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Addio centro Apple

I buoni, vecchi, gloriosi e fedeli Centri Apple sono morti. I loro cadaveri però non se ne sono ancora accorti e si muovono con una certa vivacità.

Apre anche in Italia lo Apple Store. Finalmente potremo anche noi acquistare via Internet i nostri Mac e le loro periferiche — meglio tardi che mai. Un inizio davvero in ritardo (rispetto all’estero) e sottotono (i prezzi sono quelli del listino, senza una lira... pardon, un centesimo d’euro... di sconto). Apple Italia prevede di vendere circa il cinque per cento del suo fatturato tramite l’Apple Store: tutto il resto continuerà ad arrivare tramite i consueti canali di vendita, la catena distributiva dei Centri Apple. Per adesso, dico io.


Il commercio corre sul filo

Diamo una occhiata ai risultati della recente campagna d’acquisti natalizia. Negli Stati Uniti è stato il boom del commercio elettronico, che ha fatturato 2,35 miliardi di dollari. Il 43% degli utenti di computer (questo numero comprende quelli che non hanno un modem) ha comprato almeno un regalo di Natale sulla Rete. Su Internet non si fanno code alla cassa, dice il 97% degli acquirenti; e poi non c’è il problema del parcheggio, ci vuol poco a visitare trenta negozi per comparare i prezzi e hai pure il diritto al recesso entro sette giorni se ti hanno rifilato una mezza fregatura. (Fonte: Dell). Tenete anche presente che in America ci sono i negozi aperti sette giorni su sette e magari ventiquattro ore su ventiquattro; perlomeno fino a mezzanotte o all’una un negozio di computer aperto lo trovate senza problemi. Ma Internet è aperta anche la notte di Natale, se serve.
Le merci acquistate su Internet avevano un valore di un miliardo di dollari nel 1996, 7,8 nel 1998. La stima per il 2003 è di 3.200 miliardi di dollari, ovvero il 5% del fatturato mondiale del commercio al dettaglio. (Fonte: Forrester Research; Jupiter Research. Nomi che a voi magari non dicono niente, ma sono il gotha del settore).


Requiem æternam

La verità, per chi ha occhi per vederla, è che quasi tutti i negozianti sono morti. Ci vorranno dieci anni perché se ne rendano conto e almeno vent’anni qui in Europa per seppellirli tutti, ma il processo è già iniziato.
Solo una categoria può salvarsi, e se io fossi uno di quelli che paga la tassa sulle vetrine io starei correndo in quella direzione: i rivenditori a velore aggiunto. Offrire, insomma, consulenza prima durante e dopo l’acquisto; installazione; corsi; personalizzazione e soluzioni su misura; professionalità e disponibilità a venire incontro al cliente all’interno del mio negozio — aperto sette giorni su sette almeno fino all’una di notte, beninteso.
L’alternativa? Tirare a campare per qualche anno, finché lo Apple Store (e i suoi analoghi che vendono automobili, assicurazioni, vino o dischi) non venderà il cinquante per cento del fatturato di Apple Italia. A quel punto la soluzione per la casa di Cupertino sarà banale: tagliare i prezzi dell’Apple Store e con essi la canna dell’ossigeno per i rivenditori agonizzanti. Quant’è il margine del rivenditore? Venti per cento? Benissimo, spartiamocelo a metà tra produttore e consumatore. Sì, lettore, so di star vendendo un mucchio di pelli d’orso alto sino al soffitto quando gli orsi stanno soltanto uscendo dal letargo. Per esempio, sto supponendo che per comprare un calcolatore sia necessario possederne già uno. La situazione che presento in effetti non è ancora qui, ma ci sta arrivando a grandi passi. I commercianti con meno di quarant’anni dovrebbero nutrire forti dubbi sulla loro possibilità di arrivare all’età pensionabile facendo il mestiere che fanno, perlomeno nel modo in cui lo fanno ora.