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Appunti russi

Nello scorso numero del Tarlo il Mariozzo, comunicando al Grande Pubblico la notizia che mi sono sposato, ha formalmente promesso un ampio reportage sull'avvenimento. Conoscendo il vecchio & laido porcello come lo conosco, immagino che si sia ben guardato dal tradurre in pratica le sue parole.
Permettetemi dunque di rimediare personalmente. Perché fatto sta che la signora Accomazzi (sto cercando di farla abituare all'idea di venire chiamata occasionalmente Mrs. Akko) è russa, e nel visitare la sua città natale per conoscere parenti ed amici, nello scorso agosto 1992, mi sono capitate parecchie cose divertenti, e un paio di tragiche, e penso che il mio diario di bordo possa fare una degna figura su queste pagine.

Nel seguito userò la lettera "j" per indicare un suono che non esiste nell'Italiano, ma che tutti gli italiani del centro e del nord sanno pronunciare, perché è parte dei loro dialetti. È il suono iniziale della parola francese jardin.

Appunti dalla Russia

Mio suocero, Alexandr Siomionovitch Vassiaev1 , è un ingegnere, responsabile del reparto riparazioni del materiale elettronico dell'università della sua città.
In pratica, l'ingegner Vassiaev è anche l'unico membro del laboratorio, dato che i cinque membri del suo staff sono stati licenziati nei mesi scorsi. Durante la mia permanenza qui, papà (ma in russo si pronuncia con l'accento sulla prima sillaba) è in ferie, ma dato che lui è l'unico membro del personale del laboratorio deve comunque recarsi tutti i giorni ad aprirlo. Poi torna a casa e ci resta fino a sera, quando va a chiudere. Del resto è così anche nei giorni di lavoro, ferie a parte, perché l'Università non ha i soldi per comprare i pezzi di ricambio per le apparecchiature.
Un lavoro molto semplice, e forse anche molto leggero, penserà qualcuno. Ma del resto è altrettanto leggera la busta paga, che Papa Alexandr non riceve da cinque mesi.

Papa Alexander è un omarino dai capelli brizzolati, dagli atteggiamenti bruschi e franchi, e dai rari sorrisi. Non che gli convenga sorridere spesso, perché gli mancano quattro denti frontali in alto. Sofia è rimasta terrificata nel vederlo sdentato, e gli ha chiesto che fine abbiano fatto i suoi denti (che l'anno scorso erano al loro posto).
Papa ha spiegato che, una sera dello scorso inverno, tre banditi lo hanno fermato e gli hanno chiesto di dargli i soldi. Ma lui non ne aveva.
Ovviamente, essendo rimasto senza stipendio è anche rimasto senza dentista né denti. Stiamo cercando di convincerlo ad accettare un prestito, ma non so se ci riusciremo.

Ecco, la cosa che più mi sorprende dei russi è la loro fenomenale capacità di sopportazione, che spessissimo è unita a un profondo senso dell'umorismo. Appena arrivati a casa della zia Nadia, Sofia le ha chiesto: "Tiotia2 , come andiamo con lo zucchero?"
E la zia, serissima, ha risposto: "Oh, con lo zucchero andiamo benissimo. È senza che abbiamo molte difficoltà".
A monte della battuta sta il fatto che abbiamo acquistato ottocento rubli (milletrecento lire al cambio) di amarene da una anziana signora. In pratica, dieci chili di roba o giù di lì. Sofia sperava di trasformarle in marmellata. Adesso non so proprio che cosa ne farà. Per ora, le amarene marciscono abbandonate in anticamera.

Non è che i russi muoiano di fame, come qualcuno di noi crede. Hanno problemi di approvvigionamento, che è diverso. C'è un detto, qui: "i russi hanno due problemi. Il primo è trovare qualcosa da mangiare. Il secondo è dimagrire".
Magari il latte sparisce per due settimane, e poi riappare mentre nel frattempo spariscono l'olio e il burro. Poi sembra esserci tutto per qualche istante, ma subito viene a mancare lo zucchero.
In questo momento la città è sotto l'attacco delle zanzare e non c'è un solo flacone di repellente o di spray in vendita.
Per risolvere i problemi di approvvigionamento dei negozi, i russi fanno scorte colossali di tutti i beni. Quando arriva lo zucchero in un negozio, i clienti ne comprano dieci o quindici chili a testa, e in questo modo il negozio lo esaurisce in frettissima. Rovescio della medaglia: mi è capitato di aprire un frigorifero e di trovarci non meno di quaranta uova.

I negozi russi non hanno vetrine, perché sino a poco tempo fa non avrebbero avuto niente da esporre. Oggi sono passato davanti a un negozio di alcolici che aveva esposto un cartello pubblicitario splendido nella sua essenzialità: "La birra c'è". Un altro corollario del problema dell'approvvigionamento, immagino, ma anche un esempio di marketing semplice e diretto.

E un'altra conseguenza: le confezioni tendono ad avere dimensioni ragguardevoli. Il succo di frutta, per esempio, che da noi viene smerciato in bottigliette monodose o bottiglie da 700 ml, qui viene messo in vendita in pratiche bottiglione da tre litri, che pesano un quintale ciascuna (anche per via del vetro, bello spesso) e sono quasi impossibili da maneggiare senza far spillare buona parte del contenuto sul pavimento.

I negozi russi sono immensi, in modo da consentire le lunghe code che ai vecchi tempi si formavano all'interno e in qualche caso proseguivano nelle strade. All'interno, qualche bancone con le merci in mostra e le casse (che, al singolare, in russo si scrive "kacca"). Le merci disponibili sono tutte in mostra, inutile chiedere: all'occhio di un italiano la situazione sembra pessima, perché non succede mai di trovare lo stesso prodotto in due o più marche o confezioni distinte: se c'è, si prende quel che c'è. Sono passato in una pasticceria che, a causa delle mancanza di merce più appropriata da vendere, esponeva pacchetti di sigarette, bibite, qualche barretta di cioccolato e alimenti per l'infanzia. Ma ancora più divertente è stata una gioielleria, che Sofia mi dice essere la più prestigiosa dela città, dove metà delle vetrine offrivano gioielli in oro, argento e pietre preziose, orologi d'oro e ammennicoli vari; e l'altra metà mostrava dei flaconi di sciampo alla mela.
In una farmacia centrale, poi, ho visto in bella mostra sullo scaffale dinanzi all'entrata, altezza viso, un gigantesco cazzone di gomma. Per la cronaca costava 2.400 rubli, circa 3.800 lire, ed era attorniato da ammennicoli più consueti, come i profilattici.
Ci sono anche i grandi magazzini - una conquista recente - che sembrano un po' una Upim degli anni cinquanta. Ci sono gli scaffali carichi di merci, ben divise per settori, ma anche qui i problemi di approvvigionamento ogni tanto fanno approdare un carico di aranciate nel reparto elettrodomestici. Nessuno sembra farci caso. Niente carrelli, però: ci sono sempre le commesse e le casse per prepagare l'acquisto. Tutte le merci sono in vista sui banconi o nelle vetrine, ben prezziate, perché i russi guardano tutto e vogliono sapere il prezzo di tutto, e se il prezzo non c'è interpellano il commesso. Per ogni acquirente ci sono almeno cinque o sei persone che scrutano attentamente la merce. Tant'è che i reparti più interessanti, come quello delle autovetture straniere, hanno messo un biglietto d'ingresso.

Stanno poi aprendo negozi nuovi, gestiti da privati, che offrono merce generalmente migliore e più costosa - ma non è detto. Per distinguersi dai vecchi "magasin" statali, questi prendono spesso il nome di "shop", dall'inglese. I cittadini anziani ci passano davanti, e non capiscono nemmeno che sono negozi. Qualcuno, per distinguersi, chiama i suo negozio "best shop" o "the one shop". A giudicare dai sintomi, non manca molto all'apertura di una rubrica "Botteghe oscure" in stile Cuore su un qualche giornale moscovita.

Zia Nadia e zio Adolf avevano tre figlie: Lena , Lyuba, e Vera. La più giovane è morta il mese scorso, a 17 anni, annegata in un fiume dove era andata a nuotare con gli amici.
Ho partecipato a una commemorazione, toccante e grottesca.Per tradizione, al cimitero si fa un pic-nic sulla tomba del caro estinto, e si lascia parte di ogni pietanza ai piedi della lapide (il che probabimente contribuisce alla proliferazione delle erbacce e degli animaletti).
I cimiteri russi mi sono sembrati maltenuti e pieni di erbacce. Al posto delle croci, per anni hanno messe stelle rosse sulle lapidi. Adesso sono tornati alle croci, ma le corone mortuarie sono sempre fatte di plastica, e le tombe sono fatte di mattoni, e sono coperte solo con terra.

Le due figlie maggiori degli zii Nadia e Adolf sono sposate; Lyuba ha anche un figlio.
Lena e suo marito Vladik hanno pazientemente messo da parte i 350.000 rubli necessari a comprare un'automobile, ma quando sono arrivati alla somma la svalutazione aveva compromesso il risultato, e si sono ritrovati con metà dei rubli necessari.
Anziché ricominciare ad accumulare soldi, e lasciarli nuovamente svalutare, Lena e Vladik hanno comprato una automobile senza il motore: pare che lo facciano in tantissimi. L'auto, che zio Adolf chiama "la scatoletta di tonno" a causa della sua avanzata aerodinamica e utilità, è parcheggiata sotto casa in attesa che loro riescano ad accumulare gli altri 350.000 rubli necessari all'acquisto del prezioso optional.
La macchina più diffusa in Russia, per inciso, è una Lada costruita sul modello della vecchia Fiat, se non mi ricordo male modello 131. Insomma, quella che sembra un cubo poggiato su un parallelepipedo con le gomme. Ma i nuovi ricchi hanno capito prestissimo che le macchine straniere sono tutt'un altra cosa, e per le strade ogni tanto passa una Toyota o una Mercedes.

Come tutti i popoli del Nord del mondo, anche i russi hanno un profondo amore per i dolci. Io sono particolarmente affezionato al loro gelato (maròjene), che è ricchissimo di panna e latte, e aromatizzato con marmellate ed estratti di frutta. Come tutti i popoli del mondo tranne gli italiani, i russi mangiano gelato anche d'inverno. Ricorderò per tutta la mia vita la coda chilometrica di russi in fila davanti a un chiosco di gelati, un pomeriggio di gennaio con la temperatura a -10, mentre nevicava forte.
Per dimostrarmi alla loro altezza mi sono messo in coda anch'io. Il gelato era buono, ma la cosa che mi ha colpito di più quando è arrivato il mio turno è stato il fatto che quel gelataio non possedeva un bancone di raffreddamento: i gelati erano conservati su un tavolo e ci stavano perfettamente.

Un'amica di un'amica di Sofia è una giornalista, e ci ha chiesto un intervista per la rivista "Camera da letto". Che, nonostante il nome, non è l'edizione russa di Penthouse (quella si chiama Penthouse, e il nome non è nemmeno traslitterato in russo), ma una lontana cugina di "Confidenze della donna" e altre centinaia di simili fogliacci per donnicciuole romatiche.
Alcune delle domande che ci sono state poste: cosa mangiano gli italiani, com'è stata la cerimonia nuziale, quante persone erano invitate. Alla fine la sciura intervistatrice era entusiasta, tant'è che ha chiamato un fotografo per farci un po' di scatti in pose debitamente romantiche, e poi ha pubblicato l'articolo anche sul quotidiano della città.
Invio a Mariozzo una copia dell'illustre pubblicazione, il cui nome può venire tradotto con buona approssimazione in "Celiabinsk Sera", con la speranza che voglia fotocopiarne qualche angolo.
Punti nevralgici dell'articolo sono quelli in cui il sottoscritto viene definito, senza il benché minimo accento di ironia, un esponente della intellighenzia italiana, e quello in cui cerco di spiegare che gli Italiani non hano mai sentito nominare Pushkin (che è il Dante russo, bestie!)

E la più carina di tutte arriva il giorno della partenza, il 27 agosto. Ci insegna che i russi stanno imparando ad arrangiarsi anche meglio degli Italiani.
Dovendo partire dal'aeroporto internazionale di Mosca, e non avendo amici dotati di macchina nella capitale, decidiamo di usare i mezzi pubblici (i taxi, infatti, sono carissimi).
Dopo mezza giornata passata a chiamare inutilmente il numero telefonico delle informazioni della compagnia trasporti urbani, partiamo con anticipo inopinato e ci rechiamo al terminal cittadino. Lì abbiamo la pessima sorpresa di veder partire il pullman navetta di linea: e il successivo partirà dopo un'ora. Che fare? Il taxi è sempre caro, ma non sembrano esserci alternative.
Sofia ha un'idea: "Prendiamo il pullman sino all'aeroporto nazionale, che non è lontano dall'altro. Di lì prendiamo il taxi o troviamo un'altra soluzione".
Si avvicina al conducente di questo autobus, per chiedergli quando parte. "Ma voi dove dovete andare?" chiede l'autiere con aria interessata. Guardarlo, capirsi, questione d'un istante. "Offrigli dieci dollari per portarci all'aeroporto internazionale!"
È fatta. Invece di prendere in affitto un taxi, prendiamo un pullman di linea. Anzi, lo dirottiamo: perché, convinto dalla lauta mancia, l'autista ha deviato dal percorso di linea, e ha prima portato noi all'aeroporto internazionale (trascinandosi dietro tutti i passeggeri che osservavano stupiti l'inaspettato cambio di tragitto) e poi ha portato il suo mezzo alla destinazione.
Niente male, devo dire. Non capita tutti i giorni di dirottare un bus...


Dizionario minimo per la Russia.

I convenevoli
Dòbre ùtraBuona mattina
Dòbri dìnBuon pomeriggio
Dòbri viècerBuona sera
Spacòine nòceBuona notte3
SdràstuvuiSalve
PriviètCiao (quando ci si incontra
PacàCiao (quando ci si lascia)
Da svidàniaArrivederci
Le presentazioni
SpassìbaGrazie
Spassìba balshoiaGrazie mille
PajalstaPrego
PaniàtnaChiaro, OK, ho capito
IsvignìtieScusi; mi spiace; permetta.
Sui mezzi pubblici
Ià niè gavariù pa russkiNon parlo il russo.
Ni baltài, ia fsiò ravnò nicivò niè panimaiuÈ inutile che cianci, non capisco una parola.
Niet ia niè budu nicivò pocupàt'No, non voglio comprare niente
Isvignìtie, vy nie maglì by ubràt sumku s maivò jivatàSignora, può togliermi la borsa dallo stomaco?
Vasha sabàka jriòt mniè rukuMi scusi se la disturbo, ma il suo cane mi sta sbranando un braccio.

1 Tutti i russi hanno tre nomi: il nome di battesimo, il patronimico, e il cognome. Il patronimico si ricava dal nome del padre (per esempio, mia moglie è Sofia Alexandrovna Vassiaeva, e il patronimico indica che suo padre si chiama Alexandr. Una persona rispettata e alla quale ci si rivolge usando il "voi" va interpellata con nome e patronimico. Quindi, se un russo della strada dovesse parlare con Eltsin lo chiamerebbe "Borìs Nikolaevich". Il nome viene affiancato o sostituito da diminutivo e vezzeggiativo. Così, mia moglie si chiama Sofia (che in russo si può pronunciare Sòfia oppure Safìa, a piacere), ma i suoi parenti e amici la chiamano Sonia (che per loro è il dominutivo di Sofia), e la nonna la chiama Sonecka, che è il diminutivo-vezzeggiativo. Sofia chiama la nonna "bàbushka", che significa nonnina e che può venire usato con tutte le donne anziane, e le si rivolge usando la forma cortese di nome e patronimico.

2 Zietta. Usato anche al posto di "signora".

3 I Russi, Dio se li frigga tutti in padella per colazione, non hanno ancora inventato il più generico "buon giorno", e quindi bisogna memorizzare quattro saluti distinti.