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La fata che non poteva volare

Conoscete gli sprite? No, non mi riferisco alle bibite. Nel folklore nordico gli sprite sono folletti alti una spanna. Hanno alucce, simili a quelle di una libellula, sulle spalle. Sono sostanzialmente buoni, anche se ogni tanto gli piace combinare qualche scherzo. Si tengono appartati dagli esseri umani, che temono: vengono visti di rado, anche perché possono rendersi invisibili a volontà e spesso girano armati di un minuscolo arco che lancia frecce imbevute di sonnifero - la loro unica arma.

Ho scritto tre brevi racconti che hanno per protagonisti gli sprite. Ecco il secondo: buon divertimento.

Stava discutendo seriamente con un giovane cervo maschio molto timido, seduta graziosamente sull'impalcatura delle corna di questo. Cercava di spiegargli le maniere più corrette per avvicinare la femmina di cui il cervo si era perdutamente invaghito; e certamente non possiamo rimproverarle l'estrema concentrazione che aveva dedicato all'argomento.
La colpa, se volete il mio parere, è tutta di quel mago pasticcione che, dopo aver evocato uno Djinn dal Piano dell'Aria per esaudire chissà quale desiderio, non l'aveva controllato con la necessaria perizia. Gli Djinn, creature assai volubili, quando si liberano sul nostro Piano d'esistenza vanno in giro in forma di vortice, e sono estremamente pericolosi per tutte le creature.
Fu così che Axell e il suo amico cervo vennero sorpresi dalla silenziosa tromba d'aria, atrocemente scossi e sballottati e trascinati, ed infine fatti cadere da grande altezza. Per il giovane cervo fu la morte, con il collo spezzato da una roccia; ma la sorte fu ancora più crudele con Axell, figlia degli sprite del bosco, che noi umani chiamiamo volgarmente fate: le sue ali eleganti e traslucide furono strappate in tanti brandelli. Fu in questo miserevole stato che i suoi compagni la trovarono, incoscente, e la trasportarono al villaggio.

-Se non stai ferma non posso prenderti le misure!-
-Ma mi fai male!-
-Dai, Axell, non fare la bambina. Ci metto solo un momento.-
Nel villaggio degli sprite, nascosto in una piccola radura attraversata da un ruscello, abitava anche un giovane uomo, un servo della gleba fuggito tempo prima dal suo signore e padrone. Piuttosto goffo rispetto agli standard delle fate, e a dire il vero anche rispetto a quelli della sua gente, il ragazzo si era fatto benvolere da gran parte degli sprite, grazie al suo buon cuore e alla sua forza. Non credo di averlo già detto, infatti, ma gli sprite sono alti una spanna o poco più, diciamo pure tra i dieci e i dodici pollici: un uomo è per loro come un gigante... o quasi, perchè un gigante della tempesta arriva al massimo ai venti piedi. Io ne conobbi uno anni fa, quando... no, meglio tornare alla nostra storia.
Sacrificando un lembo della sua tela cerata - la sua cappa da viaggio era l'unica stoffa a portata di mano, poiché gli sprite soltamente viaggiano nudi - il ragazzo ne stava ritagliando due pezze da affrancare alle ali spezzate della fatina.
-Io non faccio la bambina, però tu mi stai facendo davvero male!-
-Ho quasi finito.-
-Ahi! Ahi, ahi, ahi, ahi!-
-Solo un altro nodo qui...-
-AHI!-
-Ecco fatto. Cosa ne pensi?-
Axell si guardò con aria perplessa la schiena. Due ali artificiali di un incongruo verde scuro, tenute rigide sui bordi da sottilissimi ramoscelli di volalegno, stavano al posto delle sue traslucide e bellissime ali di sempre. Il ragazzo le sorrise. Axell si agitò un pochino, perplessa: -Credi davvero che funzioneranno?-
Il sorriso fu sostituito da uno sguardo liquido e teso: -Dovrebbero. Il volalegno che ci ha dato Terrill le rende leggere quasi quanto le tue ali vere, e sono ugualmente grandi. Forse farai più fatica e potrai volare meno... Però...-
Si interruppe. Era chiaro per entrambi che la domanda era servita solo a prendere qualche secondo di tempo. Axell sospirò profondamente, si scosse, si alzò in piedi, aprì le ali e si lanciò dal piano del tavolo nell'aria un poco fumosa della capanna.

Una goccia d'acqua le cadde sul viso, svegliandola e facendola boccheggiare.
-Axell, stai bene?-
Era sdraiata su un letto di erbe aromatiche nella capannuccia della capo villaggio. Il ragazzo la guardava preoccupato, con la borraccia dimenticata nella mano destra e la foglia che aveva usato per catino ancora sospesa sopra il viso della fatina. Le inutili ali artificiali, staccate dalle morbide spalle acciaccate, stavano riposte in un angolo. Axell scuoté la testa, per schiarirsela, e si levò in piedi, debolmente. Aveva lo sguardo fisso verso il basso, e la voce le tremava un poco quando disse: -Fammi scendere di qui, per favore.-
Non appena il ragazzo l'ebbe posata in terra, Axell fuggì di corsa dal suo capanno, coprendosi il viso con le manine.
Il ragazzo restò solo. Rimase lì, in piedi, confuso e amareggiato e irritato; si diede a voce alta dello stupido, sferrò un calcio alla gamba del tavolo, e poi si gettò sul suo pagliericcio, dove cadde presto in un sonno agitato.

Axell bussò debolmente alla porta dell'albero. Immediatamente, una bocca si formò nel solido legno, e disse con voce roca: -Chi disturba Desthuriel, il mago della foresta?-
Axell aveva fatto un saltino all'indietro, spaventata dall'apparizione, ma se ne pentì subito, perché un dolore lancinante le attraversò una caviglia. Come tutti gli sprite non era abituata a camminare per lunghi tratti, e per di più si era distorta il piede, poggiandolo malamente sul terreno, poco prima di arrivare alla capanna del mago.
Si fece forza, e rispose: -Sono Axell, degli sprite del bosco incantato!-
Per quasi un minuto non accadde nulla; poi la porticina si aprì, e Desthuriel apparve. Si era messo sulle spalle il suo abito di seta blu ricamato con le stelle e le lune, e in testa il cappello a cono simbolo della sua professione. Entrambi i capi avevano conservato solo una parte dello splendore che avevano posseduto nei giorni lontani in cui l'elfo aveva frequentato l'accademia di magia di Quenilwood, e l'abito in particolare era attraversato da un goffo rammendo largo quattro o cinque pollici.
Desthurel, che non era granchè alto per un elfo, superando di poco i tre piedi d'altezza, aveva evidentemente lanciato su di se un incantesimo di rimpicciolimento, giacché appariva di poco più alto della sua ospite. Non siate troppo impressionati: è un incantesimo piuttosto semplice, che richiede solo un po' di tela di ragno raccolta la mattina presto e una goccia di succo di limone, e quasi tutti i maghi lo conoscono.
-Bella bambina,- biascicò il mago, -a cosa devo il piacere della tua visita?-
Mentre parlava stava guardando ben bene la fatina, dall'alto in basso, e si era avvicinato sino a pochi centimetri di distanza.
Axell tirò profondamente il fiato, e subito se ne pentì, perchè l'alito del mago odorava di vino di bacche fatto in casa. Avrete ormai capito che Desthurel, l'elfo dei boschi, non era un grande mago: anzichè passare il suo tempo chino sui libri degli Arcimaghi Maggiori preferiva passatempi più mondani. Ricordatemi, una volta o l'altra, di raccontarvi di quella volta che incontrò il principe consorte degli elfi, e di come finì.
-Mago Desthurel,- chiese Axell con un filo di voce, perché non poteva tollerare di aspettare ancora, -tu conosci l'incantesimo per volare?-
E lo guardò fisso, senza osar di respirare.
Il mago apparve perplesso: -Ma certamente, ragazza mia. Anche se non capisco a cosa possa servire, proprio a te, un incantesimo come quello...-
Axell, che non poteva costringersi a rispondere a quella domanda, si girò dando le spalle al mago. Udì un brusco respiro, e una esclamazione a fior di labbra. Si girò di nuovo.
Desthurel (oh, a proposito, questo non era il suo Veronome, naturalmente, perché nessun mago lascia mai che il suo Veronome si risappia) la guardò di nuovo, e sorrise di un sorriso strano: -Ma certo, Axell degli sprite, ma certo. Con il mio incantesimo potrai tornare a volare, anche senza le ali.-
Fece una pausa: -E non ti preoccupare per il pagamento.-
Un altro passetto avanti, fino a trovarsi a pochi centimetri dalla fatina. Le posò una mano su un fianco: -Sono certo che riusciremo a pensare a qualcosa...-
Ad Axell tremava il labbro inferiore, ma non disse nulla e si irrigidì solo un poco. Desthurel, però, sembrò ricordarsi improvvisamente qualcosa, tanto che ritirò la mano dal fianco di Axell al mento, per sfregarselo pensasamente: -Naturalmente...-
Axell riaprì gli occhi: -Naturalmente?-
-Tu sai...- disse l'elfo lentamente, -che l'incantesimo per volare ha una durata di circa venti minuti, e che può essere ripetuto solo una volta al giorno.- Fece un sorriso lupesco: -Però io sarò lieto di ripeterlo ogni qual volta tu vorrai riprovare il piacere del volo e...-
Si interruppe bruscamente, con gli occhi sbarrati: Axell, a quelle parole, si era voltata e stava fuggendo, zoppicando sulla caviglia ferita.
Desthurel restò per qualche secondo sulla porta di casa, poi pronunciò la parola magica che gli fece riacquistare le dimensioni usuali, e rientrò nel suo capanno, sbattendo seccato la porta. La bocca magica del legno si lamentò debolmente, e poi tutto tornò silenzioso nella radura.

Axell vagava nel bosco fatato, sotto una fitta pioggia primaverile, aggiungendo qualche lacrima alle gocce di pioggia. Una driade la vide passare, e pensò per qualche istante di consolarla; ma poi cambiò idea, come quelle creature fanno spesso, e tornò dal suo compagno.
Fu nei pressi di un cespuglio di ginepro, non lontano da una macchia di salici ridenti, che il pianto di Axell venne interrotto da una voce gentile ma un poco sibilante, che le disse: -Dove vai, fatina? Vuoi giocare con me?-
Axell sobbalzò, drizzò il capo, e si trovò di fronte un drago.
Era un drago piuttosto piccolo, del tipo a scaglie argentate, e cioè una delle razze nobili. Dalle sue dimensioni, gli avreste dato non più di un anno di vita. Il draghetto teneva la testa inclinata da un lato, e la coda sollevata a punto interrogativo.
Ora, io non so come voi abbiate reagito l'ultima volta che avete incontrato un drago, ma dovrete ammettere che Axell si comportò molto bene: non gridò, non fuggì, e naturalmente non svenne. Non si rese neppure invisibile, come avrebbe fatto se avesse incontrato un uomo. In effetti, si ricordò piuttosto presto che i draghi argentei e quelli dorati non sono proprio malvagi, a differenza dei loro cugini rossi e bianchi, e gli rispose: -Non credo di avere molta voglia di giocare, draghetto.-
Il drago sbatté due volte gli occhi privi di palpebre, poi fece un passetto in avanti e diede delicatamente una testata nel fianco di Axell, sussurrando: -Dai...-
Axell si massaggiò il fianco, perchè anche la testa di un draghetto di pochi mesi non è morbida, con tutte quelle scaglie. Poi le venne un'idea, e una debole luce le si accese dentro agli occhi: -Draghetto, tu sai volare, vero?-
Il drago capì - i draghi argentati e quelli dorati hanno una vivacissima intelligenza naturale - e fece un cenno con la testa: -Salta sù!-
Volarono per ore, il drago e la fatina, nell'aria ancora fresca dopo la pioggia. Il drago volava in cerchi sempre più stretti, faceva il giro della morte, sfiorava veloce gli alberi e si bloccava a mezz'aria vicino ai fiori più profumati; Axell rideva e si teneva ben salda in arcione. Poi scese la sera, arrivò mamma drago, e i due amici si salutarono.

Axell, seduta su una roccia, guardava il sole sorgere sul bosco incantato. Con la mente vuota, i piedi dolenti e il corpo intirizzito per la nottata passata ai piedi di un cespuglio di rosabacche, Axell cercava di non pensare a nulla, perché le sembrava che nulla valesse la pena di essere pensato.
Un ombra la coprì. Alzò gli occhi, e vide che qualcuno si era fermato vicino a lei. Aveva i capelli biondi e riccioluti, gli occhi azzurri, e due grandi ali bianche e piumate che battevano lentamente e maestosamente, lasciandolo fermo nell'aria. Vestiva una tunica bianchissima. Axell si rese invisibile, più per riflesso che per pensiero, ma dopo pochi secondi lasciò cadere l'incantesimo, perché sapeva bene che i Deva possono vedere anche le creature invisibili all'occhio.
I Deva sono creature rare e maestose: noi umani qualche volta li chiamiamo angeli, perché assomigliano a quelle creature leggendarie. In effetti i Deva hanno grandi poteri, una grande saggezza, e lavorano instancabilmente per la causa del Bene: ma se siano agli ordini di una o più divinità, o se rispondano a un superiore della loro stessa razza, nessun saggio mi ha mai saputo dire.
L'angelo disse: -Ciao, fatina. Cosa fai qui?-
Aveva, non c'è quasi bisogno di dirlo, una bellissima voce. Una punta di speranza si accese negli occhi di Axell: -Deva, le mie ali si sono rotte, e non posso più volare. Non mi puoi aiutare?-
Il Deva allungò una mano, vi fece salire Axell, e la sollevò a un palmo di distanza da quegli occhi limpidissimi. Devo dire che Axell non tremava, e stava dritta in piedi sulla mano dell'angelo. E l'angelo sorrise: -Tu non hai bisogno di nulla, Axell degli sprite.-
Dietro le spalle della fatina, due ali nuove erano spuntate durante la notte. Flessibili, brillanti e traslucide più che quelle delle libellule erano le ali di Axell. La fatina sobbalzò, poi rise. Spiccò un salto, e posò un bacio sulla guancia dell'angelo; poi sbattè le ali nuove e volò con tutta la velocità che aveva in corpo verso il villaggio degli sprite. L'angelo sorrise ancora, e si sfiorò la guancia con una mano. Poi tornò serio, e si allontanò verso le faccende ben più gravi che lo preoccupavano.

Il draghetto vide passare la sua amica, e senza curarsi dei rabbuffi della madre la accompagnò in volo per un pezzetto. Al villaggio, il ragazzo e gli sprite accolsero con una grande festa la loro amica.
Solo Desthurel, il mago, non seppe mai della guarigione di Axell, chiuso dentro il suo albero nella radura. Ma di Desthurel, il mago fallito, a noi importa proprio poco.