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Crisi di crescenza

Non c'è bisogno di fare nomi: tutti i grandi dell'informatica, oggi, appaiono in crisi. Grande o piccola. Pressocché riempiti i mercati tradizionali, ancora latitanti nuove nicchie in cui espandersi, i principali operatori boccheggiano e si lamentano debolmente. D'intorno, nel villaggio globale dell'economia mondiale, si continua a parlare di recessione; che c'è, che forse finisce, che però...
Ma i grandi dell'informatica stanno davvero male? Tutti? No, non proprio tutti. Un piccolo villaggio resiste ancora e sempre all'invasore , come dicono nei fumetti di Asterix.
Apple Computer, apparentemente, viaggia con il vento in poppa quando gli altri aspettano un refolo di vento. Sulla mia scrivania è poggiato un comunicato stampa con i risultati del secondo trimestre (quarter, se vi piace l'economese) dell'anno fiscale 1991. Per i comuni mortali privi di una laurea targata Bocconi, me compreso, questo significa dati aggiornati a marzo 1991, ovvero gli ultimi disponibili mentre scrivo. Si comincia con un +90% di macchine vendute rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente, e si procede da quel punto.
Questo fatto si spiega semplicemente: in molti consideravano il Mac come l'irraggiungibile oggetto del desiderio. Quando Apple ha pensato bene, un anno or sono, di abbassarne il prezzo, ha conquistato nuove e importanti fasce di mercato. Il fatto che tutti gli osservatori, compreso il sottoscritto, auspicassero da anni questa mossa non la rende meno gradita (del resto, mi rendo conto che se i dirigenti di Apple insistessero per una riduzione delle mie tariffe per consulenze, anch'io ci metterei un po' ad accettare...)
Se lasciamo, con rammarico, la vallata felice delle mele in fiore, troviamo altrove solo panico e stridore di denti. L'entusiasmo sembra confinato ai comunicati aziendali. Quelli di Apple sono frequentemente corredati da una foto di Sculley in jeans e camicia, quelli di IBM raffigurano qualche direttore vestito (naturalmente) in blu, con il viso che si spacca in due per il sorriso.

C'è anche, per essere sinceri, chi mi dice che tutto questo lamentarsi è solo di facciata. Il trend 1991 è comunque positivo: un non disprezzabile più otto per cento. Certo, in un mercato abituato a crescite di due cifre non si può parlare di annata record, ma d'altro canto vi sono comparti in cui un risultato come questo farebbe gridare al record, e quindi forse non è proprio il caso di lamentarsi.
Amici e colleghi che sostengono questa tesi si spingono sino ad affermare che se proprio vogliamo parlare di crisi, essa è determinata dalla concorrenza serrata che oggi si incontra sul mercato (e che abbassa i prezzi al dettaglio per la gioia degli utenti). In effetti la tesi non è da scartare: il numero dei produttori di personal computer è astronomico, e uno sfoltimento dei ranghi non sarebbe spiacevole. Servirebbe, semmai, a fare un po' di chiarezza.

Queste considerazioni mi hanno fatto riflettere. Nell'ultimo anno mi sono ritrovato a collaborare spesso con alcuni amici economisti, e alcuni concetti basilari della loro disciplina sono penetrati in me, per osmosi. Uno dei più interessanti può essere espresso pressappoco così: quando viene introdotto sul mercato un nuovo prodotto, il suo prezzo è alto, perché è necessario recuperare gli investimenti; perché chi è veramente interessato lo acquisterà comunque; perché la concorrenza è nulla. Con il passare del tempo il prezzo viene gradatamente diminuito e in questo modo si acquisiscono nuove fasce di mercato.
Se proviamo a leggere questo principio al contrario (operazione forse un po' rischiosa, ma comunque legittima) e ad applicarlo alla situazione attuale, ci ritroviamo a una seconda considerazione che mi sembra interessante.
La concorrenza spietata è sintomo di un mercato che si basa su prodotti sostanzialmente vecchi. Intendiamoci: ho anch'io occhi per vedere che oggi abbiamo macchine 486 e 68040; però si tratta semplicemente di un miglioramento quantitativo (nella velocità di elaborazione) e non qualitativo; è dall'introduzione delle interfacce utenti grafiche nel 1984 che non si presenta qualcosa di veramente innovativo sul mercato.
Da allora il personal computer è cresciuto e ha certamente inventato e riempito svariate nicchie, come il DTP. E ha affinato, e migliorato l'esistente. Qualche volta lasciandomi sinceramente estasiato. L'ultima realizzazione ad avere quell'effetto è stato l'originale Macintosh II, nel 1988: una macchina capace di sedici milioni di colori, di accensione e spegnimento software, di pilotare contemporaneamente più monitor dalle caratteristiche differenti - se ci pensate, constaterete che tutto questo non è ancora maturato, a più di tre anni di distanza, nel tetro sceiccato di Emesdosistan.
Ma quali nuovi traguardi ha raggiunto la tecnologia da allora?
Il personal computer oggi è un diciottenne che, conclusa la fase di crescita, si chiede "che ne sarà di me". Tra le possibili risposte a questa domanda troviamo la nuova macchina (ancora top secret) che Apple sta progettando tramite General Magic e il Pen Windows. E a questa ammissione qualcuno solleverà un sopracciglio, sorpreso nel vedermi ammettere che anche dal mondo MsDos nascono innovazioni. Ma io potrei sempre sostenere che l'idea è venuta per prima alla Go con il suo PenPoint!

Nel mondo del software è multimedia la buzzword attuale (il termine indica qualcosa di cui tutti parlano senza ben sapere che cosa sia). I guru del settore producono cose egrege, da lasciare a bocca aperta gli spettatori, ma non si può certo dire che nel settore trovino impiego migliaia di persone, né che la sua diffusione sia significativa. Perché ciò avvenga dobbiamo attendere che ogni PC sia dotato di un Cd Rom (sono convinto che i prezzi di quella periferica potrebbero ancora dimezzarsi, se le vendite salissero a livelli significativi; e, d'altro canto, mi sembra che il Cd Rom sia come il mouse: tutti ne hanno bisogno, ma non tutti se ne rendono conto).

Dove ci porta questa chiacchierata? Forse non molto lontano, come potete aspettarvi da un pezzullo scritto in pieno agosto, quando nulla accade. Le conclusioni, però, mi rammentano di quando il vecchio prete della mia perduta gioventù accennava alla crisi di crescenza. Che sarebbe stata, a suo parere, la crisi dell'adolescenza. E che invece non è affatto una crisi: è solo un momento in cui la crescita provoca qualche momento di confusione, in cui cambiano alcune priorità e in cui (sperabilmente) si comincia a riflettere in modo maturo. Per poi crescere ancora.