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Mulattiera Internet

L’Internet è la cosa più sconvolgente che sia capitata all’umanità dai tempi dell’invenzione della televisione, eppure mi sembra che gli imprenditori non la considerino affatto. Miopia della più grave.

Considerate quante possibilità esistono: per esempio, io sono disposto ad acquistare una gran quantità di indirizzi di posta elettronica. Uno pubblico e uno privato, uno per il mio telefonino (per ricevere messaggi di testo quando sono lontano dal mio Mac), uno per il mio condizionatore, forno e scaldabagno (per accenderli quando sto tornando a casa), uno per il videoregistratore... E via elencando.
Poi ci sono i servizi: agenzia viaggi, prenotazione biglietti di cinema e teatro, acquisto per corrispondenza (in America ormai si vendono via Internet anche gli ortaggi e le pizze), accesso remoto ai servizi di banca, giochi in rete, aggiornamenti del software... Tutte cose che si possono fare già oggi, senza neppure aspettare linee più veloci o costi più bassi per la connettività. Il pubblico dei navigatori di Internet per il 65% appartiene a famiglie che guadagnano oltre 80 milioni l'anno; il 75% ha una istruzione di livello superiore.


L’ingorgo permanente

Gli imprenditori, anziché investire nel colossale nuovo mercato che è Internet, sembrano al più interessarsi a fare pubblicità sul nuovo mezzo. Gli investimenti in pubblicità nel 1997 hanno misurato una crescita del 313 per cento sull’anno precedente. È un bene, perché la pubblicità rappresenta l’unica forma di finanziamento per quelli (giovani, intraprendenti e squattrinati, di solito) che davvero si danno da fare sulla rete. Viceversa, la apparizione dei banner pubblicitari rappresenta un ulteriore rallentamento quando scarichiamo le pagine. Di tutto avremmo bisogno tranne che di questo.
Perché la verità è che da noi Internet non è una rete, è un colabrodo. Telecom Italia, gigante (a parole) delle telecomunicazioni ha a disposizione soltanto 52 megabit per secondo di connessione Internet con gli USA: una banda passante tagliata a pezzetti, spezzata e rivenduta trecentomila volte volte attraverso le sussidiarie TIN, TOL, VOL e Interbusiness. Inet, l’unica azienda che sembra comportarsi professionalmente in questo campo, vive di soli 12 megabit. Tutti gli altri hanno, per quanto ne so e vorrei essere smentito, 2 megabit o meno ancora, o addirittura vivono acquistando connettività da uno dei due fornitori citati. Altro che “superautostrada telematica dell’informazione”: noi mezzo milioni di cibernauti italiani viaggiamo quotidianamente su una unica mulattiera, in fila indiana, con le Ferrari che devono stare in coda dietro ai carri trainati da buoi. Nessuno ci vede una possibilità di fare affari?


Il buon esempio

1985: negli USA il signor Philip Anschutz, proprietario della ferrovia Southern Pacific, la vende — ma tiene per se i diritti di sfruttamento di una fascia di pochi centimetri a lato dei binari. Con i soldi ottenuti dalla cessione, Anschutz compra diritti analoghi per le altre linee maggiori e per alcune autostrade. Dopodiché costruisce un treno speciale che, passando, interra un fascio di 48 fibre ottiche. Oggi la sua società, la Qwest, dispone di una capacità trasmissiva che è il doppio di quella di tutte le altre compagnie telecom d’America messe insieme: 238.848 megabit per secondo lungo 6.000 chilometri di percorso. Presto diventeranno, rispettivamente, 3.840.000 e 25.760. Oggi Qwest offre ai suoi clienti chiamate da un capo all’altro del continente nordamericano per 120 lire al minuto in tariffa ore di punta; per un confronto, noi italiani paghiamo 339 lire al minuto per chiamare Novara da Milano (mi dicono che le aziende che fanno circa un miliardo di bolletta telefonica all’anno possono ottenere sconti sino al quaranta per cento. Non mi sembra che questo cambi i termini della questione).