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Il paggio e la fatina

Conoscete gli sprite? No, non mi riferisco alle bibite. Nel folklore nordico gli sprite sono folletti alti una spanna. Hanno alucce, simili a quelle di una libellula, sulle spalle. Sono sostanzialmente buoni, anche se ogni tanto gli piace combinare qualche scherzo. Si tengono appartati dagli esseri umani, che temono: vengono visti di rado, anche perché possono rendersi invisibili a volontà e spesso girano armati di un minuscolo arco che lancia frecce imbevute di sonnifero - la loro unica arma.

Ho scritto tre brevi racconti che hanno per protagonisti gli sprite. Ecco il primo: buon divertimento.

-Ben secchi, testone, hai capito? Che siano ben secchi, ché nessuno veda il nostro fuoco!-
Riccardo si allontanò in fretta dall'accampamento, ma rallentò ben presto il passo non appena entrato nel boschetto. La sua tunichetta lisa offriva ormai poco riparo dai rovi, e il suo rispetto per il nobile cavaliere diminuiva rapidamente quando la distanza che li separava aumentava.
Il ragazzo prese a muoversi agilmente tra le piante, chinandosi ogni due passi per raccogliere un ramoscello o uno sterpo, e controllando che fossero abbastanza secchi da soddisfare il nobile cavaliere. Dopo pochi minuti il suo percorso irregolare lo portò dietro una collinetta che lo nascondeva dalla vista dell'accampamento, e il suo passo diminuì ancora. Una rapida occhiata al sole, mascherato dalle foglie ingiallite, lo convinse che mancava più di un'ora al tramonto del sole: tempo più che sufficiente per prendersela calma...
-Sei odioso, odioso, odioso!- disse una vocina acuta, facendo sobbalzare Riccardo. -Non ti voglio più vedere finché il sole non si sarà spento e le stelle saranno cadute nel mare, e forse neanche allora!-
-Andiamo, Trixie...- fece eco un'altra voce più profonda.
-Vattene via! Via, via, via via via!!!-
-Oh, va al diavolo allora! Quando ti sarà passata la mosca al naso mi troverai al villaggio!-
Le due voci erano abbastanza deboli da convincere Riccardo che i loro proprietari si trovassero a una discreta distanza. Attese qualche momento, e poi si arrischiò a dare un'occhiata sporgendo la testa dal fusto dell'albero.
-Iiiih!- Gli urlò la vocetta femminile in un orecchio. Poi sentì qualcosa urtarlo forte al capo.
Riccardo alzò istintivamente le braccia per proteggere il capo, e si ritrovò con qualcosa di caldo e morbido tra le mani. Era una donnina: una donnina nuda. Una donnina nuda alta poco più di una spanna.

Strizzandosi gli occhi con le mani ancora annerite dal nerofumo, depose la creatura su un letto di foglie secche lì vicino, e la osservò meglio. Se non si consideravano le dimensioni, era bellissima. Era bionda, con le gambe lunghe e due seni abbondanti in proporzione al corpo. I capezzoli erano violetti. Gli occhi erano chiusi.
Riccardo non era particolarmente sconvolto alla vista di un corpo femminile. La vita, quindici anni con i genitori e sette tra fratelli e sorelle in una capanna di un'unica stanza, gli aveva dato ben presto una educazione completa sui misteri dell'anatomia femminile e del sesso, volente o nolente. E aveva anche avuto una breve e imbarazzante esperienza in un covone di fieno con la figlia di un altro contadino, pochi giorni prima che il nobile cavaliere lo scegliesse come scudiero, anche se preferiva non ripensare a quell'episodio.
I suoi pensieri vennero sviati quando vide per la prima volta che dalle spalle le sporgevano due ali diafane, come quelle delle libellule. Erano quasi trasparenti, ma con qualche riflesso azzurrino. Si corresse, vedendo che una delle ali era piegata sotto il corpo: c'era una notevole differenza tra queste ali e quelle delle libellule; quelle erano fragilissime, mentre queste sembravano estremamente flessibili. Per prudenza, girò la creatura su un fianco e distese l'ala.
Forse svegliata dal suo tocco, lei aprì gli occhi e lo guardò. Due occhioni color lilla lo misero lentamente a fuoco. Dopo un secondo, Trixie emise un altro strilletto, e svanì con un lieve "plunk".
-No!- Gridò Riccardo. -Dove sei? Torna qui! Ehi, leprecauno! Io...-
Lei si rimaterializzò a qualche metro di distanza; stava volando, e le alucce frullavano rapidissime: -Leprecauno? Leprecauno?- disse con l'aria stizzita. -Con chi credi di parlare, cucciolo d'uomo ignorante? Leprecauno? I leprecauni sono nanetti bizzosi; non hanno le ali; e portano vestiti sporchi, anche se non quanto i tuoi!-
-Io... scusa...- disse Riccardo, senza sapere cosa aggiungere.
-E non solo non sai riconoscerci, ma ficchi anche quel disgustoso testone dove non devi. Perché non hai guardato, prima di metterti sulla mia strada?-
Riccardo si schiarì la voce. Stava appena cominciando a mettere insieme le parole per una risposta quando Trixie si mise a svolazzargli intorno, rapidissima, tanto veloce da risultare indistinta: -Sei proprio buffo, sai.-
-Non ho un testone!- fu tutto quello che Riccardo riuscì a spiccicare, non molto coerentemente, come lui stesso si rendeva vagamente conto.
Trixie si fermò a mezz'aria a poca distanza da lui, curvando elegantemente la testa da un lato e fissandolo con un occhio socchiuso: -Piccolo non è.-
Riccardo, che effettivamente era sempre stato preso in giro per le dimensioni del capo, si girò ostentatamente e prese a raccogliere dal suolo i ramoscelli che aveva lasciato cadere quando Trixie lo aveva urtato. Lei si avvicinò, ancora dubbiosa, poi si posò su una spalla del ragazzo, mantenendosi in equilibrio instabile agitando lievemente le ali: -Sprite.-
-Eh?- disse Riccardo. Poi si morse la lingua, avendo nuovamente fatto la figura dell'imbecille. Girò il collo per guardare la donnina.
-Sprite!- ripetè Trixie con aria paziente. -Io sono una sprite. Una parente lontana delle fate, capisci, e anche delle sìlfidi.-
-Oh.-
Trixie soffocò l'osservazione che il dialogo del giovane non era dei più brillanti, consumando nell'operazione tutta la sua scorta di tatto della giornata. Sempre barcamenandosi per restare in equilibrio sulla spalla la spolverò con una mano. Poi si guardò la mano con aria disgustata e si sedette, chiedendo: -Cosa ci fai da queste parti? Credevo che non ci fossero insediamenti umani qui vicino.-
Riccardo si sentì immediatamente più nobile e coraggioso: -Sto scortando il mio signore, il nobile cavaliere Gilberto, nel suo viaggio verso la Terrasanta. Andiamo a liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli.-
-Da soli?-
-Tutta la Cristianità si dà raduno in quelle Terre,- disse Riccardo con tanto vigore che le iniziali maiuscole spiccarono chiaramente nella frase, -perché Dio Lo Vuole!-
-Anime e sangue per il mio signore...- sussurrò Trixie.
-Come?-
-Niente, solo una storia che mi hanno raccontato molto tempo fa.-
Rimasero in silenzio per qualche momento. Riccardo aveva finito di raccogliere i ramoscelli, e restò immobile per qualche momento, senza sapere cosa fare a quel punto.
Lentamente si avviò, e riprese a raccogliere altri rametti. Trixie sembrava insensibile agli scossoni e ai piegamenti del ragazzo, e manteneva la posizione sulla spalla con sovrumana agilità.
Riccardo si schiarì la voce: -Come hai fatto a sparire, prima?-
Trixie fece udire la sua risata argentina ancora una volta. Era una risata irresistibile, parola di cantastorie; vi faceva sentire felici, e grati di vivere, e in pace con il mondo.
Plunk, fece Trixie, e sparì di nuovo.
-In questo modo, vuoi dire?- Disse la sua voce dallo spazio al di sopra della spalla di Riccardo. É un trucchetto che ci riesce...-
-Riccardo!- gridava una voce robusta di lontano. -Riccardo! Quanto ci metti, maledetto ragazzo?-

Riccardo corse vero l'accampamento; scivolò sulle foglie bagnate del sottobosco, recuperò l'equilibrio e continuò a correre. Arrivò trafelato davanti al nobile cavaliere, Gilberto. Trixie, dal canto suo, rimase invisibile sulla spalla del ragazzo, agitando le ali per non cadere.
Gilberto, detto fra di noi, era nobile in quanto terzo figlio di un piccolo nobile di provincia. E non avendo vocazione alcuna per la vita ecclesiale, poiché non amava la gerarchia, aveva scelto di dirigersi verso la Terrasanta, godendo al massimo del viaggio. Suo padre il conte aveva assentito, dato che aveva assai bisogno di tornare nei favori del vescovo dopo essersi liberato di un paio di curati a suo parere troppo impiccioni. Gilberto aveva scelto Riccardo tra i servi della gleba perché il ragazzo era robusto, e perché suo padre era stato ben lieto di disfarsi di una delle bocche della sua tavola.
-Ho fame, Riccardo,- proclamò il nobile cavaliere, seduto su un sasso, mentre finiva di lucidare con l'olio la sua spada e la reinguainava.
Senza una parola il ragazzo sistemò i ramoscelli più piccoli a cono, attorno a un mucchietto di foglie secche. Sistemò con gran cura due pezzi di legno più grandi in equilibrio precario ed estrasse l'acciarino.
-Su, su, giovanotto, non ho molta voglia di aspettare i tuoi comodi!-
-Solo un momento, nobile signore!-
Il momento si prolungò insopportabilmente, dato che uno strano refolo d'aria sembrava indispettirsi con la fiammella nascente. Riccardo si rese conto che Trixie si stava divertendo alle sue spalle, soffiando sul suo fuoco, e borbottò seccato: - Piantala!-
Per sua sfortuna il nobile cavaliere intercettò il suono. Passò qualche attimo, durante il quale il suo cervello non molto affilato rimuginò il concetto e lo interpretò come una ribellione nei suoi confronti; una scintilla d'ira nacque lentamente negli occhi di Gilberto, e attecchì nel fertile combustibile della sua stanchezza. Il cavaliere pensò di dare una salutare lezione al ragazzo: il suo guanto di cuoio e acciaio cadde pesantemente sulla guancia di Riccardo, che ruzzolò in avanti, evitando di ben poco il focolare che iniziava in quel momento a scoppiettare. Il sangue prese a fluire a fiotti da un taglio profondo.
Gilberto prese la mira per un calcio nel fianco del paggio, quando qualcosa gli diede un forte strattone ai capelli, strappandogli più di una ciocca e un urlo di dolore. Trixie tornò visibile con un gridolino d'ira, e prese a frullare attorno al capo dell'uomo, che divenne bianco come un cencio lavato e si mise a mulinare pesantemente le braccia, senza nessun effetto.
Riccardo, dal canto suo, si rialzò lentamente tastandosi la ferita.
Gilberto estrasse la spada dal fodero, e prese a menare dei gran fendenti. Trixie aumentò prudentemente la distanza (non temeva tanto l'abilità guerriera del cavaliere quando la natura di ferro freddo dell'arma, la cui sola presenza poteva indebolire una figlia di Faerie). Gilberto incalzò la fatina, dirigendosi con un urlo belluino verso il suo stesso servitore.
Riccardo, vista l'espressione ben poco rassicurante del suo signore, voltò le spalle e si diede alla fuga, subito seguito da Trixie. Dopo pochi passi i due distanziarono Gilberto, ancora appesantito dai pezzi della sua armatura che non aveva svestito.
Riccardo, dopo qualche decina di metri, si voltò ad osservare; Gilberto aveva lasciato cadere la spada ed aveva afferrato l'arco e incoccato una freccia. La freccia sibilò nell'aria fredda, presto seguita da una seconda e una terza; e purtroppo la mira del nobile cavaliere superava nettamente la sua abilità di spadaccino. Trixie invertì fulmineamente la direzione di volo, si diresse a velocità vertiginosa verso la freccia che minacciava direttamente Riccardo, impietrito sulle sue tracce, e le diede una brusca spinta in basso. La freccia si conficcò nell'erba ai piedi del ragazzo.
La strana coppia riprese la corsa verso il bosco, seguita dalle urla del contino Gilberto.

-Non fare quella faccia! Uno così è meglio perderlo che trovarlo!- disse Trixie, dalla sua postazione in spalla a Riccardo.
Il ragazzo la guardò nella penombra che seguiva il tramonto, e sospirò.
-Sai cosa ti dico? Tu adesso vieni con me al villaggio. Sei un po' grosso per noi, ma una volta ho sentito una storia che parlava di un marinaio in una situazione simile, e qualcosa combineremo. E domani mattina faremo una passeggiata in un posto che conosco. C'è un vecchio mago degli elfi che cerca di mettermi le mani addosso da anni, da queste parti, e forse se gli parlo io potrà fare qualcosa...-
Si allontanarono insieme verso il fitto del bosco, con Riccardo che tentava di camminare con il testone girato verso Trixie, e la sprite tutta intenta a tessere piani per il futuro con la sua vocina incantata. La loro fu una lunga amicizia, parola di cantastorie.