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A morte i personal

Per tutti gli anni ottanta e per buona parte dei ‘90 i pacchetti software sono cresciuti in potenza. Ogni nuova versione aggiungeva opzioni e funzionalità. Tutti noi aspettavamo religiosamente il rilascio e adottavamo ogni nuova versione non appena disponibile.
Le case produttrici di software si comportano ancora secondo quel modello: io credo che sia ora di finirla. Molti dei miei clienti si rifiutano di comprare le nuove versioni dei pacchetti software, perché tutte le funzionalità davvero utili ci sono anche in quella precedente. Non vale la pena di spendere danaro e perdere tempo per mettere le mani su un programma nuovo.
C’è dell’altro. Il computer è entrato negli uffici e negli studi presentandosi come un nuovo strumento. Oggi, per molti, è diventato LO strumento. Chi si guadagna il pane — e possibilmente anche il companatico — grazie a uno strumento di lavoro deve stare molto attento all’uso che ne fa e non può certo permettersi di guastarlo. Un nuovo programma invece rischia di introdurre nuovi problemi, errori, imprevisti nella vita di persone che lavorano già dieci ore al giorno e non possono permettersi ritardi.


A fari spenti nella notte

Ho appena letto un articolo che mi ha fatto rabbrividire. Microsoft Windows 2000, il sistema operativo “professionale” che la casa di Bill Gates si sta preparando a lanciare, è composto di trenta milioni di linee di codice. L’ottantacinque per cento di questo codice è nuovo: non faceva parte delle precedenti versioni di quel sistema operativo.
Se è vero, allora Gates si è rincorbellito. Ho dissotterrato i miei libri di ingegneria del software: c’è scritto che in media un ottimo programmatore inserisce un bug, un errore logico, per ogni cento linee di codice che scrive. Bill Gates vuole che le aziende affidino i loro affari a un prodotto che si suppone contenga circa duecentocinquantacinquemila difetti?
Guardiamo la cosa da un altro punto di vista ancora. Mac OS è composto da due milioni di righe di codice. Il sistema operativo di Mac è in uso dal 1984 e Apple non ha mai smesso di irrobustirlo e di correggere i suoi problemi. Quanti dei miei lettori, grazie a questi sforzi, giudicano “robustissimo” il Mac OS e non hanno mai avuto un crash di sistema? Hm, vedo poche mani alzate.


Mister X

C’è solo una risposta. Ha quattro lettere, contiene una X e i miei lettori più ferrati in informatica l’avranno già indovinata. Unix. Un sistema operativo creato esattamente trenta anni fa, e dunque che per trenta anni è maturato ed è cresciuto. Un sistema operativo il cui codice è pubblicamente disponibile — e che per questo motivo è stato studiato, commentato, migliorato dalle migliori menti del pianeta — mentre il codice di NT è un segreto indistriale gelosamente conservato negli archivi di casa Gates.
Unix oggi è alla base di quasi ogni sistema operativo al mondo, o sta per diventarlo: con la sola eccezione di quelli creati da Microsoft. Apple lo ha scelto per Rhapsody prima e per Mac OS X poi. Lo troviamo anche nei sistemi Sun e nelle stazioni Silicon Graphics.


Il gioco è finito

I nostri non sono più “personal computer”. Certo, tutti i ragazzini che si tengono un PC in casa e ci giocano a Tomb Raider 2 stanno ancora usando il loro apparecchio in quella accezione. Chi lavora col computer, però, non ha bisogno di un personal computer. Ha bisogno di un professional computer. Paradossalmente, stiamo andando verso un futuro in cui saremo disposti a pagare per gli update, gli aggiornamenti che ocorreggono problemi nel software, ma non vorremo sborsare una sola lira per gli upgrade, le nuove versioni più ricche di funzionalità. Chi produce software dovrebbe pensarci su.