DI RECENTE ACCOMAZZI...
CERCA
» Ricerca avanzata
MAILING LIST

Se vuoi iscriverti alla mailing list di Luca Accomazzi inserisci qui la tua mail:

Vuoi ricevere i messaggi immediatamente (50 invii / giorno) o in differita e in gruppo
(due invii / giorno)?

» Vuoi saperne di più?

Per chi suona la campanella

Voglio chiedervi un atto di pazienza e comprensione. Per una volta, infatti, non intendo parlare di calcolatori Macintosh, se non marginalmente, nella mia rubrica.

Non era un segreto, ma non l'ho mai menzionato su queste pagine, perché mi sembrava giusto mantenere separate le due attività: sono stato un insegnante dal 1988 sino ai primi mesi del 1995. Insegnavo informatica in una scuola superiore, un istituto tecnico statale che sfornaperiti informatici.
Quando i miei amici e conoscenti hanno saputo della mia decisione di lasciare la cattedra, si sono divisi in due scuole di pensiero. Alcuni, fissando lo sguardo sulla tasca posteriore dei miei pantaloni con malcelata invidia, hanno detto: "Vanno bene gli affari, eh?" Si trattava principalmente di lavoratori dipendenti, pubblici o privati.
Altri, tipicamente liberi professionisti e consulenti, mi hanno guardato con pietà, e mi hanno pietosamente spiegato: "Sei completamente pazzo".

Lo confesso: amo insegnare. Dopo tutto, a ben pensarci, è la stessa cosa che mi piace fare per Macworld: spiego, illustro, divulgo. Semplicemente, su queste pagine lo faccio per iscritto. Eppure oggi, non appena mi è economicamente possibile, lascio la cattedra.
La verità è che in buona sostanza, la situazione nella scuola (per come la vedo io) non è più drammatica, come qualche anno fa. È decisamente peggiorata, a mio parere sino a oltrepassare il punto di non ritorno. Dal punto di vista del lavoratore della scuola, i governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni si sono divisi in neutrali (lasciavano andare le cose alla rovina) e pessimi (peggioravano la situazione).


Gli insegnanti

Eccovi, non richiesta, la mia personale (e probabilmente non condivisibile) opinione sugli insegnanti d'Italia, dopo parecchi anni di appartenenza alla categoria. Dopo averla messa per iscritto non potrò più varcare la soglia di una scuola, ma tant'è.
Distinzione per abilità e dedizione al dovere: la maggioranza degli insegnanti non potrebbe fare altro che insegnare. Com'è quel motto al vetriolo? "Chi sa, fa. Chi non sa fare, insegna. Chi non sa insegnare, dirige".
C'è poi una discreta percentuale di "mamme". Tra virgolette: quelli che insegnano, e lo fanno bene, ma se lo possono permettere solo perché tutto sommato l'impegno è quantitativamente modesto. E resta abbastanza tempo per fare, appunto, la mamma ai propri figli, o comunque qualcos'altro. Anch'io ero "una mamma", per via degli articoli e delle consulenze.
Infine, abbiamo una piccola percentuale che rappresenta il nocciolo duro. Persone che credono nella missione dell'educatore. Che stanno a scuola sino a sera tardi, a sbrigare la maledetta burocrazia, a programmare, a risolvere i problemi. Sono questi pochi a far funzionare la scuola (quella parte di essa che ancora funziona).
Posso proporvi un'altra divisione in categorie, questa volta per età. Metto avanti le mani: è tagliata con l'accetta
Sino agli anni settanta il mestiere dell'insegnante era pagato decentemente, e per motivi culturali e politici era ritenuto importante e gratificante. Sono i "prof" tra i quaranta e i cinquanta quelli che oggi fano funzionare la scuola statale.
Negli anni ottanta, con il finto boom e i posti di lavoro che non mancavano, nella scuola sono entrati principalmente gli scarti dell'università. Quando ho cominciato, nel 1988, ero l'unico insegnante laureato: gli altri supplenti erano studenti (uno di essi in economia e commercio). La qualità dei nuovi insegnanti è cresciuta negli anni novanta, perché al diminuire della alternative cresceva l'appetibilità del posto di insegnante.
Il sottoscritto, però, non è l'unico insegnante che sta abbandonando la barca (che affonda): ultimamente l'economia va un pochino meglio, e sono diversi a lasciare le file dei docenti per tornare nel privato. (Sospetto che ad andarsene non siano i peggiori, e che il piccolo esodo non stia certo migliorando la qualità dell'istituzione).
Ci sono due motivi: uno economico e uno di prospettiva. Vediamo.


I conti in tasca

Il mio stipendio di insegnante è rimasto sostanzialmente fisso per tutta la durata del mio servizio, a circa 1.750.000 lire. A fronte di un lavoro di diciotto ore di cattedra, sparpagliate lungo la settimana, più collegi docenti, consigli di classe, riunioni per materia e altre perdite di tempo assortite. Più preparazione delle lezioni, dei compiti in classe, e correzione dei medesimi. Facciamo venticinque ore la settimana, e non se ne parla più.
Com'è noto, l'insegnante gode di un periodo di ferie molto superiore a quello dei comuni mortali: quindici giorni a Natale, sei a Pasqua, più l'estate. Non è noto che il mito dei quattro mesi di vacanza è però largamente superiore alla verità. A me non è mai capitato di non essere impegnato negli esami di maturità, che tipicamente si concludono poco dopo il venti di luglio. Il primo di settembre si ricomincia, (un tempo c'erano gli esami di riparazione, e oggi invece i corsi di recupero).

Se qualcuno proponesse che gli insegnanti vengano pagati a peso d'oro mi opporrei ferocemente. Sarebbe una soluzione peggiore del male. Però, ditemi voi: potendo scegliere, chi mettereste a istruire i vostri figli? I migliori cervelli in assoluto? Forse non ce n'è bisogno, forse è meglio destinare le migliori menti alla ricerca. Però non sarebbe male avere delle persone di cultura, intelligenza, disponibilità superiore alla media, vero?
Dunque, riassumiamo. Dello stipendio ho già parlato. Soddisfazioni? Le poche insite nella professione, perché non esistono reali incentivi che premino i volonterosi. Carriera? Un insegnante su cento può diventare preside, e cioè un passacarte senza alcun reale potere, ("direttivo" e non "dirigente", nel gergo degli statali) che può solo ricorrere a preghiere, trucchetti e meschinità per convincere il personale della sua scuola ad andare nella direzione che ha scelto -- se ne ha scelta una.

Se gli stipendi sono bassi, le prospettive di carriera nulle e la frustrazione elevata, chi vi aspettate si arruoli nel corpo insegnante?


Laboratori

Quando, negli anni ottanta, lo stato spendeva soldi senza freni, le scuole come la mia ricevevano periodicamente ingenti emolumenti. Con cento milioni o giù di lì ogni anno, i laboratori avrebbero potuto fiorire, ma questo non è mai avvenuto. In teoria, il finanziamento del Ministero ad una scuola è condizionato all'accettazione di un progetto didattico. In pratica, venivano lasciati passare progetti didattici che prevedevano l'acquisto dei calcolatori da un numero assai limitato di fornitori. Queste ditte, che per qualche incomprensibile motivo evidentemente godevano dell'incondizionata fiducia dei funzionari di Roma, praticavano prezzi di listino molto più alti del normale, e quindi i soldi dello stato raramente hanno consentito di procacciare laboratori degni di nota.
Macintosh, dite? Ma no, ma quali Macintosh. Quando il non rimpianto ministro Falcucci inaugurò il Piano Nazionale dell'Informatica (PNI) nell'anno del signore 1984 ordinò che le scuole comprassero solo macchine DOS. Che coincidenza: proprio in quel periodo Olivetti aveva sfornato l'M 24, la sua prima macchina DOS. Ai tempi si disse che erano circolate (altre) bustarelle a Roma, ma non so proprio dirvi se la scelta sia stata veramente dettata da avidità o se si sia trattato di semplice imbecillità allo stato solido.

In pratica, da dieci anni gli istituti informatici sfornano periti (il termine, mi informa il vocabolario, dovrebbe significare "esperti") che sono innocentemente convinti che al mondo esistano solo DOS e Windows. Oggi la circolare Falcucci non detta più legge, ma la scuola va avanti su quella strada per inerzia. Intendiamoci, non pretendo che i Mac facciano piazza pulita dei PC in tutte le scuole di ogni ordine e grado, ma non sarebbe appropriato che un perito informatico faccia esperienza su più di una architettura? Cosa pensereste di un meccanico che conosce solo i motori delle auto a benzina (niente diesel, né moto, né autocarri)?

Con gli anni novanta, le sorgenti del pubblico denaro si sono seccate, e le scuole hanno cominciato a tirare la cinghia. Se in un liceo classico questo significa semplicemente che bisogna incollare le copertine dei dizionari di greco con il nastro adesivo anziché rimpiazzarli, immaginatevi un po' che cosa possa provocare in un indirizzo informatico.
Le scuole hanno fatto di necessità virtù. I dischetti si comprano con i fondi della cancelleria, e i calcolatori si cambiano con i soldi delle riparazioni. (Basta far passare come "riparazione" la sostituzione della piastra madre e del disco rigido. Qualche volta anche dell'alimentatore. In pratica, quando va bene resta la carrozzeria della vecchia macchina).

Ma le somme a bilancio sono bassissime, e sono veramente pochi gli istituti superiori specializzati in informatica che oggi possono offrire laboratori degni di nota. Se avete un figlio che vuole iscriversi a un corso del genere, vi consiglio di cercare un istituto maxisperimentale (insistete sul "maxi"): si tratta di scuole che godono di totale autonomia amministrativa, e in genere hanno speso meglio.


Un aneddoto

Il cugino Alberto vive negli Stati Uniti: capirete, si è sposato colaggiù. Di conseguenza, trovo assai simpatiche le riunioni di famiglia, che a questo punto vantano una americana (sua moglie) e una russa (la mia)...
La piccola Serena, figlia di Alberto, frequenta un asilo privato, perché in quello pubblico circolano bambini armati di coltello. Alberto e sua moglie spendono mille dollari al mese per pagare l'asilo alla figlia.
Sono assolutamente certo che l'Italia si sia incamminata a grandi passi verso quella direzione. Buon viaggio, ma non contate su di me: io sono sceso dal carrozzone. E non dite che non vi avevo avvertito.