avvalersi di un consulente che spieghi a tutti come usare le nuove macchine che aumenteranno la produttività aziendale. Qualche pomeriggio, più un mesetto di rodaggio, e ci saremo. Certo, poi il capo vorrà aggiungere Excel, la stampante laser non funzionerà più perché durante l'installazione di Excel qualcuno ha cancellato qualcosa, tornerà il consulente, e Stefano dovrà abbonarsi a una rivista per imparare a distinguere tra CHKDSK e SCANDISK. Ma tutto si risolverà, in tempo per dover ricominciare daccapo in occasione della nuova release di Word, di Windows, del software di rete.
Non prendetemi per un ipocrita: ammetto pubblicamente che Mac non risolve questi problemi. Anzi, diro di più: il 10% dei quattrini che ho in tasca mi viene dai corsi alle Marie e agli Stefani di questo mondo.


Soluzione di un rebus

Mi chiedono, ogni tanto, come io possa esser tanto certo della bontà di Mac. Solo un calcolatore su dieci al mondo è prodotto da Apple: è mai possibile che nove persone su dieci siano tanto stupide?
Oggi ho una risposta. No, i nove possessori di PC non sono per niente stupidi. Sono solo stati ingannati. Dai loro consulenti, che li hanno convinti a scegliere MsDos e Windows. Dai loro rivenditori, che se sono disonesti non hanno neppure citato l'esistenza di Mac e se sono onesti si sono limitati a far notare che i PC offerti costano meno (ma non hanno detto che mancano nella dotazione l'interfaccia di rete, la RAM indispensabile a far girare Windows, l'estensione multimediale, la scheda audio, il microfono e magari anche nove tasti a caso sulla tastiera). E anche dai giornalisti (oddio, adesso mi radiano dall'albo) che negli articoli hanno parlato solo di quel che fa riempire le pagine del giornale.


Homo ludens

Buccia di banana del mese ad Apple: lo scorso gennaio il manager (americano) incaricato di tenere i rapporti con gli sviluppatori di giochi se n'è andato, e mentre scrivo quest'articolo non è ancora stato sostituito. Di conseguenza, tra le applicazioni disponibili in modo nativo sui Power Macintosh non c'è neppure un gioco.
Forse gli semidei che regnano a Cupertino avranno pensato che i giochi non servono a vendere più calcolatori. Io mi permetto di dissentire, e ritengo che nulla più di un gioco possa mostrare ai profani, graficamente e con grande impatto, quale potenza di calcolo si annidi nelle nuove macchine.
Di converso, un peana agli sviluppatori di giochi per Mac. Che, nonostante la scarsissima attenzione di Apple stanno sfornando un capolavoro dietro l'altro: Alone in the dark e Out of this world, Myst e Pathways into darkness, Crystal caliburn e Maelstrom. La signora Accomazzi si è innamorata di Hugo, un giochino svedese (nientemeno) dolce come lo zucchero, amabile come un cartone animato e quasi poetico: un vero petalo di rosa.