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Melanie

Una volta provai a scrivere un romanzo intero. A metà degli anni Ottanta, il governo giapponese investì somme importanti e, congiuntamente con alcune grandi imprese, tentò di sviluppare un sistema avanzatissimo di intelligenza artificiale. Dopo cinque anni di lavoro il procetto venne chiuso. Io ho provato a immaginare cosa sarebbe potuto succedere se quel progetto avesse incontrato successo; se un uomo solo fosse riuscito a trovare quelle soluzioni che sfuggirono ai giapponesi. Chiamatela fantascienza, se volete: ma è fantascienza ambientata in un futuro prossimo (ormai, quasi un presente alternativo). Ed è, come dicono gli appassionati del ramo, hard science fiction: scientificamente impeccabile e non (come spesso accade) basata sulla negazione di qualche principio che la scienza ha dimostrato vero.

Il progetto di romanzo non andò da nessuna parte: gli editori da me contattati volevano un manoscritto da giudicare. Io volevo la certezza della pubblicazione prima di mettermi seriamente a lavorarci.

Per rompere l'impasse, tentai un compromesso: scrissi un racconto che delinea il personaggio e la trama. Non vi nascondo che a me piace ancora, ad anni di distanza. Tentate la lettura, e datemi poi un parere

Il software era stato completamente caricato dai dischi ottici, il terminale era acceso da ore, mentre gli ingegneri controllavano per la ventesima volta il loro maledetto hardware.
Melanie occupava l'intero sesto piano del nostro palazzo: centinaia e forse migliaia di schede collegate con migliaia di cavi NoJoule superconduttori, e decine di dischi ottici sui quali era registrata la prima versione funzionante del software. Se la prova fosse andata bene avremmo potuto far compattare i circuiti, integrandoli, registrare tutto il programma sulla memoria permanente, e ficcare Melanie in una scatoletta cubica di cinquanta centimetri per lato.
Kenzo, il capo ingegnere, mi apparve silenziosamente dalle spalle e mi toccò un braccio. Non parlava l'italiano e non capì la mia bestemmia.
-Tocca a me?- gli chiesi. Sull'ultima sillaba la mia voce ruppe in falsetto, e Kenzo sorrise. Non ero tanto nervoso dal giorno della discussione della tesi.
Tossii e mi avvicinai al terminale videovox: uno schermo a cristalli liquidi a colori da venti pollici, microcamera e microfono hifi.
Ed ecco il momento per il quale avevo lavorato quasi tredici anni. Sussurrai nel microfono: -Melanie...-
Lo schermo si accese. I ragazzi del reparto artistico avevano fatto uno splendido lavoro: apparve il primo piano di una ragazzina a cui avreste forse attribuito quindici anni o poco più, con i capelli castano chiari, qualche efelide sul nasino alla francese, denti piccoli e perfetti. Lo sguardo era spento, vitreo, spiacevolissimo: sembrava di guardare una giovane donna - non bella, ma carina - che fosse appena entrata in coma. Dopo un paio di secondi (quando il tutto fosse stato compattato la reazione sarebbe stata virtualmente istantanea) le labbra si mossero, e Melanie pronunciò le sue prime parole, un po' in inglese e il resto in giapponese, come facevamo tutti nel laboratorio: -Melanie: motivational enhanced local area network for intelligence emulation. Versione 1.00 Beta 1 del 25 aprile 2005. Copyright Icot, tutti i diritti riservati. Attendete un momento.-
La voce di Melanie era un altro piccolo capolavoro di Minako e dei suoi artisti. Era squillante e fresca, e potevate sentirci dei campanellini d'argento tintinnare; faceva un terribile contrasto, però, con il viso irrigidito della ragazza.
Dopo alcuni altri secondi, finalmente Melanie si mosse. Il viso si animò, e gli occhi si fissarono su di me (ovviamente Melanie vedeva attraverso due microcamere fissate subito sopra lo schermo del terminale, ma avevo voluto che gli occhi del suo viso si muovessero in sincrono con quelle). Chinò la testa da un lato, osservandomi attentamente per un secondo; poi un radioso sorriso nacque a poco a poco sulle labbra sottili.
Funzionava! Mi aveva riconosciuto!
Melanie aprì la bocca per parlarmi, ma non uscì nessun suono. Un sopracciglio sottile si inarcò leggermente, mentre ripeteva il gesto. Ancora nulla. Il panico cominciò a dilagarle negli occhi, lo stesso terrore puro che avrebbe potuto trovarsi negli occhi di un capriolo buttato nella gabbia di una tigre.
Mantenni la voce ferma: -Non preoccuparti, Melanie. Metteremo subito a posto la tua voce: dacci solo qualche minuto.-
Mentre pronunciavo l'ultima parola premevo con il piede un pulsante rosso sul pavimento, fuori dallo sguardo della ragazzina. Lo schermo si spense bruscamente, dato che avevo tolto la corrente all'intero sistema. Mentre le decine di uomini che avevano assistito alla scena col fiato sospeso cominciavano a parlare tutti insieme, mi concessi di cuore la seconda bestemmia della giornata.

-Non può essere il vocabolario, Dodo. É il solito fottutissimo data base relazionale che tutti i computer hanno usato sino dalla terza generazione!-
-Non sto insultando il tuo lavoro, Ikaru; sono solo nervoso, come siamo tutti. E so perfettamente che la logica di base del vocabolario è la stessa che viene usata da trent'anni. Però se Melanie non riesce a parlare ci deve essere un difetto nel software di accesso alla base di dati, o addirittura nella base di dati. Dacci un'occhiata insieme con Shiro, vuoi?-
Ikaru se ne andò dal mio studio chiudendo la porta con un entusiasmo eccessivo, e io mi rincagnai con un grugnito nella mia poltrona anatomica. Stavo pensando a quante volte negli ultimi mesi mi ero dimenticato di essere formalmente cortese con i miei assistenti: e sa il cielo quanto ci tengano i giapponesi a queste cose. Ma mi capivano, perchè anche la maggior parte di loro aveva dedicato una buona fetta della propria vita alla creazione di Melanie. Un progetto da quindici anni - eravamo di sedici mesi in ritardo rispetto alla scaletta inizialmente fissata - e un miliardo di dollari investiti dal governo giapponese, un progetto nel quale io ricoprivo il ruolo di capo analista, responsabile dello sviluppo del software.
Se una macchina può essere figlia di qualcuno, Melanie è figlia mia. Le idee chiave erano mie al sessanta per cento: solo grazie al mio riassestamento della struttura dati usata per ricordare il contesto del discorso la ragazzina elettronica era in grado di rispondere in tempi accettabili. Ho scritto io il codice che governa la scelta dei vocaboli quando il computer deve esprimere un concetto, e ho quasi sempre trovato una soluzione in tempi accettabili ai problemi che nascono come funghi in un porcile quando state realizzando un progetto innovativo. Io sono italiano, ho tre lauree, parlo cinque lingue e ho dovuto sudare sette camicie per far capire ai politici che controllano il progetto che solo io avrei potuto supervisionare il progetto Melanie, quando tutto si era bloccato al terzo anno di attività. Ho preso un anno sabbatico dall'università dove lavoravo, e dove non sono più tornato, e sono arrivato in Giappone. Ancora nel 2005, quando il progetto era alla fase finale, qualche pezzo grosso dell'ala conservatrice non poteva sopportare che gli ricordassero che un europeo era a capo del progetto scientifico che il Giappone sbandiera in faccia al mondo intero.
Dato che non sono per nulla modesto, posso ammetterlo: me lo meritavo. Anche in quella occasione, come si vide poi, avevo ragione: qualche furbacchione della squadra che aveva messo insieme il vocabolario di Melanie ne aveva cambiato la struttura d'accesso, probabilmente per velocizzare le operazioni di ricerca, ma si era dimenticato di avvisare il gruppo di programmatori che aveva creato le routine che Melanie usa per parlare.

Nel 2015 quasi una famiglia ogni cinque e praticamente ogni azienda dei quattro continenti industrializzati aveva una Melanie modello 3 a disposizione. Io ero sempre capo analista dell'istituto - non potevo diventare capo progetto per gli stessi motivi che mi avevano reso difficile occupare quel posto, ma quando c'era da prendere una decisione venivo sempre consultato per primo. Era un gran bel lavoro: lavoravamo in condizioni di quasi monopolio, perchè il massimo che gli americani e gli europei fossero riusciti a realizzare era una personalità adatta al massimo per pilotare una automobile.
Un vantaggio di più di dieci anni, come quello che noi detenevamo, è schiacciante in qualunque ramo della tecnologia. I brevetti in mano all'istituto, poi, facevano sì che noi avanzassimo più velocemente di quanto i concorrenti riuscissero a fare, perchè brevettavamo non solo le idee che avremmo usato ma anche quelle che scartavamo in quanto non sufficientemente efficienti. Andavamo d'accordo, tutti quanti, ingegneri e programmatori, psicologi e personale di supporto.
In quel periodo l'istituto occupava almeno dieci volte più personale di quanto fosse necessario: questo mi permetteva di circondarmi di programmatori estremamente capaci per lo sviluppo di Melanie, destinando gli altri alla scrittura di software che veniva depositato insieme a quello che effettivamente usavamo, tanto per intorbidire le acque. I dieci anni di durata dei diritti d'autore sul software garantiti dalla legge internazionale del 1991 ci davano il margine che ho citato. Murphy, ovviamente, aspettava soltanto il momento più opportuno per colpire. Come gli informatici hanno sempre saputo, sin dai tempi in cui dovevano passare metà del loro tempo a cambiare le valvole scoppiate nei calcolatori elettromeccanici, "Un disastro capiterà sempre nel momento peggiore possibile, in modo da fare il maggior danno possibile".
L'otto giugno del 2015 ero a casa e la mia Melanie modello 3 mi stava aiutando a progettare il metodo per concedere a Melanie 4 il senso dell'umorismo, quando lei mi diede la notizia.
-Papà, credo che tu debba sentire questo,- disse, mordicchiandosi un labbro.
-Questo cosa?-
-Sta arrivando un notiziario CNN... aspetta, te lo passo.-
Il viso di Melanie rimpicciolì sino ad occupare solo un decimo dello schermo, in alto a destra, mentre il resto del video veniva occupato da un filmato e l'altoparlante trasmetteva la voce di un videogiornalista.
-Il Primo Ministro europeo, al termine della seduta odierna del parlamento, ha annunciato di avere allo studio misure per la protezione dei posti di lavoro. Il signor Gitaine ha precisato che il suo Paese non ha intenzione di seguire gli Stati Uniti d'Africa proibendo indiscriminatamente l'uso dei sistemi di intelligenza artificiale, ma che "è giunto il momento di ricordarci che la salvaguardia del posto di lavoro per i cittadini d'Europa viene prima della salvaguardia degli interessi di una multinazionale giapponese"
-Il Presidente degli Stati Uniti non ha fatto diffondere nessun comunicato che commentasse la decisione dell'alleato europeo, infrangendo così il tacito accordo che da qualche anno regolava i rapporti tra le due potenze. Alcuni commentatori vogliono vedere in questo un serio contrasto tra l'amministrazione americana, retta da un progressista, e quella europea a guida conservatrice. Secondo altre fonti, invece, l'amministrazione americana starebbe valutando la possibilità di accodarsi all'Europa nel provvedimento, bloccando nel contempo l'impopolare legge che prevede l'abbassamento dell'età pensionabile a 55 anni...-
Questa volta, a differenza di quel giorno di qualche anno prima, non bestemmiai. Melanie conosce molte più lingue di quante io potrei mai imparare, e le parla senza nessun accento, mentre il mio è la delizia di decine di comici e imitatori anche dopo venticinque anni di vita nella terra del Sol levante.
-Papà...- riprese Melanie, quasi sussurrando, -quelli della CNN vogliono intervistarti. Vogliono chiederti cosa ne pensi del provvedimento.- Aveva tolto l'audio per parlarmi, mentre sullo schermo scorrevano i soliti grafici a barre che mostravano l'aumento della disoccupazione su scala mondiale da quando le Melanie erano entrate in circolazione in massa.
-Digli di parlare con Kenzo, -borbottai, -è lui il capo...-
Il giorno dopo, però, quando il portavoce della Casa Bianca annunciò che gli USA avrebbero sostanzialmente seguito la politica europea, il mio caratteraccio l'ebbe vinta e concessi l'intervista che molti, nell'istituto, non mi avrebbero mai perdonato.

-Ingegnere...-
-Dodo, signorina, solo Dodo. Tutti mi chiamano Dodo.-
Quando vengo intervistato assumo sempre la posa del vecchio scienziato burbero: qualche volta serve a intimorire il giornalista, ma quella volta non servì a nulla. Naturalmente, la giornalista era americana, e quelli sono i più difficili da intimidire.
-Dodo, non credi che la Legge per l'Umanità sia un buon provvedimento?-
-No, non lo credo. É un tentativo di bloccare il progresso, e il progresso umano non può e non deve essere fermato.-
-Una disoccupazione arrivata al 40% della popolazione tra i venti e i cinquantotto anni è progresso?-
-Progresso significa niente più minatori che si riempiono i polmoni di polvere di carbone, perchè i robot controllati da Melanie possono operare meglio e più in fretta.-
-Certo. Ma niente postini, e impiegati, e camerieri? I vostri meccanismi hanno buttato sulla strada milioni di persone.-
La giornalista aveva una lingua molto affilata.
-Potrei rispondere che noi non abbiamo obbligato nessuno a licenziare nessun'altro, e lei mi risponderebbe che le nostre segretarie elettroniche non potevano fare altro che sostituire essere umani. La verità è che la settimana lavorativa di 20 ore sarebbe stata impossibile senza Melanie. La ragazza si occupa di tutti i lavori più umili e pericolosi che l'uomo ha odiato svolgere sino dalla preistoria.-
-Forse un lavoro che permette a una famiglia di mangiare e di vestirsi non può essere più umiliante della povertà. Comunque, Dodo, io credo che togliere del lavoro a una macchina non potrà fare del male a nessuno, mentre togliere il lavoro agli uomini...-
-L'introduzione di un sistema di guida automatica basato su Melanie in ogni automobile ha salvato e salva almeno un milione di vite l'anno. Stia tranquilla, signorina, non sono preoccupato dalla prospettiva di vedere calare gli utili dell'istituto. Io non guadagno un solo yen: gli incassi vengono incamerati dallo stato...-
Mi interruppe (il tecnico del suono che controllava i microfoni dava la precedenza al suo): -Però tu ci guadagni in fama e in orgoglio. Non è vero forse che ogni macchina ti chiama "papà" non appena ti vede? Dodo, io credo che tu sia felice di spargere per il mondo i tuoi surrogati di figlia. Ma per tornare all'argomento: non credi che un uomo che lavora sia meno soggetto alla depressione, o alla delinquenza?-
Sui teleschermi vennero diligentemente visualizzate le medie comparate dei suicidi tra i lavoratori e i neo licenziati, sovrapposti ad una fotografia del cadavere di un uomo riverso al suolo. Quella gente giocava pesante, e io mi sentivo il viso infuocato.
-Chi ha detto che sia la disoccupazione a distruggere il morale degli uomini?- rimbeccai, -forse è la mancanza di un salario, invece, che li angoscia. Io direi, signorina, che lo scopo finale di una società non debba essere l'occupazione di tutta la popolazione, ma la disoccupazione. L'uomo deve venire liberato dal lavoro e libero di creare, di studiare, di leggere e di viaggiare e...-
Mi interruppe di nuovo: -Vorresti che l'occupazione scendesse, dunque. Ma come farebbe la maggioranza disoccupata dei cittadini a sopravvivere? Col sussidio di disoccupazione, quello stesso sussidio che sta trascinando la finanza pubblica mondiale al disastro?-
Altri grafici sullo schermo. Questa volta non li guardai neppure.
-Le aziende private continuano a licenziare i dipendenti, ma grazie a Melanie i loro profitti crescono mentre le spese scendono! Basterebbe un prelievo di una parte di quei profitti aggiunti...-
-Secondo te, la soluzione starebbe nello spremere la finanza privata, l'unica cosa che ancora sostenga l'economia mondiale dal crollo. I soldi strappati alle aziende servirebbero a dare panem et circenses al popolo. Eppure non mi pare che questa filosofia socialista abbia portato molto in là l'Unione Sovietica degli anni settanta e ottanta.-
Prima che potessi ribattere, venni interrotto dalla pubblicità. Non ho mai odiato tanto la Coca Cola e le sigarette Skyfox a basso contenuto di hashish in tutta la mia vita. Quando il dibattito potè riprendere, continuai a difendere il mio punto di vista, e non mi accorsi sino a molto tempo dopo che a quel punto avevo già perso la partita.
Io sono nato in Europa, vedete, e per me "socialismo" è un termine qualunque del vocabolario. Ma per gli americani si tratta di una parolaccia buona per bollare i criminali e i pazzi, e ai loro occhi io avevo compiuto lo sbaglio di non difendermi da quella accusa prima di dire qualunque altra cosa.

Può darsi che il mio errore non abbia avuto un gran peso, nel complesso, ma la maggioranza dell'opinione pubblica finì comunque per sostenere la crociata contro Melanie; entro poco più di un anno, il suo visino era stato reso fuorilegge per un enorme spettro di usi, in America e in Europa. Melanie restava diffusissima in Giappone e nell'Asia, dove però i governi finirono per abbassare l'età pensionabile a cinquantacinque, e poi cinquant'anni... su questo tornerò tra poco.
L'economia mondiale finì davvero per precipitare. Io non sono un economista - sono solo un ingegnere informatico - ma credo di non andare troppo lontano dalla verità se dico che le cause furono due.
Nei paesi dove le Melanie non vennero messe fuori legge nell’industria, l'unico effetto del divieto fu di peggiorare le condizioni di vita per tutti. Non si crearono, ovviamente, nuovi posti di lavoro, e senza quelle migliaia di lavoratrici instancabili nei servizi e nelle famiglie tutto il paese si impoverì.
Dove, invece, il divieto venne generalizzato - i Paesi in cui gli industriali non avevano abbastanza appoggi nel governo per impedirlo - la stragrande maggioranza delle piccole imprese e un notevole quantitativo di medie aziende chiuse i battenti. Industriali e industrialetti avevano beneficiato enormemente, negli anni passati, per la continua riduzione dei costi e l'aumento delle ore di lavoro: di fronte alla prospettiva di tornare alla situazione pre-Melanie in molti preferirono abbandonare l'attività, confidando negli enormi guadagni accumulati negli anni di vacche grasse. Seguirono un crack e il collasso dell’economia.
Se non fosse stato per il mio lavoro su Melanie 4 - alla quale eravamo riusciti a dare una vera personalità, dolce ma simpatica, tutto sommato irresistibile, ma tutto sommato troppo tardi - forse avrei deciso anch'io di chiudere bottega, lasciando volontariamente questa valle di lacrime o ritirandomi da qualche parte dove avrei potuto chiedere all'elfetta di cantarmi vecchie canzoni hawaiane per tutto il giorno.

Eccomi qui. Da oggi, primo gennaio 2017, anch'io sono in pensione: qualche vecchio politicante inacidito tra quelli che non avrebbero mai voluto vedermi dirigente dell'Icot è riuscito finalmente ad averla vinta, superando le difese sempre più deboli che i suoi avversari mi fornivano.
Avrei forse dovuto seguire il consiglio di molti amici, e tornare in Europa, a scaldarmi al sole dell'Italia. Ma non ho più amici laggiù, e ho solo parenti lontani, dato che Melanie è la mia unica figlia - e non ho moglie. In Europa, non avrei potuto portarla con me.
Mi sarebbe piaciuto andare su Luna City, un eccellente posto dove passare la vecchiaia, ma non sono stato accettato alla visita medica. Non so se il rifiuto fosse solamente medico, dato che non sono mai stato un tipo robusto e il mio fisico non potrebbe forse sopportare lo stress del decollo, o se ci fosse qualche motivo politico che impediva ai lunari di accettarmi.
Meglio, allora, accettare le cure del sistema pensionistico statale giapponese, fondato solo tre anni fa tra le polemiche, che si occupa dei milioni di pensionati prodotti dal sistema.
Le valigie sono pronte, i prossimi occupanti della mia casa hanno già cominciato a prendere possesso delle stanze, e mi resta solo il tempo per chiedere a Melanie 4 di fare una copia su carta di questo documento. Chissà, però, forse all'Istituto di Internamento per Pensionati usano una delle mie figlie predilette per assistere gli ospiti a vita.
Nel qual caso ho un paio di idee, e ho tenuto un paio di trucchi nella manica proprio per questo...